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Il sorriso di Noodles

E come Noodles alla fine del film “C’era una volta in America”, anche noi, a conclusione di un anno, non possiamo fare altro che sfoggiare il classico sorriso inebriato alla “nonostante tutto”, consapevoli che si tratta di un sorriso artificiale ottenuto con “l’aiutino”, stupefatto, inebetito, chimico, nel nostro caso alcolico visti i menù delle feste, di un disincantato sorriso d’ufficio tanto per tirare a campare, illudendoci di aver vinto per il solo fatto di essere ancora vivi. E per molti il traguardo è quello, non di essere “vivi di qualità”. Perché, proprio come per Noodles, ci sono momenti assurdi nella vita in cui il sorriso non può che essere strappato fuori in questo modo, dal sogno, dal fumo che stordisce: le naturali, e reali, vie della felicità non funzionano, anzi non esistono, essendo la felicità un miraggio inventato dal marketing e da alcuni filosofi idealisti. Perché solo l’ironia che tutto mescola può salvarci, insieme al jazz e a un buon whisky; e se la vita è ironica, perché non dovremmo esserlo anche noi?

Non importa se siamo andati a dormire presto la sera o se ci siamo nascosti nel buco del culo del mondo: la vita alla fine ci scova sempre e ci sottopone alle prove scelte da lei, perché quelle che noi vorremmo scegliere non valgono. Troppo facile, saremmo preparati e il gioco della vita - quella autentica - non si gioca con regole e fatti prevedibili, ma con le cadute e la conseguente capacità che ritroviamo in noi di sorridere di esse, soprattutto di noi caduti. Non importa come ci procuriamo tale sorriso: l’importante è riuscire a stiracchiare sul nostro viso un fottuto sorriso da epilogo, stappando champagne e augurandoci cose non desiderate.

Quelli bravi e preparati, i giornalisti e gli scrittori famosi che vanno in tv a parlare dei loro libri pompati dai media, la chiamano “resilienza”… Mah! Un termine civile e politically correct per dire molto più semplicemente che alla fine di ogni anno, come sempre, devi imparare a rialzare il culo dalla merda in cui sei caduto nei mesi precedenti e illuderti di credere in un futuro migliore, a sorridere come Noodles steso - e sottolineo “steso” perché in realtà la vita ci ha già stesi da tempo anche se ci raccontiamo che stiamo solo riposando e che presto ci rimetteremo in piedi, e ci rimetteremo in piedi, sì, correremo anche in certi tratti, ma solo per ricadere - nella tua oppieria di riferimento, nella tua “comfort zone”, come dicono i bravi di sopra e le oche del jet set che perdono piume mentre ballano. Perché ci accorgiamo di essere veramente vivi solo quando cadiamo; e allora ci piace cadere anche se fa male, per ricordarci che respirare è un dono non scontato ma che ricapita ogni giorno per puro culo; ci piace ostentare quel sorriso alla Noodles per credere di averla scampata, di essere sopravvissuti (anche se omettiamo sempre di aggiungere “alla nostra stupidità”) e di avere ancora tra le mani il timone di una nave affondata o che imbarca acqua bagnando le ultime polveri da sparo non utilizzate quando potevamo. Avere l’ultima parola o l’ultimo sorriso: fate voi. Alla fine sorride sul serio solo chi ha imparato a metabolizzare gli errori, a trasformarli in risorsa nonostante l’iniziale voglia di sbattere la testa contro il muro per punirsi. O di sbattere quella degli altri.

Ride bene chi ride ultimo, e sappiamo benissimo in cuor nostro di essere ultimi ma sorridiamo lo stesso, per crederci ancora e ancora, per proseguire sulla nostra strada senza pretendere di vincere, ma solo per il gusto di percorrerla tutta in base alle nostre scelte. Per quanto riguarda i conti da tirare, non agitatevi: ci penserà la vita con il suo pallottoliere di teste infilzate a trovarvi al momento giusto e a farvi fare la figura dei minchioni impreparati, di quelli che “non me l’aspettavo!”, del “a pensarci prima!” e altre frasi d’occasione di cui vi vergognerete subito dopo averle pronunciate. O, addirittura, vi scoprirete a elargire perle di saggezza ai vostri nipoti del tipo “andando avanti negli anni la vita non aggiunge ma toglie!”.

La teoria di Noodles su brocchi e vincenti con il tempo ti accorgi che è una colossale fesseria per giovani appassionati e per polli di provincia bisognosi di dimostrare a se stessi di essere aquile metropolitane, che era solo un’illusione per darti coraggio e vincere nonostante il tuo essere nato sfiancato: alla fine vale solo l’essere giunti vivi al traguardo e assistere al coraggioso suicidio del vincente che ancora si considerava in gara, di quello che voleva fregarti e l’ha fatto perché ossessionato dal suo sentirsi più brocco di te. E tu eri il suo metro di valutazione, il punto di riferimento da richiamare in servizio per l’ultimo atto, la boa da doppiare, e gliel’hai lasciato fare, ti sei fatto superare, hai prestato il fianco, facendolo sentire vincente mentre andavi a dormire presto la sera, anche se non sei stato al suo gioco fino in fondo. Sopravvivendo a un presunto successo di facciata che tutto vorrebbe fagocitare, persino il passato.

E sai che non è stato un modo per vendicarti: è solo il tuo modo di vedere le cose. Tutto sommato, andare a dormire presto la sera non è stata una cattiva idea, non è stato tempo sprecato. Anzi…

 

Ah, quasi dimenticavo…!

Buon anno, buon 2019!

 

Michele Nigro

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