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Il nero del Vaticano con i soldi di Mussolini

Ci voleva un’inchiesta del Guardian per far luce sulla storia di parte dell’immenso patrimonio immobiliare del Vaticano. E per svelarne le imbarazzanti quanto oscure origini. Tutto è partito da alcuni edifici nelle zone più in di Londra, come la sede dell’Altium Capital tra Pall Mall e St. James Square e la gioielleria Bulgari a Bond Street. I reporter del quotidiano britannico hanno scoperto, scontrandosi con il muro di gomma del Vaticano, che questi due immobili fanno capo proprio alla Santa Sede. Come anche altri a Coventry, a Parigi e in Svizzera.

Formalmente la proprietà è di una società offshore, la British Grolux Investment Ltd, che vede come azionisti due giganti della finanza iglese, entrambi cattolici: John Varley, amministratore delegato della Barclays Bank, e Robin Herbert, ex responsabile della banca d’affari Leopold Joseph. La società ha un patrimonio di 500 milioni di sterline, cioè circa 650 milioni di euro.

I responsabili si sono chiusi nel silenzio, senza rilasciare indiscrezioni. Ma da ricerche d’archivio emerge che la società è nata dalla fusione di altre due, le cui azioni erano detenute da una compagnia svizzera: la Profima Sa, registrata presso la banca JP Morgan di New York. Viene fuori che la Profima era proprio una holding del Vaticano, come emergerebbe da documenti risalenti alla Seconda guerra mondiale. L’intelligence britannica, invischiata nel conflitto contro Hitler e Mussolini, accusava la Profima di “impegnarsi in attività contrarie agli interessi degli Alleati”.

L’allora ministro della Guerra criticava inoltre Bernardino Nogara, l’avvocato romano che teneva le fila delle finanze papali. Nel 1945 dispacci dei servizi dal Vaticano a Ginevra parlavano di “attività losche” di Nogara. E per questo la Profima venne inserita nella blacklist finanziaria. Ma già nel 1943 sempre gli inglesi ritenevano che Nogara facesse del “lavoro sporco”: in pratica far accaparrare a Profima quote azionarie di banche italiane per riciclare denaro e far credere che così la banca fosse gestita dagli svizzeri, notoriamente neutrali durante il conflitto.

Da dove venivano i soldi della Profima che gestiva in maniera così disinvolta Nogara, proprio negli anni terribili della Seconda guerra mondiale? La questione è spinosissima, perché rivela gli intrecci profondi tra Santa Sede e regime fascista: si tratta di un capitale in contanti che oggi varrebbe ben 65 milioni di euro, elargito da Benito Mussolini al Vaticano nel 1929.

Al tempo della stipula dei Patti Lateranensi il regime si accordò quindi con la Chiesa per ottenerne il consenso e per risarcire gli espropri subiti dallo stato pontificio. Fu proprio il fascismo, con questo denaro, a stabilizzare le finanze del Vaticano e a permetterne il rilancio, il consolidamento delle sue ricchezze e massicci investimenti. Non è azzardato ritenere che nel cambio il Vaticano ci abbia notevolmente guadagnato, ben oltre il formale risarcimento. Lo stato unitario l’ha infatti paradossalmente liberato degli asset vecchi e poco redditizi (immobili storici e proprietà terriere per la maggior parte improduttive) in cambio dei titoli e del denaro sonante necessari per proiettarsi nelle praterie inesplorate della speculazione finanziaria. Grazie a questa liquidità ha potuto facilmente riconquistare nel giro di pochi decenni sconfinate proprietà immobiliari. Si stima infatti che la Chiesa detenga oggi circa il 20% del valore immobiliare in Italia.

Non è un caso che Nogara già nel 1931 avesse fondato una compagnia offshore in Lussemburgo, dal 1929 paradiso fiscale, per costruire il piccolo impero. Con la guerra la società venne poi spostata negli Usa e infine in Svizzera.

Secondo il Guardian, gli investimenti della famiglia Mussolini oggi sarebbero gestiti anche da Paolo Mennini, funzionario e banchiere del Vaticano. Che è proprio l’attuale delegato della sezione straordinaria dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), ovvero l’organismo che gestisce il patrimonio economico della Santa Sede. Il solo Mennini, secondo un report del Consiglio d’Europa, gestirebbe un asset di almeno 680 milioni di euro (570 milioni di sterline). Sarà un caso che l’attuale nunzio apostolico a Londra, chiusosi in un comprensibile riserbo, sia l’arcivescovo Antonio Mennini, fratello di Paolo?

Siamo di fronte all’ennesimo scandalo vaticano sul fronte della trasparenza finanziaria. Ultimo di una lunga serie, come dimostra il recente blocco dei bancomat disposto dalla Banca d’Italia. Difficilmente sentiremo parlare di questa notizia nei telegiornali nazionali, considerato lo stretto legame tra Rai e Vaticano e il rigido controllo che esercitano sull’informazione ad maiorem Dei gloriam. Non è un caso che, nonostante si abbia il Vaticano in casa, lo scoop non sia stato fatto da giornalisti italiani. E nemmeno molto rilanciato da questi ultimi.

In sintesi una storia non molto edificante: un fiume di denaro di provenienza imbarazzante usato in maniera poco trasparente e intrecci politici ed economici tra fascismo e Santa Sede. Rivelazioni che ci spingono ancora una volta a riproporre la necessità di un concreto superamento di Concordato e Patti Lateranensi. Eredità di un passato che l’Italia dovrebbe lasciarsi definitivamente alle spalle, ma che ancora influenza pesantemente il nostro Paese condannandolo al declino. Ma solo il governo e il Parlamento, visto che non è possibile alcun referendum per un trattato con uno stato “estero”, possono compiere questo passo doveroso.

È tragicomico che siano proprio le gerarchie ecclesiastiche a criticare le degenerazioni della finanza internazionale, la sua volatilità e la sua disumanità. Proprio il Vaticano che contesta le disuguaglianze economiche a parole, nei fatti è sempre stato all’avanguardia nell’utilizzo spregiudicato di holding, società offshore, banche e scatole cinesi e nella collusione con il potere politico autoritario.

Non pago, il portavoce della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi è riuscito persino a replicare. Dicendosi “stupefatto” perché sarebbero “cose note da 80 anni, con il Trattato del Laterano e chi voleva una divulgazione del tema a livello popolare si poteva leggere Finanze Vaticane di Benny Lai”. Peccato che il patto tra Italia e Vaticano non parli certo dell’utilizzo offshore dei fondi e che il libro di Lai sia uscito solo nel 2012. Lo stesso giornalista intervistato da Repubblica nel luglio scorso rimarcava così la novità della sua opera: “nessuno finora ha dato il giusto peso alla lunga trattativa che ci fu tra regime fascista e Santa Sede per arrivare alla stipula dei patti”.

Una trattativa “svolta esclusivamente su questioni finanziarie, con Mussolini intento a ridurre quanto più possibile i costi della Conciliazione e con papa Ratti deciso ad ottenere un’indennità di due miliardi di lire”, ha ricordato Lai. Si arrivò poi ad un compromesso, con “un miliardo e 750 milioni di lire, pagati parte in contanti e parte in titoli al portatore”. Soldi utilizzati poi anche per far decollare l’Istituto Opere di Religione (non a caso istituto da Pio XII nel 1942) e per le speculazioni di Nogara. Saranno cose note di certo note da ottanta anni, ma nelle segrete stanze del Vaticano. E che solo di recente iniziano a venir fuori. Lombardi invoca la prescrizione storica, ma il suo è solo un risibile tentativo di smarcarsi da rivelazioni che stanno facendo il giro del mondo.

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