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 Home page > Tribuna Libera > Il governo italiano dichiari lo stato di emergenza climatica

Il governo italiano dichiari lo stato di emergenza climatica

"Vogliamo che agiate come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è". Greta Thunberg

Il cambiamento climatico causato dalle attività umane incombe come una spada di Damocle sulla nostra testa: siamo nel bel mezzo di un incendio climatico, che - intrecciato con la minaccia nucleare e della corsa agli armamenti - rischia di compromettere irreparabilmente l'ecosistema terrestre e la nostra stessa sopravvivenza.

 

Noi, le promotrici e i promotori della presente iniziativa, non vogliamo lasciarci passivamente trascinare nel baratro mortale verso il quale il sistema dell'accumulazione illimitata - per il profitto e la potenza - ci sta orribilmente spingendo giorno dopo giorno!

Appoggiamo lo sciopero mondiale degli studenti, le lotte della nuova generazione che, prendendo sul serio i rapporti della comunità scientifica mondiale, ha capito che non c'è più tempo, che adesso è il momento di agire per garantirsi un futuro (e per conservare il senso della storia umana sulla Terra)!

Ecco perché noi, cittadine e cittadini firmatari del presente appello ,

CONDIVIDENDO CON I GIOVANI "RISVEGLIATI" LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CRISI CLIMATICA,

chiediamo in primo luogo al Governo, ma anche alle Regioni e ai Comuni italiani di:

  1. Dichiarare lo stato di emergenza climatica. Non intesa - tale emergenza proclamata - come attribuzione di poteri giuridici eccezionali bensì come assunzione di responsabilità politica con straordinaria determinazione e focalizzazione di impegno;
  2. Considerare, di conseguenza, a partire da subito, la lotta al cambiamento climatico e la transizione a un’economia sostenibile (il Green New Deal) come la priorità del presente e dei prossimi anni;
  3. Fissare l'obiettivo, suggerito dall'IPCC, di abbattere del 50% le emissioni di gas serra rispetto all’epoca preindustriale entro il 2030, per raggiungere ZERO emissioni nel 2050; 

4- trovare le risorse, in primo luogo dalla cancellazione degli incentivi alle fonti fossili, quindi dal risparmio sugli armamenti: usiamo le forze della difesa (di protezione civile e disarmate dei modelli alternativi di difesa!) come energie per la salvaguardia dei territori e per l’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici;

5- escludere in tutte le sedi l'opzione nucleare tra possibili soluzioni al cambiamento climatico, con ciò ribadendo la volontà del popolo italiano espressa nel voto referendario del 2011;

  1. Attuare i piani di transizione climatica secondo i principi di: - Equità: i costi della transizione non devono gravare sulle fasce più deboli della popolazione; le istituzioni devono impegnarsi a riqualificare i lavoratori attualmente impegnati in settori incompatibili con la transizione; - Democrazia: le istituzioni si impegnano a coinvolgere attivamente cittadini e associazioni nel processo di individuazione delle criticità ambientali locali, e di pianificazione, attuazione e supervisione della transizione, attraverso tavoli di confronto e di dibattito pubblico; - Trasparenza: le istituzioni si impegnano a pubblicare rapporti periodici sui progressi fatti nella riduzione delle emissioni e nella risoluzione delle criticità ambientali locali.

Come dice la giovane svedese Greta Thunberg, la cui disobbedienza civile è all'origine della rivoluzione in corso per la speranza GLOBALE:

"Vogliamo che agiate come se la nostra casa fosse in fiamme. Perchè lo è".

 

Le persone e le associazioni che vogliono attivarsi ci possono contattare a queste mail:

kronospn@tiscali.it 

coordinamentodisarmisti@gmail.com

 

Moni Ovadia - Alex Zanotelli - Edo Ronchi - Grazia Francescato - Guido Viale - Mario Salomone - Loredana De Petris - Vittorio Agnoletto

 

Alfonso Navarra - Disarmisti esigenti

(coordinamento politico organizzativo dell'iniziativa cell. 340-0736871)

 

Giovanna Pagani - Antonia Baraldi Sani - Patrizia Sterpetti - WILPF Italia

Oliviero Sorbini - Ennio La Malfa - Accademia Kronos

Maria Maranò - Legambiente

Vittorio Bardi - Sì alle rinnovanili No al nucleare - Coalizione per il clima

Giuseppe Farinella - Il Sole di Parigi

Laura Tussi - Rossana De Simone - PeaceLink

Fabrizio Cracolici - ANPI di Nova Milanese

Massimo Aliprandini - Lega Obiettori di Cosienza

Adriano Ciccioni - Città Verde

Francesco Lo Cascio - Rete delle Ambasciate di Pace

Mario Agostinelli - Energia Felice

Luigi Mosca - Armes Nucléaires Stop

Amalia Navoni - Sandra Cangemi - Coordinamento Nord Sud

Sergio Venezia - CO-Energia

Antonella Nappi - Difendiamo la salute

Floriana Lipparini - Casa delle donne Milano

Giulia Persico - MSOI Milano 

Tiziana Volta - MSGV/Biodiversità nonviolenta

Olivier Turquet - Pressenza

Vincenzo Lo Rubbio - Rete giustizia climatica

Marco Bersani - Attac

Per firmare: https://www.petizioni.com/dichiarazione-emergenzaclimatica

 

Martedi 30 aprile 2019 c/o CESV, via Liberiana 17 – Roma (h9.30 – 13.30)

L’economia di pace ed il Green New Deal per l’Europa

Appunti di Alfonso Navarra – direttore de Il Sole di Parigi

Convegno Diritto alla pace e all’ambiente

per una economia di pace

Organizzazione: WILPF Italia

Con la collaborazione di: Accademia Kronos – Il Sole di Parigi

L’economia di pace, nelle condizioni del mondo odierno, deve essere necessariamente una economia volta a costruire la pace attraverso percorsi e mezzi di pace.

La pace da perseguire è tra gli esseri umani ed anche, forse soprattutto, tra la società umana e la Natura.

1 - L’economia di pace è una economia disarmata.

Da una parte, l’economia di pace deve essere una economia disarmata, cioè una economia priva di un complesso militare-industriale che la condizioni.

E possiamo dire, più precisamente e concretamente: priva di un complesso militare-industriale-fossile.

Perché il modello energetico fossile è intimamente connesso ad una economia di guerra, cioè funzionale ai giochi del sistema della potenza.

Una economia di pace, in quanto economia disarmata, non produce armi per l’esportazione; ma nemmeno per un esercito interno, il quale verrebbe sostituito dalla difesa sociale nonviolenta.

E’ una economia che, nel suo pieno dispiegamento, vedrebbe un livello di spese militari zero.

Una economia di pace deve essere basata su un modello energetico rinnovabile al 100%: quindi autosufficiente, decentrato, democratico, ecologicamente pulito.

Un modello su cui non incombe la spada di Damocle dell’interruzione di flussi di petrolio o di gas dall’estero.

(La dipendenza energetica è un fattore belligeno. Basti pensare che la NATO persegue la sicurezza energetica definendola ancora nel suo 70ennale un interesse strategico da tutelare anche con interventi cosiddetti “fuori area”).

2- L’economia di pace è al servizio del diritto internazionale alla pace.

L’economia di pace, pur territorialmente autocentrata, non è chiusa, promuove interscambi con l’estero e con il mondo perseguendo un ambiente globale di pace.

L’economia di pace, dal punto di vista del nostro Paese, è al servizio dell’art.11 della Costituzione italiana: oltre a “ripudiare la guerra”, l’Italia è volta a costruire “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia delle nazioni” attraverso le limitazioni di sovranità necessarie.

La costruzione di tale ordinamento, secondo Papa Francesco, che riprende le posizioni di Gandhi, coincide con la “nonviolenza politicamente efficace”.

Tale ordinamento del diritto internazionale si presuppone fondato su diritti dell’Umanità e della Terra cui deve essere subordinata la sovranità assoluta degli Stati.

Esiste già una Carta della Terra come punto di riferimento che è una dichiarazione di principi etici fondamentali proponentisi di ispirare in tutti i popoli un nuovo sentimento d’interdipendenza globale e di responsabilità condivisa per il benessere della grande comunità della vita e delle generazioni future.

La Carta della Terra, fatta propria dall’UNESCO, è il prodotto di un dialogo decennale, mondiale, interculturale su obiettivi e valori comuni. Il progetto della Carta della Terra iniziò nell’ambito delle Nazioni Unite, ma venne portato avanti e completato da un’iniziativa della società civile. La Carta della Terra venne finalizzata e quindi lanciata come “Carta” nel 2000 dalla Commissione della Carta della Terra, un organismo internazionale indipendente.

(Si vada su: www.cartadellaterra.it )

La Carta dell’Umanità, predisposta dall’ex ministro dell’ecologia dello Stato francese Corinne Lapage, invece non è stata portata al voto della COP21 di Parigi, come si era programmato, e ciò fu dovuto essenzialmente alla presenza in essa della proibizione delle armi nucleari. 

La Carta come progetto prosegue comunque come iniziativa della società civile e qui un primo obiettivo potrebbe essere quello di farla adottare dall’UNESCO ripristinando il punto sulla liberazione dalla minaccia nucleare inutilmente cassato. In questo senso, sempre nel 2015, i Disarmisti esigenti ed i loro partner, WILPF in testa, fecero pronunciare la Camera dei deputati con una mozione che vide la prima firma dell’on. Filiberto Zaratti.

(Si vada su: www.droitshumanite.fr)

Si deve, in sostanza, anche grazie ai riferimenti di inquadramento giuridico di principio succitati, passare ad un “ordine post-westfaliano” fondato su 4 pilastri, che andrebbero tutti ricompresi nel “diritto alla pace” riconosciuto dall’ONU con la risoluzione 71/189 adottata il 19 dicembre 2016 dall'Assemblea Generale.(Per il testo in lingua originale: https://www.un.org/en/ga/search/vie...):

  • Il disarmo, ed il primo passo indispensabile è la proibizione e l’eliminazione degli ordigni “atomici”. L’interdizione giuridica delle armi nucleari è rappresentata dal Trattato di proibizione delle armi nucleari - TPAN, adottato da una Conferenza ONU il 7 luglio 2017. Tale Trattato entrerà in vigore dopo la 50esima ratifica statale (l’Italia non boicotti dietro il carro NATO!) e deve ricomprendere in sé e dare attuazione al Trattato di Non Proliferazione nel suo aggirato e disatteso articolo VI. Possono sospingerlo iniziative, quale quella dell'estensione al Mediterraneo ed al Medio Oriente allargato della zona denuclearizzata già stabilita per l'Africa.
  • l’ecologia quale riconoscimento che la condizione ed il destino comune di tutti è l’appartenenza alla Madre Terra: l’organismo vivente a cui siamo aggrappati e che ci dà nutrimento e sostentamento;
  • i diritti umani in cui oggi è attualissimo l’art. 13 della Dichiarazione universale del 1948 sulla libertà di circolazione e residenza;
  • i diritti economici e sociali come base egualitaria per la cooperazione ad un ecosviluppo comune. Qui abbiamo l’agenda globale ONU sottoscritta sempre nel 2015, che va sotto il nome di Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, con i suoi 17 obiettivi, in cima la lotta alla povertà, partenti dal presupposto condiviso che le dinamiche economiche attuali sono insostenibili non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale.

3- L’economia di pace riconcilia la società umana con la Natura e l’essere umano con quanto di naturale ha in sé.

La crisi climatica impone un cambiamento del modello economico perché cessi la guerra suicida in corso contro la Natura. E’ una questione di sopravvivenza: per avere un futuro si sarà costretti, alla fine, a “cambiare sistema”. Lo dice Greta Thunberg nei suoi cartelli: “Non cambiamo il clima, cambiamo il sistema”.

Il modello che otterrà la decarbonizzazione indispensabile per evitare il collasso climatico sarà – è l’ipotesi di ricerca dello scrivente - misto: mercato +relazioni naturali coordinati ed armonizzati dalla dimensione politica democratica.

La vita dipende in modo preminente dal “lavoro” della Natura; e dal “lavoro” delle “relazioni naturali”, quelle innanzitutto fondate sull’attaccamento e l’accudimento, di cui le donne sono l’elemento fattivo determinante.

Questo primato della Natura nell’economia e nella società è la “conversione” che porterà con sé una transizione vincente al mondo decarbonizzato.

L’economia di mercato, che non va confusa con il “capitalismo”, oggi l’unica ufficialmente riconosciuta, ritengo non vada però rigettata in toto: è utile perché produce sicuramente esaltazione dei talenti e sviluppo delle forze produttive. Ma non può contaminare tutti i rapporti sociali e da mezzo diventare fine, pretendendo, come oggi, di asservire tutta la realtà sociale alla logica del profitto privato.

L’economia di mercato, regolata e orientata dai poteri pubblici, va quindi, con i giusti limiti, bene; è la società di mercato che non va per nulla bene.

Il mercato non può coincidere con la società ed umiliare quelle attività e quelle relazioni che sono la base della riproduzione vitale, a partire dal rapporto fondamentale madre-figlio.

Ma una società evoluta e civilizzata, va sottolineato, non può vivere solo di relazioni naturali, sostituire del tutto il dono agli scambi contrattati, negare il valore di scambio (la “legge del valore”) e considerare solo il valore d’uso, abolire il denaro.

Così come il mercato non è il “capitalismo”, ed a maggior ragione non è il “capitalismo reale”, allo stesso modo la logica del dono non è il “comunismo”, ed a maggior ragione il “comunismo reale” concretizzato nelle incarnazioni storiche e contemporanee (che molti faticano a distinguere dal “capitalismo reale”).

Quando l’alternativa alla tendenza alla società di mercato viene proposta in modo ingenuo e/o totalitario è destinata a perdere e tutte le esperienze storiche di “economie del dono”, di sostituzione del valore d’uso al valore di scambio senza spazi al mercato, si sono, a quanto mi è dato di conoscere, dimostrate fallimentari. Bisognerà anche vedere il lato positivo di questa situazione, aborrita dalle “anime belle”.

D’altro canto bisogna essere consapevoli che quando si parla di “economia del dono” non si parla affatto di una utopia di là da venire, ma di una realtà fondamentale di enorme entità ed importanza, cui soprattutto le donne già (e da sempre!) danno sostanza, ed il cui riconoscimento e la cui valorizzazione pubblica ci libereranno dalla visione unilaterale “capitalistica” della società di mercato che sta ora distruggendo la vita sul nostro Pianeta.

 

  1. - Il capitalismo “verde” e l’alternativa ecosocialista classica

Nel percorso verso la decarbonizzazione, che a parole - dobbiamo ridere o dobbiamo piangere? - tutti vogliono, i primi passi in partenza vengono giocati dal “capitalismo verde” che si oppone, con contraddizioni ed intrecci, al “capitalismo fossile” attualmente dominante.

Dentro il “capitalismo verde”, che vede nella riconversione ecologica di produzione e consumi non un freno per la crescita di PIL e profitti, ma piuttosto la nuova forza motrice di essi, possiamo annoverare gran parte della cosiddetta “green economy” .

Circolano oggi termini di moda e dobbiamo imparare a districarci tra essi: green economy, appunto, poi: economia circolare, blue economy, bioeconomia, collegati al concetto di “sviluppo sostenibile”.

Poi c’è il filone della “critica allo sviluppo” tout court che si aggancia al concetto di “decrescita” più o meno felice: molto spesso si tratta di una mera critica culturale al consumismo che non arriva a mettere seriamente in discussione la “legge del valore” nella misura in cui nega le sue forti basi materiali.

La stessa legge va tenuta presente quando si sostiene che una spinta decisa verso il taglio della CO2 emessa, resa necessaria da esigenze di sopravvivenza, dovrà per forza scardinarla (ad avviso dello scrivente non però abolirla ma ridimensionarla e ridefinirla): per non cambiare il clima bisognerà alla fine cambiare sistema, anche se in modo non del tutto coincidente con quanti pensano all’alternativa ecosocialista in termini continuisti rispetto alle tradizionali elaborazioni marxiste.

Le radici della quale le possiamo ritrovare addirittura in Marx se teniamo ad esempio presente questo passo del terzo libro – incompiuto- del Capitale: “La libertà […] può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa”.

Così lo commenta – il passo - Marco Zerbino nella sua recensione ad un libro di Daniel Tanuro, studioso ecologista belga, “L’impossibile capitalismo verde. Il riscaldamento climatico e le ragioni dell’eco-socialismo” (Alegre, Roma 2011); recensione apparsa su MICROMEGA ON LINE (31 MARZO 2011):

“ Per “libertà” Marx intende la possibilità che l’essere umano ha di affrancarsi dal lavoro materiale. Questa viene esplicitamente condizionata alla “regolazione razionale” degli scambi fra l’uomo stesso e la natura. “Razionale”, per Marx, e anche per noi, ha qui evidentemente il doppio significato di “in linea con i progressi della scienza e della tecnica” e di “assennato”, “ragionevole”, tale cioè da non pregiudicare il futuro della natura stessa né quello, in essa, dell’essere umano. Tutto ciò, sembra chiaramente alludere all’idea, propria dell’ambientalismo più serio e consapevole, che il progresso tecnologico non è qualcosa da incensare o da demonizzare a seconda dei casi, ma semplicemente da svincolare dalla legge del valore, per metterlo al servizio dello sviluppo (che non è sinonimo di crescita economica) del genere umano nel rispetto dei limiti naturali“.

Secondo l’autore recensito, citiamolo ancora, Tanuro, l’alternativa socialista sarebbe l’unica possibile, ma andrebbe esplicitamente ridefinita in senso ecologico. Provocatoriamente, Tanuro sostiene che non si tratta di “comprendere l’ecologia nel socialismo, ma di integrare il socialismo all’ecologia”. In termini marxisti, ciò implicherebbe che, oltre all’ostacolo del profitto, ci sarebbe da rimuovere anche quello dell’accumulazione, ovvero della tendenza del sistema alla crescita economica illimitata e al crescente consumo di risorse. Per venire definitivamente alle prese con la crisi ecologica, non sarebbe sufficiente sottrarre l’economia e la produzione alla dittatura del profitto: bisognerebbe anche rivedere tutta una serie di consumi, collettivi e individuali, per diminuire considerevolmente la quantità di energia necessaria a far marciare il sistema. Ciò sarebbe particolarmente evidente, sostiene Tanuro, nel caso del riscaldamento globale.

5-Nella transizione alla società mista e regolata mercato+dono, per l’ecosocialismo alla Ocasio-Cortez, un ruolo fondamentale lo giocherà il Green New Deal

È da qualche tempo che lo slogan risuona in giro, ma il Green New Deal ha finalmente preso sostanza: la democratica Alexandria Ocasio-Cortez, 29enne rappresentante “sanderista” del distretto di New York al Congresso, ha presentato formalmente (7 febbraio 2019) il suo piano per rendere verde l’economia statunitense e “combattere l’ingiustizia socio-economica lottando al tempo stesso contro i cambiamenti climatici”.

La nostra politica d’assalto, proveniente dalla palestra di “Occupy Wall Street” (uno dei movimenti che nel mondo prese ispirazione da “Indignatevi!” di Stéphane Hessel), ribatte al negazionismo di Donald Trump, convinto che “i cambiamenti climatici sono una invenzione dei cinesi” (sic!). Al contrario, la profonda convinzione di questa combattiva deputata “ecosocialista” è che essi costituiscano anche una “minaccia diretta alla sicurezza nazionale”, tale da richiedere misure urgenti e straordinarie.

Il Piano della Ocasio-Cortez punta subito ad un consistente abbattimento delle emissioni – dal 40 al 60% - di CO2 (entro il 2030) e si dà l’obiettivo di una “economia carbon neutral” entro il 2050. Per centrare l’obiettivo la conversione dalle fossili alle rinnovabili deve essere graduale (bisogna essere consapevoli che durante la transizione non tutta la domanda energetica potrà essere soddisfatta dalle FER) ma integrale e completa. La trasformazione dell’economia, inoltre, non può rinunciare all’applicazione del principio “chi inquina paga”, ovvero senza l’associazione di un prezzo alle emissioni di CO2 (la cosiddetta carbon tax).

Secondo quanto scritto nel documento, presentato da Ocasio-Cortez a Washington con il senatore Ed Markey, il governo federale deve impegnarsi a ridurre l’aumento della temperatura perché è suo dovere assicurare a tutti i cittadini “aria salubre, acqua pulita, comunità resilienti, cibo sano e l’accesso alla natura”. Per preservare quest’ultima si suggerisce il coinvolgimento delle comunità indigene, che del resto conoscono meglio di chiunque altro le terre che per primi hanno insediato. Proprio per questo, secondo i promotori del Green New Deal, è fondamentale porre fine alle discriminazioni nei confronti dei nativi, ma anche dei neri, dei migranti, dei più poveri, dei disabili e delle donne. A tutti si devono garantire l’istruzione superiore gratuita, un lavoro – puntando sui green jobs – e l’assistenza sanitaria, riducendo le disuguaglianze a livello economico. Si chiarisce che non si tratta di aspetti “fuori tema” perché il cambiamento climatico è visto come una delle principali cause scatenanti delle varie forme di ingiustizia che stiamo vivendo.

I punti avanzati sono veramente importanti: la lotta alle emissioni di gas serra viene estesa a tutti i settori industriali (da quella chimico siderurgica a quella agricola) e incentivata capillarmente anche da misure a sostegno dell’azione delle singole famiglie; viene ribadita la necessità di garantire libero accesso all’acqua potabile per tutti; sono annunciati investimenti per potenziare una rete “smart” di distribuzione dell’energia elettrica il cui fabbisogno dovrà essere soddisfatto integralmente da fonti pulite, rinnovabili e a zero emissioni; sono previste misure per l’edificazione di nuove costruzioni edilizie che rispettino elevati standard di sostenibilità e per un upgrade ecologico dei fabbricati esistenti; in tema di trasporti decisamente promosso il trasporto pubblico, la costruzione di una rete di approvvigionamento elettrico e la produzione di veicoli sostenibili. Anche la cooperazione internazionale deve giocare un ruolo rilevante sulla base del dialogo di mutuo vantaggio con partner esteri, nel desiderio di porre gli Stati Uniti come leader mondiali nella lotta al cambiamento climatico.

Il Green New Deal, a bene esaminarlo, sembra una dichiarazione politica più che una serie di misure concretamente attuabili (non è dettagliato nel cronogramma né presenta stime precise degli investimenti e dei costi); per di più, ad essere realistici, non diventerà legge finché il Senato sarà in mano ai repubblicani e Trump resterà presidente, vale a dire almeno fino al 2020. Tuttavia, si tratta di una proposta storica che porrebbe la tutela dell’ambiente e l’inclusione sociale, ritenute indispensabili per il futuro della nazione, fra le priorità dell’esecutivo. La sua forza e la sua popolarità hanno acceso il dibattito negli Stati Uniti, permettendo alle tematiche della economia sostenibile di farsi nuovamente largo fra cittadini e legislatori.

Sicuramente l’implementazione del piano richiederebbe un investimento colossale (secondo i critici repubblicani, 2.000 miliardi di dollari!), chi l’ha ideato non lo nasconde affatto. L’intenzione sarebbe quella di seguire la Teoria della moneta moderna secondo cui la moneta è “creatura dello Stato” che pertanto può spendere senza prima avere incamerato gettito fiscale, impiegando tutte le risorse necessarie a incrementare l’attività economica e l’occupazione.

Non si sa se l’opposizione riuscirà in qualche modo a farsi valere in questa legislatura o se Trump continuerà indisturbato a impiparsene dell’ambiente pompando le fossili come se nulla fosse. Quel che è certo, però, è che 8 americani su 10 (l’America alla base è di sinistra, ci ricorda Michael Moore nel suo Fahrenheit 9/11) sono a favore del Green New Deal. Le centrali a carbone chiudono una dopo l’altra. Le donne, gli indigeni e le minoranze si stanno già facendo sentire, da Ocasio-Cortez ai membri della comunità LGTB che come lei sono stati eletti al Congresso, fino ai nativi americani che ogni giorno lottano per fermare lo sfruttamento del territorio e custodire la Madre Terra.

Non dobbiamo nemmeno dimenticare l’impegno degli Stati e dei Comuni, con in prima fila la California. Alla COP di Katowice la presenza disturbante ma ufficiale del governo federale ha però limitato l’ambizione del governo di Sacramento di presentarsi come il rappresentante di tutta la “vera” America.

Siccome gli Usa sono molto spesso il laboratorio di nuove politiche a livello mondiale, occorrerà seguire con attenzione lo sviluppo del Green New Deal, a prescindere dall’iter parlamentare immediato: non solo sarà molto probabilmente nel programma del prossimo candidato democratico nel 2020, ma potremmo trovarlo declinato anche in una versione italiana, si spera non dai soliti annusatori superficiali ed inattendibili delle formule di moda.

Per scaricare la risoluzione della Ocasio-Cortez andare alla URL: https://apps.npr.org/documents/document.html?id=5729033-Green-New-Deal-FINAL

6.- Il Green New Deal è una intuizione dei Verdi europei che lanciarono la proposta nel 2008

La copresidente del Partito Verde Europeo Monica Frassoni ci ricorda sul quotidiano il Manifesto (26 febbraio 2010 ) che furono proprio i Verdi europei a lanciare per primi, nel 2008, la proposta del Green New Deal.

I Verdi del Parlamento europeo commissionarono un rapporto all’Istituto Wuppertal per analizzare il potenziale economico e occupazionale di una politica europea basata su tutela e protezione dell’ambiente e sviluppo ecosostenibile.

Si elaborò un piano di azione per la UE capace di consolidare le attività eco-innovative già esistenti, aumentando la qualità e il raggio d’azione delle sue politiche ambientali: un New Deal verde che, in analogia con il famoso piano di rilancio economico del presidente statunitense Franklin D. Roosevelt, traesse impulso da una visione di modernizzazione ambientalista dell’economia e creasse al tempo stesso milioni di posti di lavoro.

Il Rapporto, intitolato A Green New Deal for Europe. Towards a green modernization in the face of crisis, è ancora scaricabile alla URL: http://www.greens-efa.org/cms/default/rubrik/16/16475.documents

Nel 2013 la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, raccogliendo l’idea, lanciò il Green New Deal per l’Italia, ponendolo a tema del meeting di Primavera in preparazione di Ecomondo a Rimini, ospitanti gli Stati generali della Green Economy

(Si vada su: https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/un-green-new-deal-litalia/)

Diem 25 di Yanis Varoufakis rilancia oggi un nuovo Green New Deal per l’Europa.

(Si vada su: https://diem25.org/wp-content/uploads/2019/02/Green-New-Deal-per-lEuropa-bozza-iTA.pdf)

Segnalo che sta per uscire nelle librerie, per le Edizioni Ambiente, un volume a cura di Edoardo Zanchini, Mauro Albrizio, intitolato: “Un Green New Deal per l'Europa - Le idee e le sfide per rilanciare il progetto europeo”

Per l’Italia è da segnalare il recentissimo rapporto della Fondazione per lo sviluppo sostenibile realizzato con gli economisti di Cles Srl.

Le misure per raggiungere 5 obiettivi green (su clima, energia, città, rifiuti, trasporti) attiverebbero circa 190 mld di investimenti con circa 682 miliardi di aumento della produzione e 242 mld di valore aggiunto, creando circa 800.000 nuovi posti di lavoro al 2025.

(Si vada su: https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/misure-ambientali-far-ripartire-economia-e-creare-800-000-posti-di-lavoro/ )

Per quello che riguarda le competenze e le possibilità del sottoscritto, non vedo, al momento, che proporre al gruppo di lavoro di cui faccio parte, SI’-AMO LA TERRA, nato nell’ambito più globalmente riflessivo delle resistenze territoriali, una serie di spunti di ricerca sulla base del materiale sopra elencato, da studiare e vagliare collettivamente.

Si tratta sostanzialmente di chiedersi (possibilmente rispondendosi!) se le speranze di un’altra Europa hanno ancora possibilità attingibili di realizzarsi e se esistano spazi, dentro la tenaglia dei Trattati “austeri”, per incardinare politiche che vadano nel senso indicato dall’americana Ocasio-Cortez: collegare, a livello continentale, giustizia ambientale e sociale in un ecosviluppo che, nel perseguire una economia di pace, creando occupazione “verde”, riduca fortemente le disuguaglianze e le crescenti divergenze tra regioni “centrali” e “periferiche”, in particolare nei paesi del Sud e dell’Est Europa.

Su IL SOLE DI PARIGI n. 2 (gennaio-aprile 2019) ho scritto un editoriale “da europeo” che provo a riassumere:

“Da altermondalisti convinti, nella nostra visione di una cittadinanza globale, all’insegna dei valori della “comune umanità” e della “terrestrità”, ci sentiamo anche “europei” e siamo quindi interessati alle elezioni continentali che si terranno il 26 maggio prossimo. Vorremmo però chiarire che intendiamo rapportarci a questa importante consultazione non con l’ottica nazionalista del “prima gli italiani”: al limite, il nostro motto potrebbe essere “SI’-AMO L’EUROPA”, ma avendo ben chiaro il rifiuto delle montanti pulsioni identitarie ad excludendum. Ci interessano le politiche dell’Unione Europea per la costruzione di un’alternativa che non sia parametrata particolaristicamente sugli “interessi degli italiani” ma sui sogni di una comunità continentale da costruire, cementata dalla volontà di perseguire un mondo fondato sulla forza del diritto e dei diritti, non sul diritto della forza. Non crediamo si tratti di una utopia campata per aria perché, per cominciare, condividiamo la prospettiva indicata dall’economista Yanis Varoufakis, ex ministro delle finanze greco all’inizio del governo Tsipras, fondatore del Movimento per la democrazia in Europa (DiEm25): non dobbiamo considerare l’Unione Europea, come facevano i romantici nazionalisti dell’Ottocento con l’Impero austro-ungarico, “la prigione dei popoli”, una “gabbia” irriformabile da cui è impossibile uscire. Riteniamo invece che siano possibili proposte concrete di vera trasformazione persino nel quadro dei trattati esistenti e con gli strumenti esistenti. E non solo nel campo strettamente economico, dove potremmo riorientare il ruolo di MES, BEI e BCE per “investire, tra il 2019 e il 2023, 2.000 miliardi di euro in tecnologie verdi” (sempre Varoufakis).

La forza politica che, partendo da questo approccio ideale e culturale, e da questa lungimiranza tattica, eventualmente potrebbe riscuotere la nostra fiducia ed il nostro voto (non necessariamente l’alleanza in cui andrà o non andrà a confluire DiEm 25), non dovrebbe perciò presentarsi come “avvocato del popolo italiano”, caso mai come “avvocato del (dimenticato e bistrattato) popolo europeo”, inteso come entità tendenzialmente unitaria, pur se plurale. Vorremmo allora che, da questo punto di vista, fossero messe in campo proposte, priorità chiare portate da persone legate a movimenti di base che descrivono non tanto un ambito identitario ma un campo di azione e di mobilitazione di grande respiro - la resistenza umana a ciò che minaccia la sopravvivenza del Pianeta - che può e deve essere articolato e composito, ma anche coerente”.

Questa la conclusione dell’editoriale:

“ La sinistra italiana (appare) condannata alle ripetute sconfitte e sempre di più all’irrilevanza strategica. Fortunatamente sembra che a rianimarla e a riconfigurarla potrà pensarci il nuovo movimento mondiale dei “Fridays for Future”, che nasce dalla 15enne attivista Greta Thunberg, la svedesina che ha protestato contro l’indifferenza verso i cambiamenti climatici presentandosi, armata di cartelloni, tutti i venerdì davanti al Parlamento di Stoccolma. La protesta dei “ragazzini”, come si suol dire, sta diventando “virale” ai quattro angoli del globo, avrà un momento di coagulo nella giornata del 15 marzo (sciopero globale per il clima); ed è lì a ricordare a tutti gli “adulti”, in modo trasversale, una cosa semplicissima: lo sconvolgimento ecologico è in corso, è già micidiale e non c’è più nessuna scusa per pensare solo alle minuzie localistiche, non è più tempo di rinvii e traccheggiamenti con le lobby del fossile (e del militare, aggiungiamo noi). Il tempo di agire per mettere al bando le fonti fossili è adesso e l’accordo di Parigi del 2015 ci dà la base giuridica internazionale per esigerlo.

15 marzo degli studenti, 23 marzo delle resistenze territoriali, 4 aprile contro le basi NATO dei no WAR e dei disarmisti: è possibile una unificazione delle scadenze e delle lotte, un “movimento dei movimenti” che proceda verso una meta comune di giustizia ambientale e sociale? Su questa prospettiva di gemellaggio politico e di convergenza culturale la rivista “IL SOLE DI PARIGI” si sente fortemente impegnata”.

Il numero 2 della rivista è scaricabile alla URL: https://www.ilsolediparigi.it/sampl...

  1. Un appello per l’emergenza climatica: si spera che traini anche la consapevolezza dell’emergenza nucleare

Proseguo il mio intervento segnalando che è possibile sottoscrivere on-line un appello perché il governo dichiari lo stato di emergenza climatica che recepisce la principale istanza del movimento giovanile dei Fridays For Future :

Il cambiamento climatico causato dalle attività umane incombe come una spada di Damocle sulla nostra testa: siamo nel bel mezzo di un incendio climatico, che - intrecciato con la minaccia nucleare e della corsa agli armamenti - rischia di compromettere irreparabilmente l'ecosistema terrestre e la nostra stessa sopravvivenza.

Noi, le promotrici e i promotori della presente iniziativa, non vogliamo lasciarci passivamente trascinare nel baratro mortale verso il quale il sistema dell'accumulazione illimitata - per il profitto e la potenza - ci sta orribilmente spingendo giorno dopo giorno!

Appoggiamo lo sciopero mondiale degli studenti, le lotte della nuova generazione che, prendendo sul serio i rapporti della comunità scientifica mondiale, ha capito che non c'è più tempo, che adesso è il momento di agire per garantirsi un futuro (e per conservare il senso della storia umana sulla Terra)!

Ecco perché noi, cittadine e cittadini firmatari del presente appello ,

CONDIVIDENDO CON I GIOVANI "RISVEGLIATI" LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CRISI CLIMATICA,

chiediamo in primo luogo al Governo, ma anche alle Regioni e ai Comuni italiani di:

  1. Dichiarare lo stato di emergenza climatica. Non intesa - tale emergenza proclamata - come attribuzione di poteri giuridici eccezionali bensì come assunzione di responsabilità politica con straordinaria determinazione e focalizzazione di impegno;
  2. Considerare, di conseguenza, a partire da subito, la lotta al cambiamento climatico e la transizione a un’economia sostenibile (il Green New Deal) come la priorità del presente e dei prossimi anni;
  3. Fissare l'obiettivo, suggerito dall'IPCC, di abbattere del 50% le emissioni di gas serra rispetto all’epoca preindustriale entro il 2030, per raggiungere ZERO emissioni nel 2050; 

4- trovare le risorse, in primo luogo dalla cancellazione degli incentivi alle fonti fossili, quindi dal risparmio sugli armamenti: usiamo le forze della difesa (di protezione civile e disarmate dei modelli alternativi di difesa!) come energie per la salvaguardia dei territori e per l’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici;

5- escludere in tutte le sedi l'opzione nucleare tra possibili soluzioni al cambiamento climatico, con ciò ribadendo la volontà del popolo italiano espressa nel voto referendario del 2011;

  1. Attuare i piani di transizione climatica secondo i principi di: - Equità: i costi della transizione non devono gravare sulle fasce più deboli della popolazione; le istituzioni devono impegnarsi a riqualificare i lavoratori attualmente impegnati in settori incompatibili con la transizione; - Democrazia: le istituzioni si impegnano a coinvolgere attivamente cittadini e associazioni nel processo di individuazione delle criticità ambientali locali, e di pianificazione, attuazione e supervisione della transizione, attraverso tavoli di confronto e di dibattito pubblico; - Trasparenza: le istituzioni si impegnano a pubblicare rapporti periodici sui progressi fatti nella riduzione delle emissioni e nella risoluzione delle criticità ambientali locali.

Come dice la giovane svedese Greta Thunberg, la cui disobbedienza civile è all'origine della rivoluzione in corso per la speranza GLOBALE:

"Vogliamo che agiate come se la nostra casa fosse in fiamme. Perchè lo è”.

Per firmare: https://www.petizioni.com/dichiarazione-emergenzaclimatica

 

  1. Cosa possiamo imparare dall’”uragano Greta” nella lotta antinucleare?

Venendo ora alle conclusioni, mi sembra importante che si rifletta su questo punto: cosa possiamo apprendere dal successo di Greta Thunberg che possiamo forse riversare e riproporre nella lotta antinucleare?

La nostra giovanissima attivista, aiutata o meno da esperti di marketing mediatico, è riuscita ad indurre nel grande pubblico il senso dell’emergenza, dell’urgenza, della minaccia incombente.

Ma la minaccia nucleare non è forse altrettanto presente, pesante ed imminente di quella climatica?

Greta, per la minaccia climatica, usa nel suo libro la metafora della casa che brucia e del muoversi subito per spegnere l’incendio che può diventare incontenibile e far crollare l’intero edificio (così come rischiava di succedere per Notre Dame).

Forse la minaccia nucleare, con la guerra che può essere scatenata persino per caso o per errore, è ancora più spaventosa: può uccidere tutti nel giro di attimi, mentre al collasso climatico per spacciarci servono almeno 100 anni.

La metafora che possiamo usare nel caso della minaccia nucleare è quella della fuga di gas da un tubo guasto (o lasciato aperto) che può fare esplodere il nostro condominio.

Se allora usassimo le parole ed i toni di Greta dovremmo fare il seguente discorso al pubblico:

Non vogliamo la vostra speranza.
Non vogliamo che siate ottimisti.
Vogliamo che siate in preda al panico.
Vogliamo che proviate la paura che noi proviamo ogni giorno.
Vogliamo che agiate come fareste in un’emergenza.
Vogliamo che agiate come se la nostra casa comune fosse impregnata di gas letale a causa del rubinetto della “deterrenza” che abbiamo lasciato aperto.

Perché lo è.

Muoviamoci subito, agiamo, andiamo ad aprire le finestre e a chiudere i rubinetti: disarmiamo adesso!

Di cosa difettiamo per essere credibili come Greta pur avendo dalla nostra parte la verità fattuale di una condizione terrificante?

La voce dell’innocenza che emana da Greta (la bambina che grida che “il Re è nudo!”) sicuramente ci manca e su quella possiamo metterci una croce sopra.

Ma la determinazione, l’ostinazione, il coraggio di una testimonianza civile permanente quelle possiamo trovarle.

Perché non piazziamo una tenda davanti ai palazzi del potere e non cominciamo a digiunare a staffetta per diffondere, netti e diretti, il nostro allarme?

In fondo, in cambio della proclamazione dell’emergenza nucleare, non abbiamo che da perdere il nostro personale futuro: un prezzo tutto sommato piccolo se si tratta di scongiurare l’annientamento dei tempi (il presente, il passato, il futuro) che coinvolge tutti.

Parole chiave: pacepeacelinkemergenza climanuclearedisarmonavarraicanfff
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