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I ritardanti di fiamma inquinano l’ambiente e le nostre case per anni

Marta Venier misura i livelli dei composti chimici nell’ambiente, studiando quelli tossici per gli ecosistemi e gli esseri umani

di Luisa Alessio

ritardanti di fiamma sono sostanze chimiche aggiunte a molti materiali per prevenire o rallentare la formazione di un incendio. Vengono usati dagli anni ‘70 e si trovano in molti prodotti di consumo e industriali. Dai tappeti alla gommapiuma dei divani e sedie, dai dispositivi elettronici (computer, televisori, elettrodomestici) ai cavi elettrici e materiali da costruzione.

Molti ritardanti di fiamma sono stati ritirati dal mercato e non si possono più produrre. Tuttavia non si degradano facilmente. Una volta immessi nell’ambiente sono estremamente persistenti e vi possono rimanere per anni. Sono stati associati a un’ampia gamma di effetti tossici,interferiscono con il sistema endocrino e con il sistema immunitario e hanno un impatto negativo sulle funzioni neurologiche.

Marta Venier, la nuova protagonista della nostra rubrica Ricercando all’Estero, lavora alla School of Public and Environmental Affairs dell’Indiana, negli Stati Uniti, e si occupa di misurare i livelli dei ritardanti di fiamma nell’ambiente (aria, acqua, suolo), negli animali (pesci, aquile, cani, gatti) e negli esseri umani.

Quali sono i ritardanti di fiamma più comuni?

Quelli classici sono i PBDE (eteri di difenile polibromurato), ritirati dal mercato statunitense nel 2004 ma sostituiti da una miscela chiamata Firemaster 550, molto simile dal punto di vista chimico. La lobby di questi prodotti è pazzesca: quando noi chimici troviamo un certo composto nell’ambiente si fanno studi tossicologici e, dimostrato che è nocivo per la salute, l’industria lo ritira dal commercio. Purtroppo in brevissimo tempo viene rimpiazzato da un altro composto, molto simile al primo ma magari con un atomo diverso nella molecola di partenza così da sfuggire ai rilevamenti. Le caratteristiche tossicologiche rimangono le stesse quindi noi riprendiamo i controlli nell’ambiente e il ciclo riparte, oggi in maniera sempre più veloce.

La tecnica che usiamo per analizzare i ritardanti di fiamma è la gascromatografia-spettrometria di massa o GCMS che permette di misurare livelli molto bassi, addirittura parti per milione. I nostri dati vengono usati per valutare gli effetti sulla salute, ambientale, animale e umana, e per aiutare i legislatori a regolamentare certi prodotti. L’ambiente risponde in modo estremamente lento alle leggi e alle scelte di mercato, alcuni ritardanti eliminati dalla produzione negli anni ‘70 vengono tuttora misurati in maniera consistente.

Che tipo di campioni raccogliete?

Il progetto più grande a cui stiamo lavorando riguarda i grandi laghi degli Stati Uniti. Abbiamo 5 siti per i rilevamenti dell’aria e raccogliamo campioni ogni 12 giorni: dal 1991 a oggi abbiamo recuperato milioni di dati su oltre 100 composti chimici diversi, all’inizio principalmente sui pesticidi storici come il DDT, il lindano o i PCB (policlorobifenili), nel 2005 sono arrivati i ritardanti di fiamma come i PBDE. In particolare, ci si è focalizzati sui composti organici alogenati contenenti cloro o bromo, i cui livelli nell’ambiente sono strettamente correlati alla popolazione: più gente c’è, maggiore è la concentrazione, indipendentemente dal ritardante considerato. Il motivo più probabile è che sono tutti prodotti associati ad attività umane.

Per avere una visione più globale dell’ecosistema dei grandi laghi, siamo andati a guardare gli stessi composti nelle aquile, simbolo degli Stati Uniti e a rischio di estinzione negli anni ‘70. Si è scoperto che il principale responsabile era il DDT, a causa del quale i becchi non si sovrapponevano più, quindi le aquile non riuscivano a prendere il cibo, e le uova erano troppo sottili e si rompevano prima di concludere la maturazione. Il DDT è stato bandito e la popolazione di aquile ha cominciato a riprendersi, ma non in modo florido come ci si aspettava probabilmente perché nell’ambiente erano rimasti altri composti in grado di rallentare la ripresa del numero di animali nei nidi e del numero di nidi. Sono stati analizzati sia il sangue sia le uova delle aquile ed è emerso che, seppure a livelli non alti, c’era un bioaccumulo di ritardanti di fiamma.

E per quanto riguarda gli esseri umani?

Se i livelli di questi composti nell’ambiente sono alti, quelli indoor sono altissimi. Ho fatto uno studio sulla presenza di ritardanti di fiamma nell’aria e nella polvere all’interno di 63 case (tra Bloomington, Toronto e la Repubblica ceca): tra queste c’era anche casa mia e quando è emerso che per un certo composto i livelli erano molto alti, l’ho associato al fatto che avevo appena comprato un televisore LCD a schermo piatto. Da qui ho cominciato a interessarmi all’esposizione quotidiana a queste sostanze in ambienti indoor: per monitorare i composti più grandi usiamo opportuni filtri per raccogliere la polvere dall’aspirapolvere, mentre per quelli più piccoli usiamo campionatori simili a piccole insalatiere con dentro un disco di gomma piuma che lasciamo in posizione per 1 mese.

Per capire a quanti di questi composti siamo veramente esposti, cioè non solo quali sono presenti nell’aria ma quanti ne respiriamo e quanti arrivano al nostro corpo, abbiamo usato dei braccialetti di silicone. Sono perfetti campionatori passivi, non invasivi, economici e permettono di lavorare su grandi numeri; le persone dovevano tenerli per 7 giorni senza toglierli, indipendentemente da quello che facevano.

Che tipo di sostanze si accumulano sui braccialetti?

Riusciamo a raccogliere una quantità di composti chimici impressionante e ad avere un’istantanea dell’esposizione di ognuno di noi a una serie di sostanze. L’ipotesi è che parte di quello che si trova sul braccialetto si trova anche nel nostro corpo, perché come si accumula sul silicone così si deposita sulle mani e può venire assorbito dalla pelle. Ci sono diversi studi che hanno dimostrato una correlazione tra quello che viene ritrovato su braccialetto e quello che si trova nel sangue e nelle urine.

Nella comunità scientifica c’è un grande fermento per l’assorbimento percutaneo perché è il pezzo mancante dell’esposizione a questi composti. Secondo il modello di base, l’esposizione avviene principalmente per ingestione (sei quello che mangi) e solo nel tempo si è aggiunta l’inalazione. I braccialetti di silicone vanno studiati un po’ di più per capire quale esposizione rappresentano, ma hanno un potenziale molto grande.

Quali sono le prospettive future del tuo lavoro?

Sono molto interessata all’esposizione personale a questi composti, ho sempre cercato di fare un tipo di ricerca che avesse un impatto sulla nostra vita e non fosse solo astratta.

Su grande scala, nel ciclo di composti che entrano ed escono dal commercio, abbiamo cominciato a lavorare sulle sostanze a base di fluoro, anch’esse con effetti tossici: sono molto comuni, si trovano nelle padelle antiaderenti, nel teflon, nello scotchgard (ndr trattamento antimacchia e antipioggia). I composti più famosi sono il PFOS (acido perfluoroottansolfonico) e PFOA (acido perfluoroottanoico).

 

Nome: Marta Venier
Età: 42 anni
Nata a: Trieste
Vivo a: Bloomington (Indiana, Stati Uniti)
Dottorato: scienze ambientali (Stati Uniti)
Ricerca: biomonitoraggio di inquinanti organici persistenti
Istituto: School of Public and Environmental Affairs, Indiana University (Bloomington, Stati Uniti)
Interessi: cucinare, le mie figlie, viaggiare
Di Bloomington mi piace: è molto tranquilla
Di Bloomington non mi piace: è isolata e molto piccola
Pensiero: Better to ask for forgiveness than permission. (Ron Hites)

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Questo articolo è stato pubblicato qui

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