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Guantánamo, dopo 17 anni prosegue lo scempio dei diritti umani

L’11 gennaio 2002 il primo di 779 sospetti terroristi entrò a Guantánamo Bay. Da allora, il centro di detenzione militare statunitense in territorio cubano è diventato il simbolo di un sistematico attacco ai principi fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani.

Aperto sotto la presidenza di George W. Bush, non chiuso nonostante le promesse da Barack Obama, rivendicato orgogliosamente da Donald Trump, colui che sostiene che la tortura sia accettabile, il centro di Guantánamo è destinato a rimanere aperto, almeno finché ospiterà detenuti.

Nonostante sotto le ultime tre amministrazioni siano stati rilasciati quasi 750 prigionieri (circa 500 sotto Bush, 242 sotto Obama e uno sotto Trump), a Guantánamo ne restano ancora 40, tutti detenuti da oltre 10 anni.

Per cinque di loro è stato approvato il rilascio (nel caso di Toffiq al-Bihani da ben nove anni!) ma l’amministrazione Trump non si fida a rimandarli nel paese di origine o non trova un paese disposto ad accoglierli.

Altri 26, invece, considerati troppo pericolosi, sono destinati a rimanere reclusi a tempo indeterminato senza accusa né processo.

Guantánamo è l’esempio più evidente del fallimento delle politiche anti-terrorismo basate sulle leggi eccezionali e sulla violazione dei diritti umani.

Dall’11 settembre 2001 i tribunali ordinari federali statunitensi hanno condannato per terrorismo oltre 660 persone, le commissioni militari che operano a Guantánamo solo otto.

Non si può proprio dire, dunque, che Guantánamo sia stato lo strumento migliore per assicurare giustizia ai sopravvissuti agli attacchi alle Torri gemelle e ai parenti delle vittime.

In compenso, al “contribuente americano”, Guantánamo sta costando 445 milioni di dollari all’anno, oltre 10 milioni di dollari a detenuto. Tenere un detenuto in una prigione federale di massima sicurezza costa 78.000 dollari all’anno.

Soldi buttati, che avrebbero potuto essere investiti in serie politiche di sicurezza senza sacrificare i diritti umani.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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