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Grecia: le voci delle donne rifugiate nei campi a rischio di violenza

In un nuovo rapporto Amnesty International ha raccolto le voci di oltre 100 donne e ragazze che dal marzo 2017 vivono in Grecia, nei campi e in altre strutture di accoglienza di Atene e soprattutto sulle isole del mar Egeo.

Da quando i governi europei hanno chiuso le porte ai rifugiati, le donne sono finite sempre più nelle grinfie dei trafficanti, alla mercé di violenza fisica, verbale e molestie sessuali. Non possono chiamare la polizia o chiedere aiuto a qualcun altro perché sono “illegali”.

Ma l’incubo non cessa quando raggiungono le coste europee. A causa dell’accordo tra Unione europea e Turchia del marzo 2016, coloro che approdano sulle isole greche si ritrovano intrappolati, in condizioni terribili, in campi squallidi finanziati dall’Unione europea.

Il sovraffollamento è arrivato a livelli di crisi: nelle isole dell’Egeo 15.500 persone vivono in cinque campi che potrebbero contenerne solo 6400. Migliaia di persone, molte delle quali con bisogni particolari come i disabili e i bambini, dormono in tende allestite intorno ai campi. La mancanza di servizi igienico-sanitari, le insufficienti forniture di acqua potabile, l’accumulo di rifiuti e la presenza di topi anche di grosse dimensioni sono comuni in tutti i campi.

Numerose donne in stato di gravidanza dormono sul pavimento e hanno scarso, se non nullo accesso alle cure prenatali. A settembre una donna ha partorito in una tenda del campo di Moria senza alcuna assistenza medica.

La mancanza di chiavi per chiudere le porte e la poca luce rendono pericolose attività del tutto normali e quotidiane come andare in bagno, fare la doccia o persino camminare fuori dalle tende di sera.

“Le porte delle stanze delle docce non si chiudono e gli uomini entrano mentre sei dentro. Nei bagni manca la luce. Quando è notte, mi faccio accompagnare da mia sorella o urino in un secchio”, ha denunciato una donna del campo di Vathy, sull’isola di Samo.

Sulla terraferma greca, circa 45.500 migranti e rifugiati vivono in strutture di accoglienza temporanee nelle aree urbane oppure nei campi.

Le condizioni di questi ultimi rimangono precarie: nel 2018 tre campi che erano stati chiusi perché giudicati inabitabili sono stati riaperti a causa della mancanza di altre strutture, senza che le condizioni fossero state migliorate.

Tanto nei campi quanto nelle strutture situate nelle aree urbane, la mancanza di informazioni sufficienti e di interpreti donne pongono grandi ostacoli all’accesso a servizi essenziali, come l’aiuto legale o l’assistenza ai centri per la salute sessuale e riproduttiva.

Le rifugiate in Grecia ce la stanno mettendo tutta per cambiare le cose: si uniscono per dare vita a iniziative di vitale importanza, come la creazione di spazi nelle aree urbane dove le donne e le ragazze possono incontrarsi e accedere a determinati servizi, la ricostituzione di reti sociali e la condivisione di competenze ed esperienze per creare una vita migliore per loro e per le loro famiglie.

Ma questo non basta, e soprattutto non dovrebbero essere le donne rifugiate a cambiare le cose: da qui la richiesta di Amnesty International alle autorità greche di cessare di intrappolare le persone (il 60 per cento delle quali sono, va ricordato, donne e bambini) e all’Unione europea di contribuire a migliorare le condizioni di accoglienza e dare alle rifugiate il sostegno e la protezione urgenti cui hanno diritto.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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