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di Andrea Meccia (sito) venerdì 14 gennaio 2011 - 3 commenti oknotizie
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GoodBye Novecento, Mirafiori ti saluta

IL FUNERALE - Partiamo da una data. Il 15 ottobre del 1980. Era un piovoso mercoledì pomeriggio e nel cinema Smeraldo di Via Tunisi a Torino si celebrò un funerale. E a quelle esequie chi doveva esserci non mancò. C’erano i delegati del “consiglione” di Mirafiori, i vertici della Federazione Lavoratori Metalmeccanici e i segretari di CGIL, CISL e UIL Lama, Carniti e Benvenuto. Lo raccontava con efficacia Gad Lerner, nel suo Operai. Viaggio all'interno della Fiat (Feltrinelli, 1988). Ventiquattr’ore prima, il 14 ottobre, quarantamila quadri Fiat avevano sfilato per le vie di Torino silenziosamente chiedendo la riapertura dei cancelli di Mirafiori, bloccati ormai dal 13 settembre, dopo che la Fiat aveva comunicato l’inizio delle procedure di licenziamento per 14.469 operai. Furono giorni di lotta serratissima. Lama annunciò uno sciopero generale. Berlinguer dichiarò addirittura che il Pci sarebbe stato al fianco degli operai in caso di occupazione dello stabilimento. Ma il bilancio finale fu più duro delle previsioni. Il 25 ottobre, con l'accordo scritto da Cesare Romiti (l’allora Amministratore Delegato Fiat) e firmato dai segretari dei sindacati confederali, furono sospesi dal lavoro ventitremila operai. Sono passati trent’anni e Romiti oggi non definisce quell’accordo una vittoria «perché l’esito fu quello di riportare i sindacati di allora a una situazione di normalità, superando le infiltrazioni terroristiche che stavano nella loro base» e che «non venne per una mia volontà di umiliare il sindacato ma venne perché i capi del sindacato non ebbero la forza di mettere nell’angolo le forze estremiste che avevano al loro interno». Intanto il cadavere andava seppellito. Si consumava così la fine della centralità operaia nell'identità culturale della sinistra e la fuoriuscita della questione lavoro dal dibattito e dalla lotta politica del Paese. 

LA RIESUMAZIONE DELLA BARA - In queste ore a Torino sembra che qualcuno abbia tirato fuori dalla fossa la bara, senza aprirla però. Il corpo è meglio tenerlo lì dentro. Rispetto al 15 ottobre di trent’anni fa chi dovrebbe esserci oggi non c’è e per raccontare questi giorni drammatici e intensi di Mirafiori, giornali e mass-media cercano analogia e parallelismi con il passato. La storia non si ripete, forse i fatti si assomigliano ma paragonare la Fiat di Romiti a quella di Marchionne sembra fuorviante. Quella di Cesare “il romano” era la Fiat che vide morire gli anni di piombo e che spalancò i suoi cancelli al riflusso delle ideologie. In questi giorni, a Torino sono comparse un paio di stelle a cinque punte, una delle quali accompagnata da un poco marxista-leninista «Marchionne fottiti». Ben poca cosa rispetto al passato. Romiti si misurò con un Pci guidato da un leader carismatico e amatissimo come Enrico Berlinguer, i cui figliocci del Partito Democratico latitano maldestramente. Qualcuno strizza l’occhio al manager con il maglione. Qualcuno evita di prendere in mano la patata bollente. Ma i figliocci di Enrico qualunque cosa facciano ormai, la eseguono sempre con uno stile ed una eleganza direttamente proporzionali all'inefficacia della loro azione. Il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero invece va ai cancelli di Mirafiori ma nessuno sembra accorgersene. Fotografi e telecamere a gogò invece per il governatore della Puglia e leader di Sinistra e Libertà Nichi Vendola. Cesare Martinetti su La Stampa lo definisce però «un ufo» e Giovanni Belardinelli invece, sul Corriere della sera, scrive addirittura che «con i tafferugli tra operai che la visita di Nichi Vendola ha indirettamente causato, ci sono pochi dubbi sul fatto che tale visita ai cancelli di Mirafiori sia stata poco opportuna». Stando al tono del suo articolo sembra che Vendola sia andato semplicemente in gita su uno dei luoghi simbolo delle vittorie e delle sconfitte della sinistra italiana e che la voce disperata degli operai (posti di fronte a un ricatto) non sia degna di essere ascoltata da chi politica la mastica per mestiere. Nichi non ha alle spalle il pachidermico Pci e davanti ai cancelli non va con il megafono. Ammette di essere lì «per sentire il clima e capire, per esprimere solidarietà verso un mondo del lavoro sottoposto al danno e alla beffa». Anche il suo semplice atto d’ascolto è un segno dei tempi. Lo scontro fra Marchionne e la Fiom sembra essere così l’ultimo atto da secolo breve fra un padrone che ha allargato l’orizzonte in cui muoversi e una classe operaia divisa, atomizzata, parcellizzata, non rappresentata. Ma il Novecento abbonda di suggestioni, e allora ci si può spingere anche più in là con la memoria ricordando la lotta durissima che condusse negli anni ’50 Vittorio Valletta contro la “sinistra di fabbrica”. La Fiat di allora passò alla storia come la “fabbrica della guerra fredda”. L’obiettivo era contrastare il controllo della fabbrica da parte delle organizzazioni operaie consolidatosi nel periodo di passaggio dal fascismo alla democrazia. L’anticomunista Valletta ci riuscì e in due decenni la Fiat crebbe di venti volte. La Fiat di Marchionne è invece la fabbrica del mercato globale, della competizione internazionale, della minaccia di delocalizzazione come arma di offesa. 


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