Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo ha avuto (quasi) tre adattamenti per tv\cinema:
Il poco conosciuto Vite a perdere (2004) è firmato per soggetto e sceneggiatura da Franco Ferrini, che si tiene ben lontano da teorie del complotto e ben dentro il perimetro di una classica "storia di malavita". Riguardo al rapporto con il romanzo di De Cataldo direi, in termini neutri, che Vite a perdere, pur non essendo un vero adattamento, non potrebbe essere stato realizzato senza il romanzo come "materiale preparatorio". Anche con la scelta di Ninetto Davoli per il ruolo di uno dei due fratelli Gemito (qui "Feroci") e con scene ad Ostia che ricordano momenti "elegiaci" di Amore Tossico gli echi pasoliniani del romanzo vengono fatti risuonare, per essere subito attutiti dentro i confini di stile e contenuto propri di una "fiction di Raidue". E la stessa assenza di "misteri politici" mi pare appunto derivare da preventiva autocensura medio-televisiva.
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| Alessio Boni - Pino il Fornaio in Vite a perdere |
Il cast dei giovani criminali costituisce un interessante ponte tra i "già divi" del film di Placido (Rossi Stuart, Accorsi, Santamaria ecc.) e gli "sconosciuti" della serie (Marchioni, Roja), voluti da Sollima proprio per mostrare già sui loro visi la distanza rispetto alla fiction corrente. In Vite a perdere troviamo infatti, a conferma dello status tradizionale, "i volti noti della tv": Alessio Boni (all'apice del successo con La Meglio Gioventù, prodotto, tecnicamente, televisivo), Giampiero Morelli, Simone Corrente, Karin Proia.
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| Kim Rossi Stuart - "Freddo" in Romanzo Criminale |
Romanzo Criminale di Placido è uno straordinario film di genere che dimostra però la manzoniana impossibilità dei "componimenti misti di storia ed invenzione". Se immagino tratti di una vicenda inventata, in un mondo parallelo di finzione narrativa, trovo tutto perfetto nell'oltranza e nell'eccesso: gli attori funzionalmente rappresentati come troppo belli (ricordo un'amica sconvolta dal fatto che "non manca[sse] nemmeno uno dei pppiù bbboni"); la paranoia fantapolitica impeccabile da thriller anni '70 post traumi kennedyani con Robert Redford o la regia di Alan Pakula; la romanticizazzione sociologica del bandito talmente derivativa e al tempo stesso "spontanea" da meritare un posto d'onore in un para-aggiornamento de La Carne, la Morte e il Diavolo di Praz (su tutti giganteggia naturalmente Kim Rossi Stuart, che costruisce il Freddo sulla solida base del suo primo grande ruolo, lo sbandato romano di "buon cuore cattivo"). Il problema è che il film, come il romanzo, costruisce sull'effetto di realtà, anzi sulla dichiarazione esplicita di "realtà vera della Storia" - fatta di Banda della Magliana, criminali fascisti, delitto Moro e strage di Bologna. Come rappresentazione e spiegazione della "storia accaduta" il film mi pare compia un'operazione ideologicamente pericolosa; e pericolosa in primo luogo per l'ideologia del racconto. Placido usa il libro di De Cataldo come una macchina per generare effetti spettacolari, e ci riesce benissimo, ma in questa riduzione tradisce, almeno in parte, il senso di un'opera che pretendeva di raccontare con diversa complessità, e con l'aggiunta di molte necessarie cautele, la "storia vera" (anche se, sia chiaro, nello stesso romanzo di De Cataldo vi è l'origine, se non la prima forma, delle "licenze" di Placido; aggiungo infine che il rapporto tra De Cataldo e Placido è, mutatis mutandis, non dissimile da quello Sciascia e Petri per Todo Modo).
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Vinicio Marchioni - "Freddo" in Romanzo Criminale - La Serie scena: "Ci siete proprio tutti" "Sta banda non si scioglie con un par.." |
Romanzo Criminale - La Serie rifiuta gli schemi di spiegazione finale della realtà corrotta, ovvero il Segreto della Storia che ognuno conosce e sempre sfugge, tanto riciclati da Placido, e riesce nella difficile impresa di trovare una diversa forma di spettacolarità. E' un "romanzo criminale" tutto con le minuscole e riesce ad appassionare in misura, forse, ancora maggiore con una Banda della Magliana che non è più il centro (e se "centro manipolato" ancora meglio) della storia italiana, col Nero non più titano romantico tra karate e libri di Evola, col Freddo non più angelo caduto eppur splendente (nel film di Placido presta persino aiuto alle vittime di Bologna), insomma con luoghi sentimenti e attori programmaticamente non idealizzati, né verso l'alto né verso il basso, con "dietrologie" della Storia frenate e con storie banali feroci di droga che rimangono storie banali feroci di droga.
Sollima sfrutta magistralmente, sebbene forse non condoni, l'attrazione, oggi non più tenuta segreta e autogiustificata con equilibrismi morali, dello spettatore per il "fuorilegge" e la fascinazione per il "patto di sangue", tanto saldo quanto opportunistico, che tiene insieme la banda (versione degradata ma non meno potente della mitologia virile del "pugno di eroi" che sfida ogni avversità, interna ed esterna; nel potente crescendo finale della puntata 4 della seconda serie espressa con le memorabili parole: "sta banda non si scioglie con un par de vaffanculo"). Inoltre la "serialità" dell'impresa consente al regista di presentare con grande sapienza narrativa un tempo e uno spazio di passioni tanto (inevitabilmente) scontate e grigie quanto forti e (inevitabilmente) vitali.
In questo modo il sublime verso il basso si ricrea e l'idealizzazione si spalma sopra il mito contemporaneo della "banale realtà feroce", mentre il culto della violenza viene dal regista criticamente rifiutato e narrativamente confermato. E queste cose, in forma meno grevemente pipponesca, anzi con arte perfetta e gran divertimento, ve le spiega pure l'ottimo Zerocalcare nella sua "Pedagogia".
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| Zerocalcare - Pedagogia |
Nota: sulla Banda della Magliana è disponibile anche il film Fatti della Banda della Magliana (2004), diretto da Daniele Costantini, e ricavato dal suo testo teatraleChiacchiere e Sangue.
Dopo il film di Placido e la serie di Sollima si sono ovviamente moltiplicati pure i documentari più o meno narrativi, come La Banda della magliana (2010) di History Channel.
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