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 Home page > Tribuna Libera > Giornalismo un tanto al chilo

Giornalismo un tanto al chilo

 

Risulta perfino difficile raccogliere le idee tanto questo paese è incasinato ed appeso ad un filo.

A distanza di un quarto di secolo, ovvero dalla discesa in campo dell'ex cavaliere Silvio Berlusconi, pensavo che la prestigiosa testata giornalistica guidata da Eugenio Scalfari e fondata da Carlo De Benedetti, ma forse è il contrario, avesse condotto una battaglia contro l'uomo di Arcore nel nome della pluralità di informazione e a difesa dei principi di democrazia contro uno strapotere economico e mediatico.

 L'autentica valanga di accuse e contumelie rovesciate su Silvio, che spaziavano dall' erotomane compulsivo e puttaniero, al delinquente più o meno conclamato, al responsabile di tutte le disgrazie del paese, al portatore di una minaccia mortale per la democrazia, che fine avevano fatto?

Leggevo "con viva e grande soddisfazione" per fare la parodia del Crozza- Napolitano, gli articoli dei grandi giornalisti, a torto o ragione reputati come tali, e pensavo che per fortuna questo paese poteva contare su un sano dissenso in una melma di paraculi genuflessi al potere. 

Sbagliato, niente di tutto questo. In realtà si è e si era trattato di una sorta di scontro, anche con risvolti di carattere giudiziario, tra due poli economico finanziari in lotta tra di loro che poi si è trasformato in una sfida personale tra i due magnati. Una sfida per il potere. In una famosa trasmissione di un paio di anni fa fu lo stesso Eugenio Scalfari ad ammetterlo, quando dichiarò la propria preferenza per Silvio Berlusconi a discapito di Luigi Di Maio. Ma se Silvio era il male assoluto così come ce lo aveva descritto in tanti anni Repubblica, che diavolo poteva avere commesso di così infame un giovanotto dalla faccia anonima, che proveniva da una famiglia della piccola borghesia e che si era buttato a fare lavori umili ma onesti tipo il muratore, lo steward o il cameriere, pur di guadagnarsi da vivere?

Adesso sappiamo che il peccato mortale commesso da Luigi Di Maio era ed è quello di appartenenere ad un movimento politico che sfugge al controllo di chi detiene le leve economiche e finanziarie del paese e quindi detiene anche il potere dell'informazione. Se un movimento - partito, come nel caso del M5S, non è omologabile diventa un pericolo per chi conduce i giochi. Allora d'incanto dopo avere celebrato quel grande "statista" di Rignano sull'Arno che risponde al nome di Matteo Renzi, che tanto ha fatto per distruggere questo paese, guarda la combinazione in una perfetta simbiosi di amorosi sensi con il guru di Arcore, adesso non passa giorno che "giggino" non viene strapazzato dai vari Giannini, Tito, Calabresi e compagnia bella, in una sorta di commiserazione del povero sprovveduto, che sgrammatica i congiuntivi e che rappresenta la personificazione dell'improvvisazione al potere. Non è ancora chiaro se il giudizio complessivo punti più sul citrullo a tutto tondo oppure sul pupazzo di Matteo Salvini . Vuoi dunque metterlo a confronto con giganti intellettuali della politica come Renzi o Gentiloni ? Non sia mai.

Non c'è una denigrazione vera e propria, questo no non si può dire per lo meno nei termini con i quali hanno trattato un certo Berlusconi, piuttosto una sottile e logorante azione al corpo del lettore per sostenere l'impalpabilità dell'uomo e del suo spessore culturale. Una specie di delegittimazione per sfinimento. Quando poi questi grandi giornalisti compaiono in tv o sui talk show, l'azione si ripete puntuale dando la stura a media televisivi come La 7, tanto per citarne uno che ha fatto "dell'informazione politica" o pseudo tale la propria ragion d'essere, nella quale Giannini non manca mai e che nei confronti del M5S e Di Maio in particolare hanno una particolare predilezione al ribasso. E siccome Di Maio, oltre che vice premier di Conte al pari di Matteo Salvini, è anche il referente politico del M5S, nel tritacarne mediatico ci finisce tutto il governo giallo- verde.

Ma non è solo Repubblica, anche il Corriere della Sera, La Stampa, per non parlare dei vari Libero, Il Giornale, il Foglio ecc., non scherzano. Persino Il Fatto Quotidiano, con i vari d'Esposito e Caporale ospiti fissi in tv, ci danno dentro con una virulenza inusuale. Stamani su una emittente televisiva nazionale, credo RAI news 24, mi ha sorpreso una inviata che, a proposito di una dichiarazione del ministro Paolo Savona sul rischio che potesse essere proprio l'Europa a spingere l'Italia fuori dall'euro e quindi sulla necessità di dotarci di un piano B per non farci trovare totalmente impreparati, sintetizzava il tutto con un giudizio sull'uomo che era una via di mezzo tra l'imbecille e l'irresponsabile. Una tizia qualsiasi, di cui non è dato sapere l'autorevolezza nel merito, che sberleffa un signore il cui valore in campo economico è universalmente riconosciuto. 

Ma, a prescindere del giudizio sui singoli componenti di questo screditato governo, non passa giorno che non vengano riportate notizie di scontri al calor bianco tra grillini e leghisti, con il premier Conte nel ruolo di cameriere, Salvini in quello di deus ex machina di tutta l'azione del governo e giggino Di Maio copia sbiadita di quel altro "grande economista" che riponde al nome di Carlo Calenda, che è pur vero che nel merito della questoine ILVA - MITTAL non ha combinato una mazza ma vuoi paragonarlo al povero giggino?

Secondo questa "stampa di fantasia", che inventa turbinosi incontri al vertice tra leghisti e pentastellati puntualmente smentiti dagli stessi, divisioni tra il Tolinelli e il Giorgetti di turno piuttosto che il ministro della difesa Trenta che blocca il solito Salvini a proposito della nave Aliseo della Marina Militare che soccorre i migranti in acque libiche, che ci racconta le opposte visioni nel merito della Flat Tax e del Decreto Dignità in via di approvazione e altre baruffe del genere, tutte ovviamente ufficialmente smentite anche perché gli interessati erano fisicamente assenti all'incontro. Insomma stando ai giornaloni tutto sta per finire nello spazio di qualche mese; forse riusciranno a mangiare il panettone, ma poi il tracollo di questa maggioranza sarà inevitabile.

Così come sarà inevitabile, perché saranno gli italiani in preda ad una crisi di nervi a gridarlo a gran voce, sarà il ritorno di Matteo Renzi, quel fantasioso e scoppiettante personaggio che giurò di tacere per un paio d'anni ma che non chiude la bocca neanche se gli spari. Adesso viene dato come conduttore di un programma televisivo su Mediaset; ma guarda che combinazione!

Insomma una sorta di Jerry Scotti bis, senatore della Repubblica e prima e poi brillante conduttore di un fortunato programma televisivo di intrattenimento su Mediaset. Soltanto che Matteo Renzi è ancora, stando alle voci e dico purtroppo, un senatore della Repubblica in carica e non è dato quindi sapere se può svolgere questo ruolo e contemporaneamente anche quello di anchorman, che senz'altro gli calza più a pennello, e quello di pleni potenziario del PD. Vediamo.

Nel malaugurato caso di tale defezione gli italiani dovranno accontentarsi del suo surrogato Paolo Gentiloni. L'importante comunque è togliersi urgentemente dai piedi sia il povero giggino che il "buffone", ovvero il Salvini secondo Saviano.

 

Commenti all'articolo

  • Di pv21 (---.---.---.55) 13 luglio 19:36

    Antidoto >

    Dopo l’attracco della Diciotti a bordo c’erano 67 migranti “relegati” in attesa dell’esito dell’indagine della Procura su quanto accaduto 5 giorni prima.

    Il Presidente MATTARELLA ha ricordato al Premier CONTE che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente. Come tale non può essere in alcun modo “cooptato” ai fini delle politiche sostenute dal Governo sull’immigrazione.


    E’ lo stesso principio per cui Mattarella non ha voluto parlare con SALVINI delle beghe giudiziarie della “vecchia” Lega.


    Per il Capo dello Stato da salvaguardare è il dettato della Costituzione.

    Di sicuro non può dare peso alle attuali “fortune” della campagna promossa da Salvini contro i paventati rischi (pericoli) legati ai flussi migratori, via mare e via terra.

    Non è solo per il rispetto dovuto alle Istituzioni.

    Alla luce dei problemi reali del paese il presidente Mattarella resta l’unico antidoto contro l’uso smodato di certi slogan di facile presa.

    Dar prova di categorica “fermezza” è spettacolo tipico di un Dossier Arroganza

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