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Giornalismo antimafia: come combattere i clan con una penna

Seminario ad Ostia su come combattere i clan con una penna

Il giornalismo come buona pratica di antimafia sociale. Se n’è parlato nel corso del seminario “Giornalismo antimafia, ovvero come combattere i clan con una penna”, svoltosi lo scorso 24 marzo presso la sala conferenze del Porto Turistico di Ostia. La scelta di questa location non è stata casuale. Si tratta, infatti, di un bene che è stato confiscato all’imprenditore Mauro Balini, ex Presidente della struttura portuale, arrestato nel 2015 dalle Fiamme Gialle perché accusato di associazione a delinquere e di vari altri reati economico-finanziari.

Il corso, organizzato dall’Associazione Antimafia #Noi, ha visto la partecipazione del giornalista di Repubblica Marino Bisso, uno dei soci-fondatori dell’Associazione #Nobavaglio rete degli operatori dell’informazione per la libertà di essere informati, del fotoreporter Alex Mezzenga, animatore del progetto fotografico #Acasaloro realizzato in Somalia ed in altri scenari di guerra, e dei due giornalisti sotto scorta Sandro Ruotolo, volto noto al grande pubblico televisivo, e Federica Angeli, cronista romana di Repubblica impegnata sul fronte della denuncia delle infiltrazioni mafiose nel litorale di Ostia e nell’area metropolitana romana.

Il seminario è iniziato con la presentazione dell’associazione promotrice dell’evento la cui mission, come ha affermato il presidente Massimiliano Vender, è di “promuovere e diffondere la cultura della legalità in ogni angolo del territorio nazionale, costruendo sinergie politico-culturali e organizzative capaci di fare rete. Vogliamo stimolare la società civile attraverso l’educazione alla legalità democratica, con la realizzazione di progetti culturali nelle scuole e nel mondo del lavoro”.

L’intervento di apertura è stato di Federica Angeli che, in qualità anche di presidente onorario di #Noi, ha ripercorso la sua lunga azione di contrasto “a mano disarmata” ai clan di Ostia. “Il giornalista che si occupa di vicende mafiose – ha detto Angeli – ha il dovere di informare e di smuovere le coscienze senza aver paura, come avviene normalmente in questi casi, di essere descritto come un mostro che, pur di soddisfare la propria bramosia di successo e di notorietà, è disposto ad infangare il buon nome di una località, danneggiandola economicamente”. “Il cronista – ha aggiunto – deve conoscere il territorio su cui scrive, e per fare questo non può avere solo contatti istituzionali o con le forze dell’ordine. Per contrastare le mafie è molto più utile, ad esempio, stare nei bar e raccogliere le confidenze di alcune ‘gole profonde’ che spesso forniscono notizie preziose sui clan rivali, con l’intento di danneggiarli”. “Per svolgere al meglio la propria attività – ha concluso Angeli – il giornalista deve anche saper interpretare il linguaggio non verbale delle persone che si intervistano: un’espressione del viso o delle mani può essere molto più eloquente di tante parole”.

Sulla necessità di un giornalismo antimafia realizzato stando sul territorio è intervenuto anche Sandro Ruotolo. “L’inchiesta giornalistica – ha affermato Ruotolo - non nasce a tavolino, ma andando per strada. Il giornalista deve avere la capacità di narrare un territorio, perché la criminalità organizzata è un fenomeno politico e sociale, non di cronaca nera. E’ sul territorio che le mafie entrano in connessione con la società civile, e si relazionano con il potere”. “Per questo – ha concluso Ruotolo - il cronista, come ci ha insegnato il decano del giornalismo d’inchiesta antimafia Giuseppe Marrazzo, deve saper ‘accendere i riflettori’ su un territorio investito dal malaffare, a prescindere dai singoli episodi di criminalità verificatisi nella zona. Il giornalista non è un poliziotto o un magistrato”.

Anche Marino Bisso, caposervizio nella redazione romana di Repubblica, ha sottolineato il forte radicamento sociale delle mafie. “La criminalità organizzata – ha detto Bisso – ha profondi collegamenti con il territorio nel quale vive e si sviluppa, perché non si relaziona solo con i poteri forti politici ed economici. Per questo è indispensabile che il cronista svolga la sua funzione pubblica stando sul territorio, ricoprendo il ruolo di servizio nella ricerca della verità che gli compete”. “Nella sua attività di testimonianza e denuncia dei fenomeni mafiosi – ha concluso - il giornalista deve saper fare rete, creando delle sinergie con tutte quelle realtà, penso ad esempio alle associazioni presenti in questo seminario, che partendo da presupposti diversi convergono nel comune obiettivo di contrastare la criminalità organizzata”.

Per concludere anche Alex Mezzenga ha sottolineato l’importanza dell’inchiesta sul campo. “La mia attività - ha detto il fotoreporter - ha come unico obiettivo quello di testimoniare con le immagini com’è la situazione in tutti quei luoghi, ad esempio nei paesi investiti dalla guerra o da situazioni post-belliche, dove le voci sono facilmente silenziabili e le realtà sempre più difficili da raccontare”. “Alla base del mio lavoro – ha concluso – c’è la possibilità di usare la fotografia come strumento del racconto e del ricordo, perché certi fatti non si dimentichino, ma soprattutto non si ripetano”.

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