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Genova, Ponte Morandi | Un’ondata di sdegno verso i beneficiari delle privatizzazioni

Un’ondata inarrestabile di sdegno sta scuotendo l’Italia, e forse farà pagare un prezzo altissimo a chi ha tentato grottescamente di deviarla contro chiunque avesse in passato osteggiato le Gronde, mobilitando a questo scopo perfino Bernard-Henri Lévy, che ha sproloquiato tempestivamente su “la Stampa” attaccando il M5S con i penosissimi argomenti del PD. Fingendo di non sapere che le Gronde non sarebbero state pronte prima del 2029, e che comunque appartenevano allo stesso genere di “grande opera” costosissima e rovinosa per l’ambiente, come era anche il Ponte Morandi... Di cui dovevano essere complementari, non alternative.

Il senso comune scopre solo ora l’assurdità delle privatizzazioni di servizi essenziali per il paese, con clausole aggiuntive scandalose che affidano il controllo sulla sicurezza agli acquirenti privati, e che prevedono penali elevatissime qualora lo Stato decida di riprendersi quel che aveva ceduto. È vero, le prevedono, ma questo dice solo che da decenni una miserabile classe capitalista pretende e ottiene dallo Stato privilegi di tipo feudale, senza offrire nulla in cambio, e senza meriti acquisiti. Vanno rifiutate non solo in caso di catastrofe per un semplice motivo: le cordate che hanno saccheggiato l’Alitalia, e le tante aziende dell’IRI, da Autostrade all’ILVA alla Cirio e a decine e decine di altre sono finite in mani di “esperti” che lo erano solo nel saccheggio delle risorse pubbliche.

La famiglia Benetton è un esempio da manuale. Maestri nello sfruttamento del lavoro altrui (nella produzione, decentrata subito anche usando il lavoro nero nel Bangladesh o scacciando i Mapuches dalle terre ancestrali nella Patagonia argentina, ma anche nel commercio in franchising, ecc.) si sono puntellati sempre dedicando una grande attenzione alla comunicazione, con o senza Oliviero Toscani. Ma non apportando alla produzione nessuna esperienza acquisita in altri settori.

Ma non c’è tecnica di comunicazione che tenga quando monta un’ondata di disgusto. En passant, per prendere tempo, i rappresentanti della Atlantia che gestisce il patrimonio di famiglia hanno approfittato per concordare la linea di difesa di una festa di Ferragosto a Cortina d’Ampezzo già convocata (con 90 invitati) e che Giuliana Benetton non ha avuto il pudore di disdire. Il risultato è stato pessimo: quando con quattro giorni di ritardo hanno indetto la conferenza stampa per scusarsi di “non essere riusciti a far capire il loro dolore”, hanno continuato ad aggrapparsi alla clausola vergognosa della penale di 20 miliardi, prima di offrire un contributo di soli 500 milioni per le vittime e per la città. Un comportamento vergognoso, che non può scongiurare un’idea che cresce e che è grottesco ignorare solo perché è stata fatta propria anche da questo governo, pessimo ma con buoni sensori capaci di captare i segnali dei mutamenti dell’opinione pubblica: sono i Benetton che devono pagare. Non solo loro, ma intanto loro.

I difensori delle privatizzazioni sui mass media sono tanti, ma sempre più in difficoltà quando lo sdegno arriva a un cardinale conservatore come Bagnasco, e se è il Procuratore della Repubblica di Genova a dirsi sbalordito per l’abdicazione dello Stato che delega i controlli a chi dovrebbe essere controllato.

Ma il discorso non può fermarsi all’esproprio punitivo di questa società (Autostrade o Atlantia che sia) dietro cui sta la famiglia Benetton, che pure sarebbe relativamente più facile da motivare, dato che, quando col gioco delle tre carte si è impossessata di questo gioiello, non aveva nessuna reale esperienza produttiva da accampare. Bisogna affrontare un bilancio di quanto è costato al paese aver regalato l’Italsider-ILVA a Riva, o la privatizzazione della Cirio e di tante altre aziende cresciute col lavoro di tanti operai e tecnici. Senza nascondere però che già parecchio prima della fine del sistema delle partecipazioni statali era cominciata la sua subordinazione agli interessi capitalistici privati. Si pensi all’ENI, nato esattamente per fornire energia elettrica alla grande industria privata a spese della collettività. Occorre spiegare che non si pensa al ritorno al vecchio sistema, ma a una gestione affidata a rappresenti dei lavoratori, ma che bisogna comunque intanto fermare un capitalismo famelico e parassitario, che usa i lauti profitti garantiti in vario modo dallo Stato per acquistare società in America Latina o in Europa, e ovviamente non si preoccupa di manutenzione e investimenti produttivi. Il suo principio è usa e getta...

È grottesco che quel che rimane del PD si schieri senza un minimo di pudore contro l’idea stessa della nazionalizzazione sia in nome della sacralità delle penali inserite nei contratti di cessione, sia perché ossessionato dall’odio contro il M5S, senza accorgersi che in questo momento il suo gruppo dirigente è sospinto dalla sua stessa base allargata a riempire un vuoto e a usare argomenti parzialmente anticapitalisti. Lo fa probabilmente per recuperare il terreno perso di fronte all’invadenza di Salvini ma comunque lo fa; mentre ridicolmente LeU, che dovrebbe rappresentare quanto resta del naufragio della sinistra, non sa proporre che una commissione di inchiesta parlamentare (di questo parlamento?).

(a.m.)

Vedi anche sul sito: Crollo del Ponte Morandi: gli antefatti

Questo articolo è stato pubblicato qui

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