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Genova, Marco Doria strappa al Pd la candidatura a sindaco

Il candidato di Sel stravince le primarie con il 46% dei voti. Il Pd non riesce a essere decisivo nelle realtà locali, soprattutto quelle che contano. Ma parlare di suicidio è sbagliato.

Con il 46% dei voti Marco Doria, oursider sostenuto da Sel, si è aggiudicato le primarie del centrosinistra per la candidatura a sindaco del comune di Genova alle prossime elezioni amministrative. Il primo cittadino uscente Marta Vincenzi del Pd si è fermata al 27,5% mentre l’altra candidata del partito democratico, Roberta Pinotti, si è dovuta accontentare del 26,3%. Se i democratici avvessero presentato un solo candidato e non si fossero divisi, il risultato finale sarebbe stato diverso.

Il dato, oltre ad indicare la vitalità delle primarie che sono diventate (quasi) la normalità per gli elettori di centrosinistra chiamati ad incidere sostanzialmente sulle scelte dei vertici di partito, segnalano anche la scarsa incisività del Pd in molte realtà locali. Per la terza volta in pochi mesi, infatti, dopo i clamorosi casi di Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli, la combinazione tra primarie (vere) e voglia di discontinuità gioca un brutto scherzo al PD che plasticamente cristallizza la propria incapacità a farsi capofila della coalizione di centrosinistra. 

I democratici sono ancora sicuri di poter esprimere un candidato vincente alle primarie per il candidato di centrosinistra a Palazzo Chigi? Oppure sono attesi altri colpi di scena?

Il Pd vive un paradosso insostenibile. Dopo essersi battuto per il metodo delle primarie che Veltroni voleva regolare per legge, non riesce a dominare lo strumento che ha fortemente voluto per scegliere i candidati di ogni tornata elettorale. Dopo le consultazioni a senso unico il cui esito era scontato come nel 2005 dove Prodi prevalse per assenza di concorrenti veri, e dopo l’investitura di Veltroni che avvenne nel 2007 in situazioni analoghe, si è passati all’esatto opposto, in cui il maggior partito della sinistra riformista non riesce ad imporre un proprio nome in realtà fondamentali come Milano, Napoli e Genova.

Il Pd sembra che da partito liquido stia diventanto un partito allo stato vaporoso. Quasi evanescente. Dal centralismo democratico si sta passando al caos generalizzato. Soprattutto in periferia. Come è possibile infatti che a Genova non si sia scelto di sostenere compattamente il sindaco uscente? O, se si riteneva che il lavoro portato avanti dalla Vincenzi non andasse valorizzato, perché non si è deciso di converegere unitariamente su un candidato di rottura?

Come a Napoli il bassolinismo è stato (in gran parte) archiviato da De Magistris poiché il PD non riusciva ad andare oltre le disastrose gestione precedenti, così a Genova spetterà a Marco Doria farsi carico di un presunto cambiamento, giacché il partito democratico non ha né difeso il vecchio né proposto qualcosa di radicalmente nuovo.

Detto questo, alcuni titoli di giornali non particolarmente amichevoli con Bersani sono apparsi eccessivi. Parlare di psicodramma o suicidio del Pd è inappropriato perché in una competizione vera ogni risultato è possibile, anche la sconfitta del partito favorito.

Peraltro dalle parti del Pdl e della Lega non stanno messi meglio. I dirigenti locali decidono tutto, mentre i loro elettori si limitano a ratificare quello gia' deciso. Se si vogliono risparmiare altre brutte figure però, è tempo che il Pd capisca cosa vuol fare da grande. A Genova come a Roma.

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