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Gaza: la vittoria di Israele renderebbe più docile l’Iran

Praticamente tutti i più autorevoli analisti e commentatori americani, di scuola realista o neoconservatori, più amati a destra o più a sinistra, trattando della crisi di Gaza attribuiscono un ruolo di primo piano all’Iran, principale sponsor di Hamas. Mentre in Italia le letture prevalenti sui mainstream media risultano datate, perché il loro sguardo non va oltre il logoro orizzonte del conflitto tra israeliani e palestinesi, in America tutti sembrano avere ben chiaro che la questione palestinese c’entra ben poco e che Israele sta combattendo una guerra diversa, dai cui esiti dipenderà il futuro assetto del Medio Oriente, e che riguarda anche l’Occidente.

Succede, quindi, che tra sostenitori della linea dura con Teheran sulla questione del nucleare e fautori di un approccio più dialogante e negoziale si verifichino sostanziali convergenze su Gaza. E’ il caso del realista Robert Kaplan e del neoconservatore Bill Kristol: entrambi "tifano" per Israele, giudicano negativamente una tregua che dia respiro ad Hamas, perché una sonora sconfitta degli islamisti a Gaza renderebbe l’Iran più disponibile a una soluzione diplomatica sul nucleare. Una vittoria di Israele su Hamas ridurrebbe il rischio di dover usare la forza contro l’Iran.

Gaza è «l’avamposto occidentale dell’Impero iraniano». Quindi, l’attacco di Israele a Gaza è «un attacco contro l’Impero iraniano», il primo dopo la guerra contro Hezbollah nel 2006, fa notare Kaplan sull’Atlantic Monthly. Questa volta l’attacco sembra meglio pianificato, ma il «dilemma» di Israele con quell’«animale postmoderno» che è l’«Impero iraniano», è che «non sta combattendo contro uno stato, ma contro un’ideologia, il collante postmoderno che tiene unita la grande sfera d’influenza iraniana». Che siano le entità parastatali di Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, e del Mahdi in Iraq, o «le speranze, i sogni, le illusioni» di milioni di arabi sunniti che, soprattutto in Egitto, si sentono più vicini ai mullah radicali sciiti che alla loro autocrazia sunnita, l’Iran ha costruito il suo impero combinando sapientemente un’ideologia antioccidentale e antisemita con operazioni dei servizi segreti.


Oggi, osserva Kaplan, dalla vittoria di Israele a Gaza dipende la praticabilità della via diplomatica con Teheran: «Dobbiamo crearci un vantaggio strategico prima di negoziare con il regime clericale e questo vantaggio può venire soltanto da una vittoria morale di Israele che faccia vacillare di spavento anche i siriani pro-iraniani pronti ad aiutare Hamas». Il paradosso è che l’unico posto dove i musulmani sono scettici dell’Iran, e dove l’anti-americanismo e l’anti-semitismo hanno meno presa, è proprio l’Iran, e quindi «la vera battaglia per l’anima della regione – ipotizza Kaplan, che in questo sembra far eco a Michael Ledeen – potrebbe essere combattuta all’interno dell’Iran stesso».

Ma per il momento, non resta che sperare che Israele vinca questa guerra, piuttosto che venga «compromessa da una tregua che permetta ad Hamas di riorganizzarsi». «Se ciò accadesse, la nostra influenza sull’Iran sarebbe ulteriormente ridotta». Non appena Israele avrà conseguito un successo, «dovremo subito esercitare una forte pressione su Teheran, in funzione di negoziati sia con gli arabi che con gli iraniani». «Se Obama è intelligente - conclude Kaplan - in questo momento starà tifando silenziosamente per Israele».

Per il neoconservatore Bill Kristol, «un successo di Israele a Gaza sarebbe una vittoria nella guerra contro il terrorismo, e nella più ampia lotta per il futuro del Medio Oriente». La combinazione di movimenti terroristici come Hamas con l’Iran, maggiore sponsor del terrorismo e alla ricerca dell’atomica, costituisce una «nuova minaccia» per Israele. «Ma non solo per Israele». Per tutti i musulmani che non vogliono vivere sotto regimi estremisti e per ogni nazione, come gli Stati Uniti, nel mirino del terrorismo islamico. Quindi ci sono «solidi motivi» per sostenere Israele. E Israele «sta facendo un favore agli Stati Uniti affrontando Hamas adesso», perché «la sfida più grande per l’amministrazione Obama sarà costituita dall’Iran».

Come Robert Kaplan, anche Kristol è infatti convinto che «se Israele avesse ceduto ad Hamas trattenendosi dall’usare la forza per fermare gli attacchi terroristici, o se adesso si ritirasse senza aver prima indebolito gravemente Hamas e impedito la ricostituzione di uno stato terrorista a Gaza, sarebbe un trionfo per l’Iran», il regime «ne uscirebbe rafforzato», e «meno sensibile alle pressioni» di Obama per fermare il suo programma nucleare. Ma «una sconfitta di Hamas a Gaza, dopo il successo in Iraq, sarebbe un vero colpo per l’Iran, renderebbe più facile assemblare una coalizione regionale e internazionale per fare pressioni sull’Iran. Potrebbe anche avere un effetto positivo sulle elezioni iraniane di giugno e rendere il regime iraniano più aperto a una trattativa. Come il governo israeliano con Hamas, Obama prima o poi potrebbe trovarsi in una situazione in cui l’uso della forza contro l’Iran sembri l’opzione più responsabile. Ma la volontà di Israele di combattere a Gaza rende più possibile l’ipotesi che gli Stati Uniti non siano costretti ad usarla».

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