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Francia: se il fast-food diventa halal

Francia: se il fast-food diventa halal

Dal luglio scorso otto degli oltre 350 ristoranti Quick in Francia stanno sperimentando il fast food halal. Si tratta di una “prova” che dovrebbe durare sei mesi per poi essere estesa ad altri ristoranti.
 
Quick è la risposta franco-belga al Mac Donald’s: fondata nel 1971 in Belgio, è stata la prima catena di ristorazione rapida in Europa con oltre 400 fast-food sul continente. Diventata francese nel 2006 – aquistata dalla Caisse des dépôts et des consignations (Cdc), ente finanziario pubblico francese – è diffusa soprattutto in Francia, Belgio e Lussemburgo. Concretamente, l’esperimento halal consiste nel fatto che il bacon è bandito dagli hamburger, sostituito con del tacchino affumicato, mentre per la carne di manzo viene assicurata la macellazione secondo il rito religioso islamico.
 
L’islamizzazione della Francia
L’esperimento va avanti da luglio, ma la polemica è nata dopo che Marine Le Pen, il 14 febbraio scorso, ha denunciato l’iniziativa in un’intervista a Canal plus. Per la presidentessa del Front National “quelli che non mangiano halal non avranno nemmeno possibilità di scelta”. Marine Le Pen arriva poi a sostenere che sono tutti i contribuenti francesi a pagare la “tassa islamica” (la tassa per la macellazione rituale, ndr) perché Quick è, di fatto, a una società “francese”. «Qualium investissement, la società che possiede il 99,63 % del capitale di Quick, non è altro che una filiale d’investimento della Caisse des Dépôts et Consignations, braccio finanziario dello Stato […]. È dunque lo Stato che sta dietro questo processo d’islamizzazione forzata della Francia e di messa in atto della tassa islamica”.
Il lunedì successivo (15 febbraio) è il turno di René Vandierendonck, sindaco socialista di Roubaix, città della regione Nord Passo di Calais (una delle otto dove si sperimenta l’halal), che sul quotidiano La voix du Nord dichiara: "Mi felicito della scelta di Quick. Diventa però discriminante quando si tratta della sola scelta possibile". In seguito al rifiuto di Quick di modificare la sua politica il comune ha denunciato la catena di fast-food alla Halde, l’organismo francese per la lotta alla discriminazione. Da parte sua la direzione di Quick si dice decisa a continuare l’esperimento per "poter valutare la fattibilità tecnica di quest’offerta commerciale", aggiungendo che la scelta di prodotti “non halal” resta, dal pesce alla birra. Mohammed Moussaoui, presidente del Consiglio francese dei Culti musulmani (Cfcm: organo creato da Sarkozy nel 2003 e che raggruppa la maggior parte delle associazioni islamiche, ndr), aggiunge che in Francia ci sono da sempre ristoranti solo halal o solo kasher (ammessi secondo il rituale ebraico) e che la cosa non ha mai sollevato nessun problema.
 
Va ricordato che la polemica si colloca nel clima pre-elettorale: il 14 e il 21 marzo prossimi, infatti, i francesi si recheranno alle urne in 26 consigli regionali. Elezioni nelle quali, tra l’altro, sono state approvate due liste, una nella regione della Francia Contea e l’altra in Mosella, che si di richiamano alla lega ticinese del “no ai minareti”. A questo si aggiunga la recente discussione sulla possibilità di vietare il burka e il dibattito sull’identità nazionale francese per capire in che contesto una scelta del genere possa venire letta.
 
Più 30% con l’halal
Il sito Al-Khanz.org, che si occupa degli interessi dei consumatori islamici, ha rivoltato l’argomento chiedendosi se si sarebbe scatenata la stessa polemica se Quick avesse deciso di vendere solo biologico o solo messicano. Il fondatore del sito, Fateh Kimouche, in un’intervista al sito Le Post dice che “nella scelta di Quick non c’è nessuna filantropia, si tratta di business”. Kimouche sostiene – anche se Quick si rifiuta per il momento di confermare i dati – che nel ristorante di Villeurbanne, cittadina vicino a Lione parte dell’esperimento halal, gli affari siano aumentati del 30% durante la prima settimana, mentre ad Argenteuil, nella regione parigina, il ristorante ha dovuto chiudere prima per mancanza di scorte. Pare inoltre che gli otto ristoranti scelti fossero tutti in perdita.
 
Il mercato dell’halal in Francia, secondo Solis, società che si occupa di studi di mercato, ha avuto un giro d’affari, nel 2009, di quattro milioni di euro, che potrebbero diventare cinque nel 2010. Se si pensa che il biologico, decisamente più di moda, è intorno ai 2,6 milioni, il tornaconto è evidente. E Quick non è il solo a fare questa scelta: la catena americana Kentucky Fried Chicken sostiene di vendere, nei suoi oltre cento ristoranti in Francia, solo pollo halal anche se la certificazione non è mai stata ufficialmente esibita e non tutti i ristoranti espongono l’informazione.
 
La questione non è nuova, e si è già posta fuori dalla Francia: Mac Donald’s serve, infatti, carne halal in alcune città americane con una grossa comunità musulmana e in sei ristoranti in Australia. L’azienda ha, inoltre, ha tentato, tra il 2006 e il 2007, lo stesso esperimento che Quick sta lanciando in Francia a Londra, ma ha rinunciato per mancanza di una risposta positiva da parte del mercato. Non della politica.
 
Regole di mercato, quindi. E effettivamente se consideriamo che nell’Ue si parla di quindici milioni di musulmani, di cui cinque solo in Francia – che arrivano a quaranta se contiamo i Paesi di area balcanica e i Paese dell’ex Urss – il calcolo è presto fatto. Il tutto dipende se la scelta di Quick la si intende come business o come discriminazione (nei confronti del consumatore non musulmano). Dubitando di una scelta filantropica o direttamente discriminatoria da parte di Quick ci si chiede se la regola di mercato – in questo caso quella dell’halal – si debba bloccare di fronte al diritto del cittadino non musulmano (o cattolico?) di mangiare maiale. Lo stesso principio non è certo applicato, per esempio, ai vegetariani: difficilmente un ristorante francese propone un’opzione vegetariana, e questo nonostante il fatto che il 2% della popolazione abbia fatto questa scelta. Eppure, laddove sono più numerosi la scelta si impone: in Gran Bretagna, secondo la Vegetarian Society, il 7% della popolazione è vegetariano, percentuale che arriva al 12% tra i giovani. E questo è probabilmente il motivo per il quale praticamente tutti i ristoranti inglesi hanno un menu vegetariano. Compresi i Macdonald’s e i Burger King.

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