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Fondamentalismo islamico e fondamentalismo della ragione: la questione del velo

Oggi i temi dell’eguaglianza e della tutela effettiva dei diritti fondamentali sono ancora più complessi perché, rispetto al passato, siamo in presenza di società che si presentano sempre più con connotazioni multiculturali. Per questa ragione è utile approfondire anche la questione del velo islamico senza pregiudizi, al fine di favorire la coesione sociale. 

In alcuni casi, però, sono i governi, i legislatori e le corti che non favoriscono e, perfino, ostacolano l’integrazione sociale e la tutela culturale degli immigrati, violando i diritti fondamentali della persona e, in particolare, delle donne. Basti pensare alle ordinanze adottate questa estate dai sindaci francesi contro l'utilizzo del burkini in spiaggia. Il Consiglio di Stato francese in questa occasione ha prontamente sospeso il divieto a tutela delle libertà fondamentali. Il problema del velo in Francia, però, non è recente ed è connesso non soltanto al clima di paura alimentato dagli attentati terroristici degli ultimi anni, ma ad un orientamento culturale che intende in un certo modo la laicità. 

Già nell’ottobre del 1989, mentre in Germania cadeva il Muro di Berlino, in Francia se ne innalzava un altro in nome del principio della laicità dello Stato: veniva impedito l’ingresso in classe ad alunne musulmane che rifiutavano di togliersi il velo islamico, come richiesto dalle autorità scolastiche e dagli insegnanti. Non si trattava del velo che copre l’intero volto, ma solo di quello che copre i capelli (il chador). Non costituiva, dunque, un ostacolo alle normali pratiche di riconoscimento, né poteva essere di impedimento alle relazioni intersoggettive. Si contestò la legittimità di un simbolo religioso nella scuola francese. Secondo il Consiglio di Stato francese, che non riuscì a risolvere convincentemente i problemi e ad attenuare le tensioni, quando si verificò questo caso soltanto 200 alunne su circa 300.000 musulmane scolarizzare portava il velo, ma dopo quella vicenda l’uso del velo si diffuse rapidamente.

In Francia sono state approvate successivamente due leggi: la prima nel 2004, che vieta nelle scuole primarie e secondarie di indossare simboli o indumenti che ostentino l’appartenenza religiosa; e la seconda nel 2010, ed entrata in vigore l’11 aprile 2011, che sancisce il divieto assoluto di indossare il velo integrale che occulti integramente o anche parzialmente il volto. La legge del 2004 sebbene si rivolga alla generalità dei gruppi religiosi è stata percepita dalla comunità musulmana come “legge anti-velo”, voluta in nome di una laicità che non unisce ma divide, una “laïcité de combat”, vale a dire una laicità di rifiuto o di restrizione del fatto religioso, che è prevalsa su una idea di laicità pacificatrice, di rispetto e di neutralità positiva. Questa legge, che certo non aiuta l’integrazione e la coesione sociale, sembra volere rispondere al fondamentalismo islamico con il fondamentalismo della ragione.

Si tratta di un orientamento riaffermato nella legge del 2010, che secondo la Corte di Strasburgo non determina una violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e specificatamente del diritto al rispetto della vita privata, del diritto alla manifestazione del proprio credo religioso e del diritto a non subire discriminazioni. Tuttavia, queste leggi, in particolare quella del 2004, sono state fortemente criticate da parte delle organizzazioni internazionali che si battono per la protezione dei diritti umani, come ad esempio Amnesty International, perché esse negano alle donne musulmane la manifestazione del proprio credo religioso e il diritto a non subire discriminazioni.

In conclusione, l'utilizzo del burkini, che non copre il volto, non costituisce né un impedimento alle relazioni intersoggettive, né un problema di ordine pubblico. 

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