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 Home page > Tribuna Libera > Fine vita e eutanasia | Riflessioni sul caso Cappato

Fine vita e eutanasia | Riflessioni sul caso Cappato

La scelta temporeggiatrice della Corte Costituzionale sul caso di Marco Cappato e sull’interpretazione dell’Articolo 580 del Codice Penale, che punisce con reclusioni comprese tra 5 e 12 anni chi è riconosciuto colpevole di istigazione al suicidio, è destinata a suscitare aspre polemiche nel dibattito sul cosiddetto “fine vita”.

di Andrea Muratore

Decidendo di non decidere, la Consulta non ha deliberato sulla costituzionalità della norma ma, al tempo stesso, ha impostato un’azione di rottura invitando il Legislatore a deliberare per normare casi come quelli dell’ex deputato radicale, che nel febbraio 2017 accompagnò in Svizzera Fabiano Antoniani per permettergli di accedere alle pratiche del suicido assistio.

La Corte Costituzionale ha operato una fuga in avanti che non gioverà alla sanità di un dibattito tanto importante e delicato quale è quello sull’eventualità di legalizzare o meno pratiche di eutanasia e suicidio assistito anche nel nostro Paese; al tempo stesso, la stessa invita a legiferare sul tema nello spazio di 12 mesi un Parlamento costituito nella stragrande maggioranza da forze politiche che non hanno ritenuto, stando ai programmi dell’ultima campagna elettorale, l’eutanasia legale come una priorità. Solo Più Europa, emanazione diretta del Partito Radicale e forte di una pattuglia misera di soli 4 parlamentari, ha infatti fatto esplicito riferimento al tema prima del voto del 4 marzo.

Cappato ha dichiarato in un’intervista a Linkiesta che “il codice penale italiano, per il reato di aiuto al suicidio, non prevede l’umanità, la compassione e la sofferenza”. Presa di posizione curiosa e fuorviante, la sua: limitare il discorso al solo tema penale non ha minimamente senso, specie alla luce del fatto che l’Italia è forte di una recente normativa sul fine vita dopo l’approvazione, nel dicembre 2017, del disegno di legge sul testamento biologico e la disposizione anticipata di trattamento, che delinea una fattispecie diversa ma sicuramente più sensata di qualsiasi norma possibile sull’eutanasia. Nonostante anche la legge sul biotestamento inviti a riflettere sulle conseguenze etiche e sociali della sua introduzione, come fa notare monsignor Gianfranco Ravasi: “Tanti medici fanno notare che il cosiddetto «testamento biologico» è steso in tempi esistenzialmente diversi: si è seduti, ancora sani e «benestanti» e forse si esorcizza la paura della morte col ricorso al taglio netto e immaginato come ovvio e facile dell’eutanasia «attiva». Quando però si è in quella galleria oscura, il seme mai inaridito della speranza affiora”.

Ravasi coglie sicuramente il punto e apre la strada a una critica costruttiva della scelta della Corte Costituzionale e, ancor prima, della decisione della Corte d’Assise di Milano di sollevare il vizio di incostituzionalità sull’Articolo 580. Dichiarare un articolo del Codice Penale incostituzionale sulla base di ragioni umanitarie soggettive, che non attengono a un sistema di valori codificato e oggettivo, è tanto fallace quanto deplorevole. Al tempo stesso, le discussioni sull’eutanasia attengono a questioni fondamentali su temi etici, morali, religiosi, sociali e politici che necessitano di essere combinate in dibattiti ampi e partecipati, non incanalati in un lasso di tempo preimpostato e in un’area parlamentare dominata da forze profondamente contrarie. La scelta più democratica, in questo contesto, sarebbe concludere la discussione sull’eutanasia con un suo assoluto ripudio.

Sulle questioni sollevate da Cappato e dalla Corte d’Assise di Milano numerosi giuristi si sono dichiarati scettici. Come segnala Avvenire, “Secondo i giudici milanesi, infatti, non sarebbe conforme alla Costituzione che una persona debba scontare una pena per il semplice fatto di aver aiutato un altro a morire. Eppure, il reato disposto dall’articolo 580 non solo è conforme alla Carta fondamentale ma farlo venir meno mina le basi del nostro ordinamento”. Ordinamento che recepisce una lunga tradizione giuridica, consolidata anche a livello europeo, sul divieto generalizzato di aiuto al suicidio. Mario Ronco, ordinario di Diritto Penale all’Università di Padova, approfondisce in maniera ulteriore la questione: laddove la Corte d’Assise, a sostegno dell’incostituzionalità del divieto, tende ad assolutizzare il “diritto all’autodeterminazione”, Ronco fa notare che “la decisione umana è sempre il frutto di una serie di condizioni, ciascuna delle quali possiede una peculiare efficacia a seconda dei momenti e dei luoghi in cui è assunta”. Dunque, “il significato dell’azione è impoverito se non si tiene conto della complessità e dell’interferenza dei vari fattori che concorrono nelle scelte personali […] Invece di esprimere l’autodeterminazione libera della persona, spesso la richiesta di suicidio esprime piuttosto l’esito di una sconfitta esistenziale”.

Che non è solo del singolo ma di tutta la collettività. Senza contare che “se l’autodeterminazione venisse prima della dignità, la misura di quest’ultima varierebbe da uomo a uomo e condurrebbe allo smarrimento della stessa dignità” come requisito oggettivo di ogni cittadino. E il togliersi la vita, osserva il professore, è la negazione di questa dignità costituzionalmente protetta.

Sulla relazione tra dignità e autodeterminazione si può spiegare buona parte del furore ideologico che avvolge la questione del fine vita e dell’ideologia nella galassia politica occidentale più dichiaratamente “progressista” e apre a un vero e proprio controsenso dell’epoca contemporanea. Perché, in un’epoca in cui la medicina ha fatto passi da giganti e molte malattie sono diventati curabili, dobbiamo introdurre il diritto al suicidio e, anzi, inventarci leggi che lo facilitino? Dobbiamo forse prendere esempio da casi come quelli di Belgio e Olanda, che hanno portato il “fine vita” fuori da ogni argine e legalizzato la bestiale pratica dell’eutanasia minorile?

Da uomini a favore del progresso sociale, ci schieriamo per norme che rafforzino la collettività sociale e non ne favoriscano l’atomizzazione continua. I Radicali e i loro accoliti, con la loro difesa a spada tratta dell’individualismo e di un’autodeterminazione considerata a prescindere positiva al di là della delicatezza della sfera in cui è espressa, interpretano uno spirito del tempo a cui, purtroppo, la Corte Costituzionale non ha saputo opporsi. Uno spirito del tempo ammalato dal relativismo culturale e da un presentismo strisciante: in un’epoca che ha respinto la morte dal discorso collettivo in maniera radicalizzante, l’individuo della società globalizzata rimuove l’idea della morte e con questa quella di futuro, vivendo in un presente eterno. Anche l’invecchiamento, anticamera della morte, comincia a fare sempre più paura. L’uomo della globalizzazione punta a “fermare Luna e Sole su Gabaon”, pretendendo di cristallizzare il tempo: ciò porta a reputare insopportabile l’idea di un futuro senza il Sé, e apre la strada all’illusione di poter esercitare un supremo controllo su ciò che attende l’essere umano nei suoi ultimi istanti, trasformandolo in unico giudice capace di stabilire addirittura i tempi e le modalità di uscita dalla vita terrena. Presunzione vana che si riflette nell’eccessiva esaltazione dell’eutanasia come diritto benigno a cui si è assistito negli ultimi anni.

Ma le cose non vanno così, a prescindere da tutte le illusioni. Dal canto nostro, ribadiamo il totale ripudio di ogni pratica di eutanasia e di ogni possibile vizio di incostituzionalità dell’Articolo 580 del Codice Penale, pur ritenendo plausibile una riscrittura della norma in maniera aggiornata ai tempi presenti, e invitiamo lo Stato a legiferare per assicurare una vita dignitosa ai suoi cittadini, prima ancora che a perdersi nell’illusione di poter normare la morte.

Andrea Muratore

Questo articolo è stato pubblicato qui

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