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 Home page > Attualità > Cultura > Essere un altro #16

Essere un altro #16

Immagina che uno sconosciuto, entrato in casa tua, dimostri di poter contestare la tua identità.

Chi è? Cosa vuole ottenere? Come riesce a manipolare le informazioni sulla tua vita? Ma soprattutto: tu chi sei?

Un romanzo a puntate (capitolo 16) sulla fragilità dell'identità nell'era di Internet.

Scritto da Osvaldo Duilio Rossi, dai consigli di Mario Pica.

 

Il balordo che si era presentato come Arnaldi era un truffatore, una specie di zingaro sofisticato, uno che rovistava nell’immondizia della gente, che si allacciava alle linee telefoniche e che violava la posta elettronica per ricostruire i movimenti delle sue prede, e che millantava crediti attraverso una manciata di siti che aveva ideato e programmato con estrema cura, come quello di Com, assolutamente fittizi, senza alcuna impresa reale alle spalle. Se scopriva relazioni extraconiugali, iniziava un ricatto nei panni di un investigatore privato; se scopriva grosse proprietà, andava a pasticciare in catasto, fingendosi geometra, con un tesserino falso, e poi si spacciava per un ufficiale pubblico in grado di risolvere il problema; se non scopriva niente di particolare, cercava di rimediare qualche firma da apporre su assegni, cambiali o su documenti da riusare poi con qualcun altro – come aveva cercato di fare con me –, per ripresentarsi più tardi con un problema, qualche settimana dopo, del tipo di un assegno protestato o dichiarazioni mendaci, e pretendere una certa somma per non portare la faccenda in tribunale.

Nel mio caso, però, aveva trovato una quantità enorme di informazioni affascinanti – tutti i miei viaggi all’estero, i miei affari andati male, le amicizie strampalate – e aveva imbastito tutto quel teatrino e quel gioco di ruoli per confondermi, per esaltarmi, per ossessionarmi e per manipolarmi nella speranza di ottenere documenti e carte false a iosa, da rivendere altrove, magari per costruirsi una vera identità falsa o per rubare la mia oppure per disporre di un alibi o degli strumenti per assestare qualche altro ricatto o per provare a fare sparire la mia identità o a farmi credere che fosse sparita, per poi usarmi ancora come un burattino ai suoi ordini. Aveva cominciato sei anni prima, quasi per gioco, aiutando un amico a ottenere privilegi che altri dipendenti della stessa azienda non avrebbero neanche sognato: aveva raccolto informazioni e documenti sul datore di lavoro, sull’impresa e via dicendo; si era presentato arrogantemente dal principale e gli aveva sbattuto sulla scrivania fotografie, trascrizioni, CD, bobine, fotocopie… aveva recitato: «Questa è la tua famiglia… qui è dove vive tuo figlio… questa è la voce della tua amante… sappiamo che il 15 marzo non ti trovavi dove vuoi far credere di essere stato…» quindi aveva informato l’imprenditore che un certo suo dipendente ogni tanto si sarebbe assentato dal lavoro per fare cose più importanti, cose nell’interesse della nazione, e che però sarebbe comunque risultato presente sul posto di lavoro, nell’interesse della nazione; l’imprenditore tentò una reazione e Arnaldi aggiustò il tiro: «Ma certo, fai pure: chiama la polizia.

Nel frattempo qualcun altro, che ha una copia di tutti questi documenti che ti riguardano, saprà cosa farne, saprà come farli avere a tua moglie e come screditarti con tuo figlio, e farà avere alla tributaria le copie di certi libri contabili che conosci bene» e in quel momento, appena salvò la situazione, la sensazione che provò gli fece sapere che quella sarebbe stata la sua vita futura. Ma gli spaccai il bicchiere in faccia e gli ficcai la sua penna nella mano e Arnaldi finì lì, sul tappeto di casa mia, con la bocca spalancata e piena di bava.

«Tutta questa storia per quattro spicci?»

«Non è una questione di quantità…» cercò di spiegare, «c’è chi lavora onestamente e chi fa quello che può… Ormai non si tratta più di fare tanti soldi – non li fa più nessuno tanti soldi – ma di come si rimediano i soldi…»

«Ed entrare in casa di qualcuno e rimbambirlo è un modo per raggranellare qualcosa.»

«Sì. È un modo per rimediare qualche soldo. Ci sono i rapinatori, gli spacciatori, i ricettatori…»

«E i truffatori…» Ma lo fanno anche le multinazionali vere, mi spiegò, che a volte offrono posti di lavoro che invece non si traducono mai in un’assunzione . Era capitato anche a me una volta, e anche ad Arnaldi. Una società ti contatta e ti fa sostenere due colloqui con i capi area, poi con un manager nazionale, quindi con un’impiegata che si fa consegnare una fotostatica della tua carta d’identità e del codice fiscale. Si appropriano così di firme e identità, da utilizzare in vari modi, per esempio per fondare un blog indipendente che difenda la loro immagine e aggredisca invece quella dei concorrenti… coperti dal tuo nome. Vanificare i colloqui di selezione per loro è facile: basta spiegarti che il reparto Risorse Umane ha espresso un parere sfavorevole e sei fuori dal gioco, ma non sai di essere diventato l’intestatario e fondatore di un sito controllato da loro. Arnaldi aveva replicato il modello aziendale, adattandolo al suo stile per così dire “libero professionale”.

Non aggiunsi quello che pensavo di lui, ma lo torturai con pinza, accendino e saldatore finché non mi disse chi era veramente e dove abitava… e non stava mentendo al riguardo… Mi disse che ero pazzo e che, se lui aveva sbagliato, se lui aveva infranto qualche legge, io ne avevo infrante di più gravi e non l’avrei passata liscia. «Io invece penso che mi hai insegnato una grande lezione», gli dissi, «e penso che non ti azzarderai a dire niente a nessuno, non tanto per quello che hai fatto e che salterebbe fuori se tu tentassi di denunciarmi, quanto perché invece io so dove abiti, e tu sai cosa ti ho appena fatto, e puoi immaginare cosa ti farò se anche solo dovesse arrivarmi una multa per divieto di sosta» e gli sfilai la scarpa e gli affibbiai un colpo alla tempia col suo tacco. «Ricordati la differenza tra te e me: tu hai provato a violentarmi il cervello, ma non ha funzionato; io invece ti ho violentato il corpo, e adesso sai quanto fa male».

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