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 Home page > Attualità > Cultura > Essere un altro #11

Essere un altro #11

Immagina che uno sconosciuto, entrato in casa tua, dimostri di poter contestare la tua identità.

Chi è? Cosa vuole ottenere? Come riesce a manipolare le informazioni sulla tua vita? Ma soprattutto: tu chi sei?

Un romanzo a puntate (capitolo 11) sulla fragilità dell'identità nell'era di Internet.

Scritto da Osvaldo Duilio Rossi, dai consigli di Mario Pica.

 

«Perché dice di non essere nessuno?» mi chiese provocatoriamente Arnaldi. «Lei è vivo, è una persona in carne e ossa, spende dei soldi, sta nel mondo, anche se prova blandamente a tenersene lontano. Lei esiste. Lei è un cittadino. Un cittadino molto ricercato, a dirla tutta. Da quello che mi risulta, lei è ricercato dal governo albanese per frode assicurativa, tanto per dirne una».

«Cosa?»

«Tre anni fa non è per caso stato in Albania?»

«Sì, ma…»

«E cosa ci faceva in Albania, oltre a scorrazzare con una macchina di lusso della quale ha denunciato il furto alla polizia locale, insieme a una bionda?» chiese dopo aver consultato un foglio che teneva piegato in due.

Era vero. Quel giorno avevo passato sette ore a fare avanti e indietro tra due stanze da interrogatorio. Il poliziotto buono mi rincuorava da una parte e subito dopo quello cattivo mi chiamava da un’altra, quindi quello buono ricominciava e poi riprendeva a intervistarmi il cattivo, digitando sulla tastiera di un computer spento – il coglione che aveva sottovalutato il riflesso dei propri occhiali da sole specchiati. Avanti e indietro come uno scemo per ore. Lo facevano per stancarmi. Ogni volta passavo per un corridoio pieno di celle da tre metri per due. Intimidivano me che ero stato derubato! Il mio avvocato, mentre aspettavo di essere convocato per l’ennesimo interrogatorio, mi spiegò che c’erano un sacco di zingari che provavano a fregare le assicurazioni tramite i verbali di denuncia alla polizia.

Li usavano per farsi rilasciare dalla motorizzazione un certificato di proprietà temporaneo, con la scusa che l’originale era rimasto nella vettura rubata, e chiedevano il risarcimento all’assicurazione dimostrando di essere i proprietari. “Ma io non le ho detto niente”, ci tenne a precisare l’avvocato. Prima rubavano l’auto e poi si facevano rimborsare del furto… Potevano accettare che lo facesse la gente del posto, ma farsi menare il naso da uno straniero… gli albanesi mai! Altro che razzisti! Avevano più paura loro di me che io di loro. Perché il razzismo è fondato sulla paura, come qualsiasi altro genere di aggressione. L’ho capito un po’ tardi. Non si tratta necessariamente di paura della vittima… può essere paura di morire di fame (come quella dell’avvocato, che si fece pagare una somma ignobile per non avere fatto praticamente nulla, pagato a ore come una puttana: “Finché io resto al suo fianco eviteranno di commettere qualche abuso”, per poi tornarsene a casa senza neanche avere chiesto la copia di un verbale) oppure di fare brutta figura con il gruppo oppure paura di se stessi… ma sempre di paura si tratta. Dopo essere uscito dal commissariato – o quel che era – capii che gli sbirri non volevano fare soprusi per estorcere mazzette; volevano invece essere sicuri che non fossi andato lì per approfittarmi delle loro regole. Come se nessuno di loro fosse mai venuto da noi violando qualche legge!

«Già. Peccato che la macchina non fosse sua, ma di un certo ministro», commentò Arnaldi.

«Questo è falso. Avevo acquistato l’auto in Germania come reso di un parco aziendale».

«Vada a dirlo al ministro. Lo troverà nelle strade del centro di Tirana che si pavoneggia con una Mercedes targata come quella di cui lei aveva denunciato il furto. Sarà fortunato se alla dogana non le spareranno a vista».

«Comunque», cominciavo a sentirmi un pizzico euforico, «a parte essere ricercato, questa storia dell’Albania è l’unica cosa vera che lei abbia raccontato finora. Perciò, se sa del furto d’auto e degli interrogatori che mi hanno fatto, allora sa anche come mi chiamo veramente».

«Piergiulio Lebolle», disse porgendomi la fotostatica di un mandato di cattura della polizia albanese: all’angolo in alto a destra la mia foto, in basso a sinistra la targa e il modello dell’auto e al centro il nome falso.

«Senta, io non ho idea del perché lei si stia sbattendo tanto per affibbiarmi una falsa identità…»

«Io invece non ho idea del perché lei si affanni tanto a negare l’evidenza».

«Non sono il cittadino che lei sostiene che io sia».

«Se preferisce, posso sostenere che lei è un altro…» disse senza alcuna ironia. Tirò fuori dalla tasca un piccolo fascicolo e, sbirciandoci dentro, mugugnò indeciso. «Che ne dice di essere implicato in un fatto di sangue? Potrei collegarla con un omicidio avvenuto ieri notte in periferia… deve ancora essere riportato dai giornali… il cadavere sarà ritrovato tra un’ora. Ho un nigeriano pronto a testimoniare di essere stato incaricato da lei per uccidere la vittima. La prova è una traccia del suo DNA sui calzoni dell’assassino», concluse sogghignando con cortesia.

Mi alzai con l’intenzione di metterlo alla porta, ma lui rimase comodamente seduto e commentò: «Una decina di anni fa sarebbe stato più facile sia per lei che per me: avremmo condotto questa discussione davanti a una valigia piena di soldi, ma ormai i soldi non servono più a nessuno dei due».

Contestai che tutto è fatto per i soldi. Dalle azioni più abiette alle più raffinate, ai raggiri, alle violenze, alla cultura del lavoro… facciamo tutto per i soldi. Anche il potere è solo per i soldi. Tutta la società è solo per i soldi: per creare e per far circolare i soldi. Anche la malattia, il dolore e la salvezza sono prodotti per i soldi.

«Signor Lebolle…»

«Non sono Piergiulio Lebolle!»

Arnaldi sorrise soddisfatto. «Il denaro è uno strumento che serve alla gente per ottenere beni e servizi. I soldi servono a chi ha bisogno di beni e servizi. A chi produce beni e servizi non serve niente: il loro potere non è arricchirsi vendendo, bensì è decidere a chi vendere e a chi non vendere. Chi produce beni e servizi ha il potere di rendere le persone felici oppure bisognose, di accettarle nel mercato o di rendere inutile la loro vita».

Questo articolo è stato pubblicato qui

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