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Elezioni: la vera posta in gioco non è nel risultato del 4 marzo

Le elezioni servono sia a determinare chi governerà che a rappresentare in Parlamento gli interessi e le posizioni culturali presenti in una società e che poi dovranno essere mediati. La cultura rozzamente “governista” di questo trentennio scorso ha ridotto tutto alla scelta di chi governerà. Questa volta, però, si tratta di un gioco un po’ diverso nel quale la determinazione del governo diventa l’obiettivo secondario, mentre in primo piano c’è l’assetto costituzionale del paese.

 

Capiamoci: non sto parlando della Costituzione formale, quella, almeno per ora non mi sembra in discussione dopo la tranvata presa dal Pd il 4 dicembre 2016. So parlando della costituzione materiale, cioè il concreto assetto dei rapporti di forza durevoli.

In primo luogo occorre capire se resisterà il modello tripartito oppure uno dei tre contendenti si avvierà ad uscire di scena, ripristinando una qualche forma di bipartitismo. Oppure, se si profilerà la tendenza ad articolare un sistema quadri o penta polare che ripristinerà le dinamiche dei governi di coalizione ed in questo inciderà anche la legge elettorale che verrà fuori dopo il prevedibile flop di questa. O, ancora se si profilerà una offerta politica diversa da quella attuale.

All’interno di questo quadro generale, occorrerà vedere come si articoleranno i rapporti di forza fra le attuali formazioni. Ad esempio: è possibile che il centro destra possa vincere conquistando la maggioranza assoluta dei seggi, ma non è affatto irrilevante sapere quale sarà lo stacco fra Lega e Forza Italia e se i rapporti di forza restassero quelli attuali è probabile che il governo durerebbe poco.

Oppure: è ben diverso se il M5s raggiungesse il 35, il 30 o il 25% perché il 35 significherebbe che l’obiettivo di conquistare la maggioranza assoluta dei seggi da solo (poi vedremo che dice la legge elettorale) resterebbe praticabile, se, invece, si attestasse poco sopra o poco sotto il 30% significherebbe che ha toccato il suo tetto e dovrebbe aprire la discussione sulle alleanze possibili a meno di voler restare in eterno all’opposizione. Ma se scendesse al 25% o, peggio, andasse sotto, è probabile che questo possa avere un contraccolpo psicologico molto pesante che aprirebbe un regolamento di conti al suo interno e forse metterebbe le premesse per un suo ulteriore arretramento seppellendo l’idea di un possibile governo a trazione 5 stelle.

Quanto al Pd, se superasse il 25 % potrebbe anche pensare di restare in gara fra i partiti di serie A, se scendesse verso il 20% vedrebbee profilarsi la serie B: un ruolo di comprimario da cespuglio (d’accordo, un grosso cespuglio, ma pur sempre un cespuglio). Ma se scendesse sotto il 20 potrebbe essere l’inizio di una reazione a catena di scissioni e riunificazioni che significherebbe la fine del Pd in quanto tale.

Dunque non si tratta solo del governo di questa legislatura forse brevissima ma dell’inizio di un processo di ristrutturazione del sistema politico, nel quale quello che conta è la direzione di marcia che prendono gli avvenimenti. Ovviamente la partita non si deciderà solo in questa tornata elettorale, ma occorrerà vedere che succede nelle europee del prossimo anno, per vedere se le linee di tendenza si confermano, si invertono o si mescolano con altre ancora. E poi bisognerà vedere le amministrative del 2020 sempre che nel frattempo non ci siano altre elezioni politiche.

E’ dal 5 dicembre 2016 che vado dicendo che si è aperta la crisi del sistema politico e si profila un periodo di turbolenze come fu il 1992-1996 quando votammo per tre elezioni politiche in 5 anni. Quel che colpisce è l’inadeguatezza di tutte le forze politiche alla situazione della quale non hanno affatto la percezione.

Buon divertimento…
Aldo Giannuli

Questo articolo è stato pubblicato qui

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