1922 – 2011: due crisi extraparlamentari a confronto.
E’ passato quasi un mese dalla nomina di Mario Monti a Presidente del Consiglio, un mese di attese, di timori, di ansie, ma soprattutto di sorprese, partendo dagli esordi. Perché è innegabile che l’esperienza del Governo Monti, senza entrare in prematuri giudizi di merito, passerà alla storia per le sue anomalie formali, oltre che per il leit motif “lacrime e sangue”.
Diciamolo (per citare un fumantino ex ministro): la caduta del governo Berlusconi e la nomina di Mario Monti a nuovo Presidente del Consiglio sono avvenute in un contesto e con modalità alle quali non eravamo abituati. E come se tutto sia avvenuto all’ombra, sì, della Costituzione vigente, non però, come è d’uopo, attraverso la rigida applicazione delle sue norme.
Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana un Governo è stato delegittimato da forze extra parlamentari, affossato da soggetti estranei a quelli previsti dal dettato costituzionale, sostituito dal governo Monti, con modalità non perfettamente in linea con la norma e la prassi consolidate e grazie ad un’iniziativa ascrivibile in massima parte al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, elevatosi al di sopra delle parti e delle difficoltà incontrate dalla politica istituzionale e riuscito ad imporre a tutte le forze presenti in Parlamento una soluzione in definitiva non parlamentare.
Le reazioni sono state entusiastiche. Tutti o quasi, da destra a sinistra hanno applaudito all’iniziativa del presidente Napolitano, hanno salutato come salvifico il superamento dell’impasse parlamentare e le forzature operate dal Presidente (a cominciare dalla tempestiva nomina di Monti a senatore a vita per finire con l’appoggio unitario al nuovo governo di una maggioranza ancora tale “in pectore” ma non più riconosciuta tale e di una opposizione divenuta artificiosamente maggioranza);
il Presidente della Repubblica è stato additato come colui che agisce per un supremo interesse capace di giustificare certe forzature operate sul sistema e sulla prassi costituzionale: il bene e la salvezza dell’Italia. Perché è di questo che stiamo parlando. Tutto questo, lo ribadisco, è nuovo nella storia repubblicana del nostro Paese. Ma la storia d’Italia non inizia con l’avvento della Repubblica. Nel 1922 l’Italia era un Regno e al Quirinale viveva Vittorio Emanuele III.
Vittorio Emanuele III, per i nemici e i detrattori "Sciaboletta", è passato alla storia come il Re che consegnò l’Italia al fascismo. Sulle colpe di Vittorio Emanuele III in quei frangenti del 1922 e sulla mancata firma dello stadio d’assedio da opporre alla marcia su Roma si è basata tutta la campagna antimonarchica antecedente il referendum istituzionale del ’46 e tutta la storiografia antifascista proliferata dopo l’avvento della Repubblica, avvalorata da testimonianze rese da chi, fascista un tempo, aveva necessità di mostrarsi figlio fedele della Repubblica. Eppure…
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