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Dublin

E così mi ritrovo a inserire maglioni di lana in una valigia da stiva; un amico mi lascia ai voli internazionali di Fiumicino, e in tre ore i miei piedi si poggiano su terreno irlandese.
E chi lo avrebbe mai detto? Un vento freddo mi dá il benvenuto, e il nevischio mi gela il volto. Guardandomi intorno, la prima sensazione che provo é quella della calma, di una terra ordinata e pacata. Due colpi di dita sull' app appena installata e un taxi si ferma a pochi metri da me: é disastrato e il suo interno puzza di cipolla stracotta. Quell'uomo minuto dalla pelle rosea e gli occhi di vetro deve aver consumato da poco il suo pasto. Fuori fa freddo, che colpa puoi fargli? Ad ogni modo l'odore si tollera piú del gelo lá fuori...
Formulo una domanda in inglese intanto che osservo le case, che sfuggono via davanti ai miei occhi: una ripetizione costante di costruzioni basse e continue in pieno stile georgiano. I portoncini di ingresso sono di colori vivaci, uno diverso dall'altro. Il grigio del cielo abbraccia questo rosso mattone nelle sue sfumature, e la sensazione che provo é gradita. In sottofondo il chiacchiericcio allegro dell'uomo al volante.
 
Sono qui per lavoro, con un collega che non ho mai frequentato, e mi trovo in un luogo mai visto.
L'albergo e poi l'ufficio: una infinita riunione con personaggi del luogo, che si esprimono con suoni complessi alla velocità della luce... L'irlandese, mi confermano loro, é un inglese diverso, di origine celtica. Sostanzialmente, un'altra lingua.
Uno di loro sorride della mia confusione. Ha da poco superato i cinquanta, e a scuola, mi dice, non ha mai studiato l'inglese. 
 Sono curiosa di sentire quei suoni, ma la richiesta accende uno sguardo assassino sul volto del collega italiano, cosí non insisto... Peccato.
 
 Il palazzo in cui è sito l'ufficio é di tre piani e presenta decorazioni graziose; qui alcuni spazi sono in comune: la cucina attrezzata, i bagni e la sala riunione. 
Le temperature degli interni sono roventi, mentre fuori si gela. Guai ad aprire una finestra... Vetrate enormi che consentono alla luce grigia del giorno di illuminare gli ambienti.
Moquette ovunque, foltissima e avvolgente, e spesse tende pesanti a custodire il calore.
Bella città, mi dico, piena di parchi, pulita, e ben ordinata. Ovunque mi giri vedo portoncini robusti dai mille colori accesissimi, e pub sempre aperti, dalle caratteristiche insegne. Questo luogo sa di Altro, sembra sospeso nel tempo, e trasmette un'intimità nuova. La sera luci soffuse colorano case e locali, facendo brillare l'acqua del fiume, che scorre gentile nel suo letto, attraversando una miriade di ponti leggeri. Qui i pub sono ristoranti a tutti gli effetti, e sono davvero accoglienti, con le loro luci basse, i musicisti, i ragazzi un po' brilli e quel brusio di gente connessa. Si beve e si mangia, seduti all'interno, le cameriere si scusano chiedendo di saldare il conto in via preventiva, a consegna avvenuta: hanno molto da fare, sommerse da piatti stracolmi di vivande locali. Non posso resistere, e nonostante sia tardi decido per lo spezzatino di agnello stufato: in guazzetto con vegetali multicolori. La sommitá é cosparsa di anelli verdastri che mi sembrano olive... Il primo che mordo si rivela subito per quello che é: un peperoncino potentissimo, aromatico e davvero crudele. Nel complesso é davvero un piatto buonissimo, tenero e delicato. 
Svaporo la mia pinta di birra fruttata, intanto che provo a filmare il locale: stiamo cenando al The Church, una chiesa, appunto, adibita a locale all'inizio del secolo. A parte i tavolini, le luci calde ed il palco di legno su cui esibiscono gli artisti, siamo proprio in una chiesa dalla pianta a croce latina, con le sue finestre colorate, il rosone ed i bassorilievi sul muro. In fondo alla navata troneggia, imperioso, un enorme organo. Rumore di tacchi sul legno, una ragazza che gira su se stessa in maniera perfetta, strumenti che suonano e bagliori accoglienti, sullo sfondo rumoroso di una tipica serata irlandese.
 
Usciamo e camminiamo verso il fiume: locali e freddo... Entriamo in un altro locale e ordiniamo una birra per uno. Una ragazza traballa alzandosi dallo sgabello: diversi bicchieri vuoti sul tavolo al quale è seduta; la musica sale vorticosamente di tono. Il collega scherza e ride, mi mostra foto dal suo cellulare e rosicchia noccioline salate per contrastare l'avanzata dell'alcool. So che non è un bevitore, e ne sono felice perché torneró presto in albergo, a tirare le somme della lunga giornata.
Mi trovo nel nord dell'Europa, in un'isola cosí verde da essere definita l'isola di smeraldo, in una città che si affaccia sul mare, in cui il sole fa capolino di rado. Al porto, ho saputo, ci sono sempre le foche, ma non sembra possibile andare... Orari e distanze, e doveri legati al lavoro.
Mi limito adesso a vedere la sfilata dei bus a due piani, color giallo fumetto, che sfilano rapidi secondo un senso di marcia contrario a quello cui sono avvezza. Cammino nel freddo e mi accorgo di non avere più i guanti: devo averli lasciati cadere in un pub. Dovrò comprarne di nuovi: il gelo entra dentro il mio corpo costringendomi ad incrociare le braccia. Cammino veloce, senza sentire le gambe, affascinata dal fiume e dal ponte leggero che lo attraversa.
In strada molto silenzio, poche persone e scorci deliziosi che sembrano appartenere a tempi diversi.
Me ne ritorno finalmente in albergo, con lo stomaco pieno ed una certa stanchezza. E' tempo di chiudere gli occhi.
Oppure di aprirli?

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