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Dimissioni di Malinconico e possibile arresto di Cosentino. Quando la casta vacilla

Qualcosa sta cambiando, in meglio, nella nostra politica?

Non succede molto spesso che un esponente del governo si dimetta dalla propria carica, o che la giunta per le autorizzazioni della Camera voti sì all’arresto di un parlamentare. Ieri, in un solo giorno sono successe entrambi le cose, segno che il vento della polica cambia. Forse in meglio.

Il sottosegretario Carlo Malinconico ha rassegnato le proprie dimissioni alla presidenza del Consiglio dopo le polemiche provocate dalle vacanze pagategli dall’imprenditore Francesco De Vito Piscicelli. Mentre oggi l'aula di Montecitorio si esprimerà sul parere della giunta per le autorizzazioni secondo cui si può dare corso alla richiesta di arresto di Nicola Cosentino, potente coordinatore campano del Pdl.

Pressati da un’opinione pubblica sempre più indignata e non più disposta a tollerare l’illegalità latente di ampi gruppi di potere che siedono in parlamento, la casta cerca di correre ai ripari lanciando segnali di legalità (ancora deboli) e di rispetto delle leggi (anche non scritte) a cui ogni cittadino italiano dovrebbe sottostare. Nessuno escluso.

Sono lontani i tempi in cui innumerevoli esponenti del precedente governo Berlusconi (Presidente del Consiglio incluso) rimanvevano al proprio posto nonostate gli scandali da cui erano investiti generavano una distanza incolmabile tra cittadini ed istituzioni gettando discredito sull’Italia intera sotto gli occhi esterefatti dei partners stranieri.

Sembra passato del tutto il periodo in cui il Parlamento italiano respingeva a raffica le richieste di carcerazione della magistratura, per il solo privilegio di casta che ad ogni legislatura rendeva 630 deputati e 315 senatori “intoccabili”.

Dopo ieri forse i giudici italiani verrano ostacolati meno da una classe dirigente (sempre più debole e crepuscolare) il cui unico compito rimane quello di garantirsi la spartizione delle risorse e la rielezione.

Se carpiamo i segnali che arrivano dai Palazzi romani capiamo che qualcosa si sta muovendo nella sclerotica Repubblica italiana. Indubbiamente la casta incomincia a perdere parte del suo potere. E delle sue rendite.

Se un ex “boiardo” di Stato è costretto a lasciare mentre i gruppi parlamentari incominciano a capire che la sorte di un deputato deve sottostare alle norme della giustiza e non soltanto alle logiche di partito e di maggioranza vuol dire che i venti dell’anti-politica (o forse della vera politica) sono giunti fino all’osso delle istituzioni. O almeno si spera.

 

 

 

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