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Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: 70 anni di Dudu e un solo augurio, mille di questi giorni

Il 10 dicembre del 1948 l’Assemblea generale dell’Onu adottava un testo che sarebbe poi diventato una pietra miliare nella storia dell’umanità: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Dudu per i tantissimi amici.

 Viene da commuoversi al pensiero. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”, dice l’inizio del primo articolo. Tutti gli esseri umani. Tutti! Non esistono esseri più umani degli altri, con maggiori diritti degli altri o con maggiore dignità. Esistono gli esseri umani e basta, tutti differenti ma con identici diritti, come direbbe e ama dire una mia cara amica che è appena stata eletta segretario dell’Uaar.

“Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione”

Soffermandosi a riflettere su quello che è accaduto negli ultimi 70 anni, pensando a com’era il mondo che ha salutato la nascita della Dudu paragonato a quello di oggi, si può vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Si può pensare che si sarebbe potuto fare di più, che non si è sfruttata a dovere l’onda di quella stagione di rivendicazioni che, in Italia come nel resto di questa parte del globo, ha attraversato la seconda metà del secolo scorso. Sarebbe ragionevole farlo. Anche perché altrove di diritti neanche si parla, o se se ne parla lo si fa in una chiave che i diritti tende a negarli, piuttosto che a riconoscerli. La Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, vero e proprio contraltare della Dudu e seguita poi da altre due dichiarazioni simili, è nata proprio per contrastare il principio che un essere umano è portatore di diritti in quanto tale. Il che non solo è paradossale, ma fa anche capire che un diritto può solo essere laico. A cominciare, ovviamente, dal diritto che la Dudu riconosce all’articolo 18: “ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione”, che per la stessa Onu “tutela le convinzioni teistiche, non teistiche e ateistiche”.

La Dichiarazione islamica invece subordina la concessione di diritti alla legge e alle tradizioni islamiche, quindi è per definizione antilaica. Infatti in essa il corrispondente dell’articolo 18 di cui sopra sarebbe il 12, che recita: “Ogni persona ha il diritto di pensare e di credere, e di esprimere quello che pensa e crede […] fino a che rimane nel quadro dei limiti generali che la Legge islamica prevede”. Ma è solo un esempio, di fatto l’intera Dichiarazione assume che la persona non può che essere musulmana. Non esiste altra concezione del mondo ammissibile, non c’è riconoscimento della libertà di pensiero. C’è solo l’imposizione di un dovere: quello di essere musulmani. Con tutto ciò che ne consegue a cascata per tutti gli altri diritti, come quelli delle donne per le quali, ad esempio, viene incorporato il principio coranico secondo cui “gli uomini hanno una certa supremazia su di loro”.

In generale ogni religione ha dei precetti morali da rispettare e da cui non può prescindere nell’interpretazione di ciò che è diritto. Non solo dal punto di vista stretto della libertà di religione, che viene generalmente intesa come libertà di praticare giusto la propria, ma anche per altri diritti che con quei precetti contrastano. Sulla libertà delle donne è incappato anche il Vaticano, non firmando la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna e opponendosi a qualunque ipotesi di riconoscimento del diritto all’aborto o alla contraccezione. Neanche la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità ha mai visto la firma della Santa Sede, firma invece presente nella Convenzione sui diritti dell’infanzia che però è stata ripetutamente violata dal Vaticano, come contestato dalla stessa Onu. Ma anche quando si tratta di riconoscere i diritti Lgbt, peraltro non contemplati nella Dudu, il Vaticano si tiene a distanza difendendo chi non considera il matrimonio egualitario tra questi, quindi rivendicando un ossimorico diritto di negare diritti.

Se è applicabile unicamente in un contesto mono­cultu­rale, allora non è un diritto

Ecco perché qualunque diritto non può che essere laico. Se è subordinato a concezioni religiose, se è variabile in funzione della professione di una fede o di nessuna fede, se è applicabile unicamente in un contesto mono­cultu­rale, allora non è un diritto. Non è universale, quindi non è un diritto. È il tentativo di comprimere la sfera di applicazione e ridefinire di conseguenza cosa è diritto e cosa non lo è. È la rivendicazione di diritti che non solo non sono universali, ma non sono nemmeno umani in quanto pongono la comunità al di sopra dell’individuo. In altre parole è comunitarismo, che nel mondo di oggi sfocia inevitabilmente nel multiculturalismo.

A noi però piace vedere il bicchiere mezzo pieno: una Dudu ce l’abbiamo già da 70 anni, che non sarà moltissimo ma non è nemmeno poco. In questi 70 anni almeno nel mondo occidentale, ma non solo, molte cose sono cambiate in meglio: il numero di Stati che hanno introdotto il suffragio universale è cresciuto, quelli che applicano forme di segregazionismo sono invece diminuiti; le legislazioni in generale sono evolute abbandonando varie norme discriminatorie, anche se non sempre ci sono stati riflessi nella pratica comune; il livello di istruzione è cresciuto; le libertà fondamentali e i diritti civili vengono sempre più affermati; aborto, divorzio, unioni civili o matrimoni egualitari, autodeterminazione alla fine della vita sono una realtà in sempre più Paesi.

Si è fatto tanto o poco? Si è fatto, ed è già qualcosa. 70 anni fa tutto ciò sembrava forse impensabile, gli orrori del secondo conflitto mondiale non erano ancora dei ricordi. Oggi forse non lo sono nemmeno più. Occorre guardare al futuro con l’impegno di fare sempre di più per l’affermazione dei diritti, di tutti i diritti, di tutti gli esseri umani, e con la consapevolezza che nulla di quello che è stato raggiunto è acquisito per sempre, che occorre mantenere sufficiente tenacia per non retrocedere. Nel frattempo, buon compleanno Dudu. E mille di questi giorni. Laici. Sempre.

Massimo Maiurana

Questo articolo è stato pubblicato qui

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