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Declino e priorità per uscirne

I compiti fondamentali dello Stato sono: assicurare la difesa del suolo nazionale da possibili attacchi armati condotti dall’esterno, assicurare l’ordine pubblico, amministrare la giustizia, dotare il Paese d’infrastrutture adeguate e garantirne la gestione.

Nell’attuale temperie di un mondo globalizzato, la vulnerabilità del nostro Paese più che dalle Forze Armate, dipende dalla debolezza dell’economia, determinata da un apparato produttivo che è ridotto ai minimi termini, causa di stagnazione, perdita di posti di lavoro, disordini sociali.

Dunque, è cosa prioritaria spostare risorse dalla Difesa, riducendo e razionalizzando gli organici sovradimensionati, centellinando gli stanziamenti per i sistemi d’arma all’indispensabile, eliminando gli sprechi, risparmiando sui costi della politica, il che assume un valore simbolico e moralizzatore, eliminando gli enti inutili che ancora esistono e, soprattutto, potenziando il sistema produttivo.

Personalmente non abbiamo mai fatto parte della schiera dei pacifisti ad oltranza e continuiamo a non volerne far parte, anche se giudichiamo le guerre come la prova dell’irrazionalità suicida dell’uomo, ma poiché non viviamo nel migliore dei mondi possibili, dobbiamo adeguarci, pertanto, Forze Armate e Forza Pubblica ce le dobbiamo tenere. E’ nota la querelle sull’acquisto di 131 aerei da caccia F35 Lockeed al costo di ben 15 miliardi di euro e per i quali si hanno forti perplessità sulla loro effettiva necessità.

Rinunciare all’acquisto di questi chiacchierati velivoli e destinare le relative, assai cospicue risorse alle infrastrutture comporterebbe un’immediata creazione di posti di lavoro oltre che le condizioni per il rilancio della produttività. La vita economica di ogni paese si fonda sulla sua capacità di produrre beni e posti di lavoro. Ogni apparato produttivo ha bisogno di una Giustizia che funzioni, ha bisogno di infrastrutture stradali, informatiche, parcheggi, porti, aeroporti, ferrovie e infine di una scuola seria, dotata di un corpo di docenti ai quali occorre restituire quella dignità e autorevolezza che ora non hanno, anche pagandoli adeguatamente, al livello dei colleghi degli altri paesi.

L’apparato produttivo nazionale attuale è il rimasuglio di molti anni di sindacalismo selvaggio che ci ha privato della maggior parte di quelle industrie di grandi dimensioni che erano lo zoccolo duro dell’economia nazionale, quelle imprese che potevano disporre dei mezzi per fare ricerca, per competere in un mondo pervaso da tecnologie complesse. Ormai siamo un Paese che dispone solamente delle cosiddette, PMI, piccole, medie imprese, anzi più piccole che medie.

Se vogliamo salvare il salvabile, dobbiamo avere il coraggio di sbaragliare i numerosi ostacoli che si frappongono alla modernizzazione del Paese. Cina docet. Mano dura, molto dura contro le dimostrazioni di piazza opera di minoranze di cittadini condizionati da ideologie fallimentari. Basta con i signori del “no”, che sia no alla TAV, no ai termovalorizzatori, no alle strade no alle discariche, no a porti e aeroporti e via discorrendo. La politica non si fa in piazza con le devastazioni e bruciando i blindati dei Carabinieri ma depositando le schede nelle urne.

Il Presidente del Consiglio ad interim, Mario Monti, saggiamente, dopo avere recuperato credibilità internazionale e rastrellato risorse accrescendo il prelievo fiscale e tagliando dolorosamente servizi, cosa che al governo precedente era preclusa da un’opposizione cieca e litigiosa, sta passando alla fase due: sviluppo e crescita, cosa che noi nel nostro piccolo, vox clamantis in deserto, andiamo predicando da decenni.

Egli sta adoperandosi con toni professorali ma mai aggressivi, tuttavia con ferma determinazione, il classico pugno di ferro in un guanto di velluto, per tentare di recuperare un Paese non più sull’orlo, ma già affondato in un baratro e così facendo, contemporaneamente è riuscito a convincere i principali partner della UE, vale a dire Francia e Germania che la ricetta della crescita e sviluppo potrà essere benefica anche per loro e per l’intero vecchio continente anch’esso in crisi.

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