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  Home page > Attualità > Economia > De-finanziarizzare l’economia con politiche di regolazione
di Maurizio Mottola sabato 5 novembre 2011 - 2 commenti oknotizie
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De-finanziarizzare l’economia con politiche di regolazione

Tre citazioni: “La finanziarizzazione del mondo, definibile come la trasmutazione concettuale e pratica di ogni aspetto della vita, ben al di là dell’attività produttiva, in entità da valutare esclusivamente in base a una metrica finanziaria, è stata l’opera somma, il grande muro eretto con il denaro altrui che la classe capitalistica transnazionale ha realizzato tra gli anni Ottanta del XX secolo e il primo decennio del XXI” (Luciano Gallino, “Con i soldi degli altri Il capitalismo per procura contro l’economia”, 1° edizione, Einaudi, Torino 2009 e 2010, pagina 141).

“Un tale il cui patrimonio consista per intero nel 5% del capitale azionario di una società con un pacchetto di due miliardi di dollari, non vale personalmente più di centomila dollari. Ma questo 5% (…) conferisce a quel tale il controllo sicuro dell'azienda e quindi il suo reale potere operativo si può valutare dell'ordine dei due miliardi di dollari.

Sul piano politico il nostro uomo può quindi fare la voce grossa, non soltanto per l'enorme contributo che è in grado di assicurare a questa o quella campagna elettorale, ma anche e soprattutto per l'attività svolta dai vari uffici di consulenza legislativa che ogni grossa azienda ha in ogni stato dell'Unione e che influiscono in modo determinante sul potere legislativo della Nazione, sia a livello locale che a livello centrale.

Si devono poi fare i conti con tutta la pubblicità che l'azienda può distribuire tra i vari mass media come voce di bilancio esente da tasse; bisogna fare i conti con gli intrallazzatori sguinzagliati per ogni dove dal nostro uomo e dalla società da lui controllata; si devono infine fare i conti con le fondazioni culturali e assistenziali opportunamente finanziate e manovrate.

Ecco quindi come un uomo, il cui patrimonio non supera il valore netto di centomila dollari, esercita nel paese un potere occulto, derivante da una ricchezza effettiva moltiplicata a dismisura grazie al fatto che egli controlla, oltre al proprio, anche il patrimonio altrui” (Ferdinand Lundberg, Ricchi e straricchi -1968-, Feltrinelli, Milano 1969, pagina 12).

“L’esperienza non dimostra affatto in modo chiaro che la politica di investimento più conveniente dal punto di vista sociale coincida con quella che offre i maggiori profitti” (John Maynard Keynes, “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” -1936-, 4° edizione, Utet Libreria, Torino 2005, pagina 343).

Le tre citazioni vogliono essere a supporto della tesi che le politiche di de-regolazione della finanza, statuite nel 1999 con la legge Gramm-Leach-Bliley, che aboliva la legge Glass-Steagall (emanata nel 1933 per far fronte alle conseguenze della crisi del 1929) e che dava licenza tanto alle banche di deposito che alle banche di investimento di avventurarsi nuovamente in ogni sorta di attività speculative, sono il vero fulcro del processo di finanziarizzazione dell’economia americana e quindi mondiale.

La legge Gramm-Leach-Bliley, firmata dal Presidente democratico William J. Clinton il 12 novembre 1999, contribuì allo sconquasso che portò nel 2001 al crollo della Enron Corporation (prototipo di impresa trasformata in mero nesso di contratti, totalmente finanziarizzata, cioè agente più da intermediaria e creatrice di mercati che non da produttrice di beni concreti) e nel 2008 al crollo di quattro banche di investimento (Bear Stearns, Merrill Lynch, Lehman Brothers, Morgan Stanley, mentre si è salvata la Goldman Sachs).


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