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di Luca Sacchieri mercoledì 23 giugno 2010 - 2 commenti oknotizie
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Dalla palla ovale a quella sferica: ma il Sudafrica è cambiato?

Il calcio e il rugby hanno lo stesso sangue nelle vene, ma non la stessa fama. A sentir parlare di "Mondiale in Sudafrica" si ha un senso di déjà vù che riporta al 1995. Si ricordano imprese del passato, storie di sacrificio, di vergogna e, alla fine, di redenzione.

Buffon (che nel calcio è l’Italiano numero uno) dichiara amore incondizionato per Mandela (che nel rugby, ma non solo, è stato il Sudafricano numero uno). Lippi usa Invictus di Clint Eastwood per caricare i suoi. Ebbene se tutto ciò accade, in buona parte è anche una conquista del rugby. Rigorosamente in mischia.

Dalla palla ovale a quella sferica: ma il Sudafrica è cambiato?

Il rugby è il fratello bistrattato del calcio, di cui condivide il football come genitore.

 

Anche i rispettivi palloni sembrano rafforzare il duro confronto di sangue. Quello sferico del calcio ne rispecchia la globalità, quello ovale del rugby è un puntello che si conficca in sporadiche zone del mappamondo affinché le sue rappresentative nazionali possano incontrarsi.

Il rugby è uno sport di contatto, in campo e fuori.

Dal 1823 – da quando cioè nella cittadina inglese di Rugby lo studente William Webb Ellis bloccò per la prima volta con le mani il pallone ovale mettendosi a correre – questo gioco ha toccato vicende sportive, umane e sociali come pochi altri.

Sembra una disciplina animalesca, brutale, spietata, eppure proprio per questo viene praticata da atleti che sentono addosso il piacevole peso agonistico non solo del proprio corpo, e di quello di compagni e avversari, ma anche di una lealtà sportiva che vuole sfondare con la propria forza questi pregiudizi. Come le difese avversarie.

Il gioco di squadra prima di tutto, quindi. Il pallone si può passare solo indietro, proprio a dimostrare la necessità di esser sempre affiancati da un compagno; le touche (semplicisticamente “le rimesse laterali”) sono piramidi di uomini che si sostengono a vicenda quasi a toccare il cielo; le mischie sono cupole di corpi costruite con muscoli e grinta a difendere chi in quel momento custodisce il pallone, che non è solo un pallone, ma cuore pulsante e al tempo stesso destino della squadra che ne ha il possesso. “One team, one country”, recitò Mandela nel Mondiale sudafricano del 1995.

A tal proposito il rugby è anche uno sport che ha nella sua storia trame che si intrecciano, eventi che lo rendono, forse più di ogni altro sport, metafora di un’umanità in cui riconoscersi.

Il mondiale di Rugby XV ogni quattro anni (il prossimo in Nuova Zelanda nel 2011) è una manifestazione che fa molto meno rumore in confronto a quella del calcio. Ma scoperchiando il vaso (ovale) di Pandora, si scopre che il rugby è le sfide infinite tra Sudafrica, Nuova Zelanda (tra gli Springboks, antilopi, e gli All Blacks) e British and Irish Lions, selezione delle nazionali del Regno Unito dal 1888.

Il rugby è vicende umane fatte di sangue, fango e brandelli di immortalità. Il rugby è cassa di risonanza di un’Apartheid che nel 1967 impedisce ai giocatori Maori di andare a disputare il tour in Sudafrica poiché non appartenenti alla razza bianca pura; e che nel 1970, invece, li riceve per convenienza, riservando loro la vergognosa carica di “cittadini bianchi onorari”.

Nelson Mandela ne ha fatto il mezzo per rafforzare la sua leadership e per sbaragliare quella potente dose di Apartheid rimasta nei cuori di bianchi e neri quando, vestendo maglietta e cappellino Springboks, consegna la coppa del mondo al capitano sudafricano Pienaar nel 1995.


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