Già i racconti dei primi giorni dell’intervento facevano rabbrividire: viveri bloccati all’aeroporto, risse per ottenerli, concentrazione d’interventi nella capitale, abbandono delle aree rurali, tende finte e tutto il resto nella più completa confusione. Casi limite molti, ma ecco comparire la Regione Sicilia che spende 12, 5 milioni di euro per comprare succo d’arancia per i terremotati di Haiti poi dirottati al Banco Alimentare prima che marcisse.
Oggi, mi scrivono da Haiti, poco è cambiato. Gli unici che si sono strutturati (con i soliti jeepponi, case e ville, salari da favola) sono la massa dei cooperanti (ONG e UN) e qualche scroccone locale. Chi mi scrive e cerca di lavorare nell’isola parla di un 10% di attività sensate e concrete, gestite da persone seriamente impegnate. Si parla di ospedali e scuole costruite ma vuote per essere rivendute ai donatori, campi profughi nel caos, compravendita di bambini, mafie locali. La gente locale è esasperata, utilizzata per raccogliere fondi superiori alle necessità, li vede sprecati. Poi, addirittura, scoppia un epidemia di colera (oltre 1000 morti, 15.000 contagi), malattia comparsa sull’isola solo con un caso nel 1960. La rabbia si catalizza sulle Nazioni Unite e sui caschi blu, addirittura obbligati e a sparare sulla folla per difendersi. Cose da pazzi, intanto i disordini stanno continuando a Cap Haitien, di fatto isolata dal resto del paese. Ma già nei mesi precedenti, mi raccontano, la tensione era alta nella capitale e nei campi profughi, l’insicurezza dilagava. Proprio dai campi profughi, gestiti e creati dalle organizzazioni internazionali e dal grande slum di Citè Soleil sembra partita l’epidemia. Presto estesa a nord, a Cap Haitien, Port de Paix, Gonaives, Gros Morne; un caso è stato rilevato nella vicina Repubblica Domenicana.
La stampa internazionale parla da mesi dell’improvvisazione che regna nell’isola e della scarsa efficienza degli aiuti, lo raccontano i cooperanti più seri ma il segnale che l’incapacità è al culmine arriva quando qualcuno dei Grandi Scrocconi delle NU inizia a criticare l’intervento. Ed ecco Edmond Mulet, il capo del the United Nations Mission in Haiti, che dichiara “We created this Republic of NGOs, almost 10,000 NGOs, some of them are extremely responsible and doing good work, but many, many other ones are there, and nobody knows what they do, and nobody knows where the money comes from or is going to.” “And we have created these parallel structures, in education, in health services, in all sorts of responsibilities that the Haitians should be assuming themselves”. Come sempre in queste circostanze è iniziato lo scaricabarile e le NU accusano le ONG di confusione, di dispersione delle risorse, di mancanza di professionalità; le ONG accusano le NU di aver saltato le autorità locali, di sprecare soldi in funzionari, di accentrare le operazioni rendendo tutto meno efficace. Per il colera sono finiti in fondo alla catena dello scaricabarile i 1000 militari nepalesi impegnati nel MINUSTAH.




























