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Cynthia Russo: "Non è sempre vero", un romanzo sulle adozioni

Cynthia Russo è al suo secondo romanzo per la casa editrice Marsilio. Il titolo è una traccia che percorre, inconsapevolmente, tutta la storia di Sara, la protagonista. Chi è Sara? È una donna che dopo trent’anni decide di mettersi con caparbietà alla ricerca di una figlia avuta a sedici anni, e che la sua famiglia, conformista, oppressiva, timorata del giudizio di Dio e dei vicini di casa, ha affidato a una organizzazione religiosa che accoglie “i frutti della colpa”.

La ricerca è resa quasi impossibile da una legge, che esiste, che è vigente, definita “dei cent’anni”: in sostanza i figli non riconosciuti non possono sapere chi sono i loro genitori biologici se non dopo cento anni dal loro concepimento. Una trovata paradossale, creata ufficialmente per garantire la privacy delle madri ma ufficiosamente “per disincentivare il diritto all’aborto”. Così suggerisce Cynthia Russo, che per scrivere il suo romanzo ha studiato attentamente questa legge, o più precisamente l’articolo 28 della legge 184 del 1983.

“Questa legge è una negazione di diritti. È ingiusta per le donne”, come nel caso della protagonista che partorisce minorenne e a cui viene impedito di riconoscere il figlio “e per i figli, che senza la possibilità di conoscere i genitori biologici vengono privati di una libertà che influisce profondamente sulla personalità. Inoltre non si può risalire ad eventuali problemi patologici provenienti dalla famiglia naturale”.

Cynthia si sofferma sul concetto di persona: “È una scatola piena di emozioni, è un elemento delicato che ha bisogno dello sviluppo di tutte le parti”. A chi viene impedita questa crescita rimane una cicatrice: “La persona rimane spezzata, come spezzati sono i ninnoli che le madri lasciavano ai figli negli orfanotrofi sperando che potessero un giorno essere oggetti utili al ricongiungimento”.

Il romanzo è abitato da persone che hanno avuto esperienze simili, abbandoni anche ineluttabili come la morte di un genitore o di una figlia. Tutte persone spezzate, come direbbe Cynthia Russo: “che subiscono la loro condizione”, chiudendosi in se stessi o impegnandosi anima e corpo nel lavoro (salvo poi avere relazioni sentimentali disastrose). La stessa protagonista, Sara, è una madre anaffettiva, dura con il figlio avuto nell’ambito coniugale. Forse perché la sua mente torna continuamente a quella figlia persa e quindi idealizzata.

L’eccezione è Sveva, una figlia abbandonata, ormai madre, che decide di dare voce alla sua condizione riunendo attraverso internet una comunità di simili. Sveva ha espresso senza reticenze la sua condizione e ha superato il dolore che l'accompagnava. “Sveva è una figura simbolo. Decide di andare a vivere in un paese toscano nella casa che fu di Mavì, per tutti quelli del paese una strega e una puttana, che camminava a piedi scalzi e a testa alta per il paese e che manteneva costante il rapporto con la natura attraverso una grotta che dalla sua casa la portava al bosco. A Sveva piace immaginare che quella donna libera possa essere stata sua madre”. Una madre d’elezione.

Nel suo costante inciampare, anche letteralmente, Sara arriverà al compimento del suo percorso di consapevolezza. “L’inciampare è la fragilità, è perdere il terreno su cui si cammina. La caduta determina una svolta; e gli eventi prendono il sopravvento”. Ma questi eventi, ci dice Cynthia, vanno governati. Non sempre compiamo delle scelte, non sempre giudichiamo opportunamente, “non è sempre vero” quello che diamo per scontato. Bisogna impegnarsi per conoscere la verità, senza pregiudizi.

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