La crisi economica che stiamo vivendo e subendo, frutto della congiunzione fatale di un protezionismo obsoleto, inadeguato ed inefficiente, e di un liberismo selvaggio e socialmente inaccettabile, la stavano tutti ? o quasi ? aspettando. Era nell’aria, quasi una forma di disastro annunciato, ma continuamente procrastinato.

dalla socialità alla politica, dalla scienza all’economia, dalla scuola al lavoro, dalle relazioni interpersonali alla cultura, dalla medicina al Welfare State, dal ruolo dello Stato e quello della famiglia, tutti i saperi, le metodologie, le certezze e le pratiche hanno subito una spallata dalla portata dirompente, che ha cambiato il panorama conoscitivo, sociale, culturale ed esistenziale con cui eravamo abituati a convivere.
In particolare, dal momento in cui la crisi globale è esplosa, il clima culturale pare aver subìto un mutamento alquanto repentino. Uno dei motivi è che gli esponenti della teoria economica prevalente sono apparsi in estrema difficoltà di fronte alla grande recessione in corso. Col passare dei mesi è andato diffondendosi il convincimento che la crisi li abbia presi alla sprovvista, e che le loro proposte di politica economica abbiano addirittura contribuito ad alimentarla.
La complessità e la gravità di questi meccanismi e disequilibri sono oramai per tutti evidenti ed assodati, anche se molto sottovalutati rispetto alle loro dinamiche interne, alle conseguenze sulla nostra esistenza individuale e sociale, agli scenari con i quali bisogna e bisognerà fare i conti.
Dato che è universalmente riconosciuto che in Italia non esiste alcun criterio meritocratico il Paese risulta sempre più diviso in due categorie ben distinte di cittadini: gli avvantaggiati e gli svantaggiati. In pratica, a meno di rari esempi, e in quanto tali statisticamente non rilevanti, non esistono persone che sono riuscite a creare qualcosa per sé stesse senza aver sottratto ad altri spesso indebitamente, lo stesso oggetto del contendere.
Questo stato di cose, tipicamente italiano, ha contribuito a formare una società fatta di persone per nulla allenate a correre, essendo i risultati già noti, stabiliti ai blocchi di partenza, avendo coscienza di correre con avversari dopati. L’allenamento comporta fatica, sacrifici e soprattutto autostima. Ci devi credere veramente che puoi vincere. Devi essere convinto di essere il migliore per poter vincere partendo insieme dalla linea.
Ovviamente con il passare dei decenni la popolazione è aumentata e la possibilità di avvantaggiare qualcuno a discapito di altri si è abbassata in percentuale creando sempre più svantaggiati e sempre meno avvantaggiati. In compenso i secondi hanno visto crescere il loro distacco dai primi.
Tutto ciò ha amplificato le diseguaglianze sociali, sempre esistite, ed insieme ad esse un diffuso malessere generale. Secondo Jean-Paul Fitoussi, professore di Economia all’Istituto di Studi politici a Parigi e alla Luiss di Roma, la diseguaglianza e la questione sociale sarebbero la vera causa della crisi economica che stiamo attraversando. Fitoussi ammonisce che la crisi nasce dalla questione sociale, non è il suo effetto: le società sono diventate individualiste e senza coesione, e questo ha permesso di raggiungere un tale grado di disuguaglianza.
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