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Control di Anton Corbijn (B/W, uk, 122min, 2007)

Il mito dei Joy Division, una delle band più imitate della storia del rock, rivive attraverso lo sguardo intimista di Anton Corbijn.

Control di Anton Corbijn è finalmente arrivato in Italia, in un numero scandalosamente piccolo di copie e soltanto in alcune città, tra cui fortunatamente Bologna e il suo - che Dio lo protegga! – cinema Lumiére.

Il film, come è noto, è il ritratto di Ian Kelvin Curtis, leggendario leader dei Joy Division, toltosi la vita all’età di 23 anni. Il materiale usato per il film è un libro scritto dalla moglie dello stesso cantante, Deborha Curtis,  che si intitola Touching From a Distance (in Italia edito da Giunti con il titolo Così Vicino, Così lontano).

Esistono due approcci a questo genere di film: quello del fan o quello dello spettatore. Non ho conosciuto nessun fan di Kurt Cobain dire che Last Days di Gus Van Sant fosse un bel film, mentre è stato apprezzato da diversi non fan. Stesso discorso vale per The Doors di Oliver Stone.

Control, ipotesi tuttora in via di verifica, mi sembra avere la forza espressiva per poter accontentare entrambi i tipi di spettatori. Perché è un film onesto, rarissimamente ruffiano, lontano dagli stereotipi messianici di molti ritratti di rock star. Merito del taglio dato alla pellicola da Corbijn, esordiente nell’lungometraggio ma proveniente da una lunga carriera di video clip, che sceglie di raccontare l’esperimento Joy Division, da un punto di vista intimo e quasi banalizzante del mito Ian Curtis. Lo incontriamo al lavoro, in una agenzia di collocamento, quando torna a casa dalla moglie che lo aspetta e che vorrebbe da lui più attenzioni, quasi fosse un impiegato qualsiasi. Lo vediamo affrontare la sua malattia, l’epilessia, con le paure di un uomo comune, con quella insicurezza che scopriamo essere il minimo comune denominatore dei sui atti sublimi, delle poesia e della musica, così come del quotidiano vivere. In questo, parte del merito va a Sam Riley, in grado di una impersonificazione suggestiva e a tratti commovente di Ian Curtis.

Siamo veramente distanti anni luce dagli stereotipi del genere, e francamente non mi spiego i titoli di alcune recensioni che invece hanno continuato a insistere sui soliti temi “Control: Ritratto di una gioventù bruciata e romantica” .


Al di là del delicato rapporto con la materia raccontata, il film è in possesso di elevato valore estetico in sé, a cominciare da una fotografia ricercata e impreziosita da un bianco e nero che riesce perfettamente a ricreare quell’atmosfera da periferia inglese degli anni ’70, oltre che, come c’era da aspettarselo, da una colonna sonora che ha avuto il privilegio di poter contare su dei protagonisti di primissimo piano come i New Order, band formata dai superstiti dei rimpianti Joy Division.

Film consigliatissimo, come si diceva, ai fan della band di Ian Curtis, ma anche a tutti gli appassionati del buon cinema.

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