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Conferenza di Palermo: la complessa situazione libica

C’è molta attesa per la Conferenza di Pace sulla Libia che si terrà a Palermo dall’11 al 12 novembre. Un’occasione di un certo rilievo per l’Italia per ricordare in sede internazionale la posizione strategica del proprio confine sud, la Sicilia, che funge da “porta”, da “ponte”, da “dialogo”, da “incontro” tra le diverse culture.

 Nelle ultime ore si parla degli inviti inviati e di chi accetta o meno a partecipare. Dai partecipanti dipende se sarà una Conferenza al vertice o semplicemente un esercizio politico andato in fumo.

 Non sarà un vertice facile, la situazione è molto complessa, diamo un’occhiata al panorama politico libico. 

Il regime libico sotto il regime di Gheddafi, era retto dalla Jamahiriya, ovvero Stato delle masse, ma sostanzialmente il potere rimaneva nella mani del rais libico, tuttavia la sua legittimazione dipendeva da un “patto” che rifletteva le divisioni classiche della società libica in famiglie, clan e tribù, mediante la distribuzione dei proventi petroliferi. Alla fine degli anni ’90 il regime più volte arginava un’opposizione interna, assai composita, che mise in discussione la leadership del colonnello Gheddafi. Il regime rispondeva con una forte repressione. E’ passata alla storia la famosa “rivolta delle carceri di Abu Salim nel ‘96. Poco prima della ribellione della Cirenaica del 2011 il rais aveva proclamato suo successore il figlio, Saif al Islam. Da questo momento per il leader libico inizia la discesa.

 Nel 2011 il “patto” veniva rotto da alcune tribù e il tempestivo quanto interessato sostegno della Francia di Sarkozy, con un’azione militare che di fatto forzava la Risoluzione Onu 1973 e non tenendo conto del “cessate il fuoco “ firmato poco prima dell’attacco franco-anglo-americano, portava alla fine del regime di Gheddafi e alla distruzione della Libia come entità statuale. Oggi la Libia è divisa territorialmente in tre zone: Cirenaica ad est, Tripolitania ad ovest e nel sud il Fezzan. Nei vari territori imperversano le varie milizie rispondenti a questo o quel capo, le alleanze sono labili e ogni parte guarda solo ai propri interessi clanici a discapito delle altre comunità.

 

Anche politicamente le cose non vanno meglio, nonostante i vari tentativi di far decollare l’unità nazionale. Va ricordata la Risoluzione Onu 2259 del 2015 con la quale si chiedeva un accordo politico per la nascita di un Governo di Concordia Nazionale come l’unico governo legittimo della Libia. Preventivamente, nel dicembre 2015, era stato firmato il Libyan Political Agreement a Skhirat, in Marocco, e successivamente la Dichiarazione di Roma prevedevano l’appoggio ad un governo di unità nazionale. Tutto rimaneva sulla carta. Attualmente ci sono due governi: il governo di Tripoli, ufficialmente riconosciuto dall’Onu e retto dal premier Al Serraj e il parlamento di Tobruk con il capo dell’esercito libico nazionale Haftar.

 Il Palamento non ha mai dato il proprio appoggio, la propria fiducia al governo. Di fatto c’è un governo riconosciuto all’esterno, quello di Tripoli, molto debole che deve affidarsi alle varie milizie e non all’esercito nazionale, comandato dal generale Haftar sostenuto dall’Egitto, Francia e Russia. 

Si è anche tentato di far dialogare i due maggiori contendenti, Al Serraj e Haftar. Va ricordato il tentativo di conciliazione – in un accordo formale- mediato dagli Emirati Arabi Uniti, nel maggio 2017, che sembrava aprire la strada dell’unità. L’accordo prevedeva la stabilizzazione del paese e la fine del potere diviso in due istituzioni contrapposte. Le due parti prospettavano di unificare in un unico esercito tutte le fazioni armate libiche a loro fedeli sotto il comando governativo, dunque sotto al-Sarraj. Un elemento assai importante che legittimava l’esecutivo. L’intesa prevedeva anche l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale con nuove elezioni e  la creazione di un gruppo di lavoro, formato da esponenti militari delle due fazioni, per la formazione di un nuovo governo.

Successivamente la Francia di Macron, in maniera unilaterale, il 25 luglio, convocava i due a Parigi per un nuovo dialogo e per organizzare le nuove elezioni. Ma ad oggi tutti i tentativi di trovare una soluzione politica, sia per far cessare gli scontri cruenti che ricostruire il paese, sono falliti.

Da questo vertice ci si aspetta tanto, forse molto. La situazione di certo non è lineare, e le diverse spaccature, sia degli attori libici che degli attori esterni, non aiutano a risolvere un conflitto che è politico, ma anche economico. Sta alla saggezza delle parti, dal capire che devono essere i libici stessi a rendersi protagonisti e non a subire le ingerenze esterne, che verrebbero bollate come “colonialismo e imperialismo”, dalla effettiva condivisione del potere tra le istituzioni libiche, in un quadro di riconciliazione, rendere il vertice di pace sulla Libia proficuo e positivo. 

 

Salvatore Falzone

 

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