Scegliere prodotti meridionali anziché padani non significa solo dare indirettamente una sorta di "schiaffo morale" a chi va dicendo in giro dalla mattina alla sera, in televisione o nei raduni campestri, di essere stanco di fare la parte del motore economico del paese, ma è soprattutto un modo, il più semplice e secondo me il più intelligente, per favorire lo sviluppo dell'economia di una zona d'Italia da sempre fanalino di coda della penisola.
Si sente spesso parlare, soprattutto a sproposito, di "secessione" da parte di personaggi politici discutibili e grotteschi che usano lo spauracchio minaccioso della divisione tra nord e sud solo ed esclusivamente per motivi populistici e non certamente politici.
Una vera e propria secessione, in pectore, non la vuole nessuno. Soprattutto non la vogliono quei politici-imprenditori vestiti di verde che la tirano fuori durante i comizi per eccitare l'elettorato. Molti credono che secessione sia sinonimo di "nuova cortina di ferro"; pensano che ci si riferisca alla costruzione di una moderna linea Gustav con tanto di guardia padana armata fino ai denti e a sua volta controllata a vista da una altrettanto agguerrita sentinella della Lega Sud pronta a difendere il Nuovo Regno delle Due Sicilie dalla calata dei Nibelunghi. Niente di tutto questo, tranquilli.
Solo noi meridionali possiamo insegnare ai padani cosa significa fare una vera secessione. Una secessione "dal basso", parafrasando Gramsci, ovvero dal sud.
Una secessione culturale e commerciale
La vera secessione è e deve essere un'altra: dovremmo avere il coraggio e la costanza, noi meridionali troppo spesso utilizzati in chiave comica nelle varie pubblicità create dalle major televisive del Nord (come se fossimo i giullari della corte televisiva italiana), di attuare l'unica, vera, realistica, non-violenta, intelligente e proficua secessione.
"Giullari della pubblicità", i vari napoletani, calabresi e siciliani usati durante certi spot commerciali, che hanno l'ingrato compito di aprire "canali linguistici" tra il produttore settentrionale e l' "indigeno" del meridione da '"vangelizzare", consumisticamente parlando. Un richiamo ipocrita a una fantomatica Unità d'Italia, ad una "fratellanza inter-dialettale", che serve solo quando bisogna diffondere un nuovo marchio o una nuova idea commercialmente redditizia e che non deve conoscere confini.
Impariamo a leggere le etichette
La cosiddetta "spesa", quella che fanno le casalinghe, i padri di famiglia o anche gli acquirenti single purtroppo è diventata, come già è successo a tante altre attività dell'umano vivere, un momento veloce, nevrotico, privo di qualità. La corsa contro il tempo è un imperativo che non risparmia nemmeno uno dei momenti più importanti della nostra vita: la scelta del cibo che introdurremo nel nostro apparato digerente.
Dovremmo prenderci del tempo, invece, per leggere attentamente le etichette dei prodotti alimentari (e non solo di quelli) prima di metterli ciecamente nei nostri carrelli metallici quando andiamo al supermercato. Lo so, la maggior parte delle informazioni contenute sulle etichette, quelle che servono al consumatore per "fare la differenza"
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