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"Chiamami col tuo nome" la maturità artistica di Guadagnino

Anno1983 Elio Perlman (Timothée Chalamet), diciassettenne italoamericano di origine ebraica si ritrova assieme ai genitori a trascorrere le vacanze estive nella loro villa settecentesca circondata dalla campagna del territorio cremasco.

Come da tradizione consolidata nel tempo un allievo del padre di Elio (il quale svolge appunto il ruolo di docente universitario) si aggregherà alla famiglia Perlman durante il periodo estivo con lo scopo di portare avanti il dottorato affiancando il docente stesso per un periodo di sei settimane. Quell'estate sarà Oliver (Armie Hammer), studente ventiquattrenne giunto direttamente dagli Stati Uniti, ad insinuarsi e sconvolgere profondamente la vita di Elio in quello che si rivelerà un rapporto capace di accendere emozioni e sensazioni fino ad allora sconosciute per il ragazzo.

“Chiamami con il tuo nome” si propone di essere un grande racconto di formazione e più precisamente di “formazione ed educazione sentimentale”.

In un tempo come il nostro dove i rapporti sono sempre più dilatati dal filtro della “comunicazione di massa” anche il sentimento affettivo e amoroso non riesce a sottrarsi da una logica che lo priva di quel “pudore personale” per gettarlo in pasto alla “pornografia delle emozioni”.

In questo il film Luca Guadagnino vuole intraprendere invece il percorso inverso nell'intento di farci riscoprire la forza dirompente ed anarchica dell'amore attraverso la storia di Elio ed Oliver; narrazione intrisa di passione e di complicità sottesa a ridefinire anche al cinema il ruolo centrale dei sentimenti.

Come diceva Jean Paul Sartre però “è facile per i sognatori confondere il disincanto con la verità” e così anche per Elio il passaggio dall'adolescenza all'età adulta porterà una violazione di quell'innocenza troppo spesso tradita dagli altrui atteggiamenti.

La sceneggiatura di James Ivory è solida struttura sulla quale costruire la “delicata poesia in fotogrammi” come la regia di Guadagnino può essere definita.

Ivory (“Camera con vista”, “Quel che resta del giorno”) trae ispirazione dal romanzo omonimo di André Aciman e non pare un caso poi che il regista italiano (ma sempre di più regista “globale” nella migliore accezione del termine) giochi sui contrasti come quello che vede un grande lavoro di produzione internazionale per una storia collocata nel cuore della provincia italiana.

Collocazione geografica che rispetto al romanzo si sposta dalla riviera ligure ad una zona più “interna” come la campagna lombarda, mentre viene mantenuto l'arco temporale degli anni ottanta; anni che fungono da “tempo sospeso” per raccontare indirettamente il presente (come non casuale è la scena in cui la famiglia di Elio è seduta davanti al televisore dove si intravedono le immagini di un Beppe Grillo che in quegli anni faceva ancora il comico salvo poi proporsi quale “figura politica” diversi anni dopo).

Anche se va detto che il proposito intrinseco del regista siciliano non è quello di dipingere un affresco contemporaneo, né quello di interrogare le periferie esistenziali e tutto ciò lo rende uno tra i più “internazionali” fra i vari registi italiani. A conferma di questa tesi vanno le quattro candidature ai premi Oscar e la recente vincita ai BAFTA per la miglior sceneggiatura non originale.

“Chiamami con il tuo nome” si può tranquillamente identificare come il lavoro della piena maturità artistica di Luca Guadagnino; maturità supportata da una sensibilità stilistica e narrativa ancor più fulgida e d efficace rispetto ai precedenti lavori, dove la capacità di far emergere l'erotismo si sposa alla raffinatezza autoriale dello sguardo senza così mai scadere nello sterile esibizionismo di corpi nudi.

Ed è proprio in virtù dei lavori antecedenti come “Io sono l'amore” e “A bigger splash” che si viene qui a compiere la chiusura della trilogia del desiderio.

Un desiderio sincero, giovanile e puro che viene mostrato in modo autentico e non didascalico.

Chiusura di un cerchio ideale ma mai idealizzato.

Il film raggiunge il proprio acme con il discorso che il padre di Elio rivolge al figlio dopo il ritorno a casa di Oliver; è impossibile non commuoversi di fronte ad una scena così piena d'amore e scevra di ogni manierismo.

Una menzione particolare va anche alla colonna sonora dove le canzoni di Sufjan Stevens sanno prendere lo spettatore per mano e cullarlo in questa storia che è anche una storia di diritti senza averne l'ambizione dichiarata dove l'amore tra due ragazzi dello stesso sesso desidera rispondere solo alle logiche dell'amore stesso .

In un momento storico come quello attuale “Chiamami con il tuo nome” si dimostra un film importante e coraggioso per accelerare il processo che ci dovrebbe portare a cogliere la bellezza in ciò che ci circonda; bellezza che possiamo cogliere sin dai titoli di testa e che è il vero filo conduttore della pellicola.

Infine per portare con noi la storia di Elio, nonostante il finale amaro e la scoperta delle disillusioni che l'età adulta porta con sé, possiamo ritrovare il senso di questa pellicola nelle parole di Hermann Hesse quando egli affermava che “la gioventù si conclude quando finisce l'egoismo; la maturità inizia quando si vive per gli altri”.

 

 

 

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