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“Cavalli allo specchio”: viaggio nella mente equina

Dall'esperienza di un etologo e di un addestratore, insieme, nasce un libro che chiunque abbia a che fare con i cavalli dovrebbe leggere. Per valorizzare e capire davvero una relazione vecchia ormai di 6.000 anni

di Eleonora Degano

Il rapporto tra scienza e sport ormai è consolidato, che si tratti di matematica applicata alle gare di Formula 1 o di professionisti che curano la salute psicologica e fisica dell’atleta. Ma c’è un’attività nel quale il “si è sempre fatto così” spesso prevale, a discapito di entrambi gli atleti che vi partecipano: è l’equitazione. Che prima di essere uno sport è la relazione tra due specie diverse, un rapporto che plasmiamo, consolidiamo e viviamo da ormai 6.000 anni.

Come combinare le diverse professionalità richieste da quest’ambito? Come far sì che il lavoro dell’etologo incontri quello dell’horseman, per tener conto nell’addestramento e nel rapporto quotidiano anche i bisogni etologici e biologici del cavallo? Questo incontro lo trovate sulle pagine di un ottimo manuale pubblicato dalla Pisa University Press, “Cavalli allo specchio”, scritto a quattro mani da Paolo Baragli, etologo e dottore in Fisiologia Equina, e da Marco Pagliai, libero professionista che in Toscana si occupa di addestramento e recupero di cavalli problematici.

Un libro destinato non solo a chi con questi straordinari animali lavora, come appunto addestratori, istruttori o veterinari, ma anche a chi ha la fortuna di condividervi qualche ora a settimana nelle lezioni al maneggio.

Da appartenente all’ultima categoria, è stato facile ritrovarmi in molte delle situazioni (positive e negative) raccontate nel libro, che partendo dal ruolo dei cavalli nella nostra società ci accompagna nella conoscenza dei loro sensi per capire come vedono il mondo – e come lo annusano, lo ascoltano, lo toccano – rendendo palese che molti degli ostacoli che si incontrano non sono che problemi di comunicazione, dovuti a una scarsa conoscenza della mente equina.

Quante volte il cavallo fa cose che non riusciamo a spiegarci? Pensare di comprenderle tutte è utopia, ma sapere come percepisce il mondo può aiutarci molto. Sapere ad esempio che i suoi occhi laterali fanno sì che abbia una zona cieca (che corrisponde grossomodo al suo corpo, dunque a noi quando montiamo) e che per lui in quanto preda vedere le cose il prima possibile è più importante che vederle in modo dettagliato.

Idem per l’udito: sentire un rumore al più presto ha la priorità sullo stabilirne la provenienza. Quando agiamo sul cavallo sulle redini spesso non teniamo conto di questi aspetti e, facendo ad esempio flettere troppo la testa, oltre a imporre una pressione molto fastidiosa o dolorosa sulla bocca impediamo al cavallo di vedere bene di fronte a sé. Come può prender le misure e saltare, o anche solo rendersi conto di dove poggia lo zoccolo?

Capire “chi è il cavallo” davvero diventa un esperimento, costringe a farsi delle domande. Ma non è un percorso semplice, soprattutto perché una volta masticata un po’ di scienza equestre, molte cose in scuderia e tanti vi sembreranno davvero poco sensate. Ma demonizzare l’equitazione come la conosciamo non è l’obiettivo del libro, perché non sarebbe d’aiuto a nessuno. Lo scopo è trovare un buon compromesso tra le esigenze dei cavalli e le nostre, non solo per sport e passeggiate ma anche per attività nelle quali sono sempre più spesso coinvolti, ad esempio le terapie assistite (horse-therapy).

Bastano minimi gesti e disattenzioni per dare il via a comportamenti “problematici”: un esempio illuminante fatto dagli autori riguarda i premi in cibo. Se gran parte del lavoro a cavallo è legato al rinforzo negativo (es: faccio una pressione e la rimuovo, togliendo il fastidio, quando lui risponde bene), zuccherini e carote al momento sbagliato possono farci fare passi indietro. Immaginiamo di essere sulla rampa del trailer, pronti a far salire il nostro cavallo per un viaggio. Lui non si muove e per incoraggiarlo gli diamo un pezzetto di carota. Quello che stiamo facendo in realtà è insegnargli a stare fermo, con un premio. Anche i tempi sono importanti: è probabile che, passati tre-quattro secondi dal comportamento voluto, il cavallo non associ più che la carota che sta ricevendo è legata a quel comportamento.

 Eppure la ricerca scientifica non manca e la tradizione equestre italianadel passato ha gettato ottime basi per rendere questo rapporto più piacevole (e redditizio) per l’essere umano e per il cavallo – che dopotutto viene coinvolto in attività alla quali non ha mai chiesto di partecipare -. Una tradizione che fa capo a Federico Caprilli, capitano di cavalleria e ideatore, alla fine del 1800, del Sistema Naturale di Equitazione. Nelle pagine del manuale ritroviamo spesso le sue parole, a dimostrazione di come negli anni si sia tornati indietro, legandosi anche a idee senza base etologica, come quella che agli occhi del cavallo noi siamo un predatore e che per ottenerne la collaborazione è necessario farci riconoscere come un ipotetico “capobranco”. O ancora, facendo passare il messaggio che il cavallo “buono” sia quello che non reagisce, che non si difende di fronte a comportamenti negativi.

Dalle nuove frontiere della ricerca alla gestione in scuderia, dai cavalli depressi fino alla progettazione di una scuderia davvero (etologicamente) a misura di cavallo, non c’è aspetto della vita equestre ed equina che venga trascurato. È un libro, questo, che ha le premesse per far riflettere chiunque condivida la sua vita con un cavallo, qualunque sia il rapporto. E il potere di portarci a guardare di nuovo, a osservare con calma un compagno di vita, di sport, che abbiamo il dovere di conoscere bene. Per il benessere, e la sicurezza, di entrambi.

@Eleonoraseeing

 

Foto: f_barca/Instagram

Questo articolo è stato pubblicato qui

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