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Caucaso, diritti umani a rischio con la scusa della lotta al terrorismo

 

Oltre 20 all’anno. Il ritmo dei sequestri di persona nel Caucaso del nord prosegue incessantemente da almeno 10 anni.

La più piccola delle repubbliche della Federazione russa, l’Inguscezia, è anche la più turbolenta. Ha meno di mezzo milione di abitanti, un tasso di disoccupazione del 47,7 per cento e un bilancio composto per il 91 per cento da sovvenzioni del governo centrale di Mosca.

Più delle altre repubbliche caucasiche, l’Inguscezia ha subito le conseguenze delle guerre della Cecenia degli anni Novanta. Ha accolto oltre 100.000 rifugiati ma il conflitto le è piombato addosso: negli ultimi 10 anni le attività dei gruppi armati sono aumentate fino al punto da tentare l’assassinio di due presidenti, Murat Zyazikov nel 2004 e Yunus-Bek Yevkurov nel 2009.

 

Col proliferare dei gruppi armati, è cresciuto anche il numero delle agenzie di sicurezza, alcune formali e altre irregolari.

Risultato prevedibile: la popolazione civile in mezzo, tra rappresaglie, omicidi mirati o casuali, torture e, come dicevamo all’inizio, almeno 200 sequestri di persona nell’ultimo decennio (nella foto alcune persone scomparse). Come denuncia un rapporto di Amnesty Internationalil numero dei responsabili individuati e puniti si avvicina allo zero.

Zelimkhan Chitigov, un ragazzo ceceno, è stato sequestrato nell’aprile 2010 da una trentina di uomini armati e portato, con la testa infilata in una busta di plastica e le mani ammanettate dietro la schiena, in un luogo sconosciuto. Dopo aver rifiutato di confessare la sua partecipazione ad azioni terroristiche, è stato picchiato e sottoposto a scariche elettriche, gli hanno cavato le unghie, strappato pezzi di pelle con delle pinze e lo hanno appeso a una sbarra di ferro.

Solo in seguito, Chitigov si è reso conto che le torture erano avvenute nella sede del Centro per il contrasto all’estremismo istituito dal ministero dell’Interno dell’Inguscezia, nella città di Nazran.

Quando lo hanno portato di fronte a un giudice, non era più in grado di camminare. Ha avuto un collasso ed è stato ricoverato in ospedale. Vi è rimasto, controllato da personale armato, per due mesi. È stato rilasciato, con l’obbligo di non lasciare il paese. Una condizione cinica: da allora, Chitigov non è più in grado di camminare né di parlare a causa dei traumi alla testa, alla spina dorsale e ad alcuni organi interni. Nel luglio dello stesso anno, i suoi avvocati hanno ottenuto l’avvio di un’indagine sulla detenzione illegale e sulle torture cui era stato sottoposto. Sono passati due anni e non ne sono noti gli esiti.

L’impunità domina anche le operazioni di sicurezza, spesso inosservate, non comunicate e su piccola scala, nel corso delle quali tuttavia vengono uccisi civili estranei alle attività dei gruppi armati.

La struttura delle agenzie di sicurezza che operano in Inguscezia e nelle altre repubbliche del Caucaso del Nord è complessa e poco trasparente e consente a pubblici ufficiali di agire “in borghese”, col volto travisato e muovendosi a bordo di veicoli privi di identificazione.

Nonostante alcune importanti riforme nel sistema di giustizia penale della Federazione russa e l’introduzione di garanzie contro la tortura, quest’ultimo fenomeno è lungi dall’essere sradicato.

Così, l’unica speranza per i tanti Chitigov dell’Inguscezia è fuori dal paese, esattamente a Strasburgo, sede della Corte europea per i diritti umani. Tuttavia, i procedimenti sono lunghi e molte persone rinunciano a ricorrervi, per paura delle conseguenze o perché hanno perso la speranza.

Questo articolo è stato pubblicato qui


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