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Caso Regeni | 31 mesi senza Giulio, la mobilitazione per la verità continua

Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni, lo studente italiano impegnato in una ricerca sull’economia egiziana, scompariva al Cairo, inghiottito dal buco nero della feroce repressione dell’era al-Sisi, sotto la quale tanti erano già scomparsi e tanti altri lo sarebbero stati in seguito.

Giulio fu trattenuto per nove giorni in uno o più centri di detenzione, torturato e assassinato.

Da allora sono passati oltre due anni e mezzo, 31 mesi. Intorno a Giulio e ai suoi valori, è sorto un movimento per i diritti umani che continua a chiedere la verità: i nomi dei mandanti e degli esecutori di quello che da subito coloro che conoscono la storia dei diritti umani in Egitto hanno definito un “omicidio di stato”.

I depistaggi, la mancanza di una collaborazione piena e sincera (al di là delle parole e delle cordialità di circostanza) da parte della magistratura egiziana con la procura di Roma ci hanno portato fin qua: all’assenza di una verità giudiziaria che confermi quella definizione.

Il trentunesimo mese dalla scomparsa cade a metà tra due “giorni 14”: Quello di agosto, in cui – tra l’altro nel quarto anniversario del peggiore massacro della storia contemporanea egiziana – inopportunamente, sconsideratamente e irresponsabilmente il governo Gentiloni decise di rinviare l’ambasciatore al Cairo; e quello di settembre, in cui l’ambasciatore si reinsediò, formalizzando quel segnale di resa già da tempo avvertito dalle autorità egiziane.

Diceva, il governo allora in carica, che il ritorno dell’ambasciatore italiano in Egitto avrebbe dato nuovo impulso alle indagini e meglio stimolato la collaborazione delle autorità del Cairo.

Cosa è successo nei mesi successivi? Dal punto di vista della collaborazione giudiziaria da parte della procura egiziana poco o nulla: è stato messo a disposizione un dossier di centinaia di fogli accatastati e scritti in arabo asseritamente contenenti informazioni sulle indagini compiute dalla magistratura locale (va sottolineato che, per recuperarli, è dovuta andare al Cairo l’avvocata della famiglia Regeni).

Poi, sono stati consegnati i video delle immagini delle telecamere a circuito chiuso promessi sin dall’inizio: avrebbero potuto contenere informazioni sugli ultimi minuti trascorsi, nel tardo pomeriggio del 25 gennaio 2016, da Giulio Regeni nel percorso dalla sua abitazione alla fermata della metropolitana di Dokki. Peccato che quelle immagini siano state sovrimpresse non si sa quante volte e che il materiale consegnato risulti incompleto e “mancante” proprio nei minuti decisivi.

Il vero motivo della decisione di ripristinare normali relazioni diplomatiche con l’Egitto lo avrebbe poi ammesso, con brutale e cinica schiettezza, il ministro dell’Interno dell’attuale governo italiano in una recente intervista all’emittente televisiva al-Jazeera: non è che possiamo rinunciare ad avere relazioni con l’Egitto in attesa che arrivi la verità per Giulio Regeni.

Le occasioni d’incontro, anche ad alto livello politico, tra Italia ed Egitto non mancano e in ognuna di queste il nome di Giulio Regeni viene fatto (perché al ritorno non si venga accusati di averlo omesso) ma la verità appare ancora lontana.

A mantenere alta l’attenzione, oltre a non pochi giornalisti riuniti nella “scorta mediatica per Giulio”, c’è il “popolo giallo”. Non passa giorno in cui non vi sia qualche iniziativa: molti Comuni italiani, a ciò sollecitati, appendono lo striscione “Verità per Giulio Regeni”, si svolgono incontri pubblici, si organizzano eventi, come la corsa a tappe in bicicletta dal Collegio del mondo unito di Duino a Roma.

In queste ore il “popolo giallo” è mobilitato a sostegno di Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, l’ong egiziana dall’inizio accanto alla famiglia Regeni e alla loro avvocata e che per questo ha subito arresti e altre persecuzioni.

Amal Fathy è al centro di due distinte e pretestuose inchieste: il caso 7991/2018 per “diffusione di notizie false”, “possesso di materiale indecente” e “uso di linguaggio offensivo” in relazione a un video postato su Facebook nel quale l’attivista aveva accusato il governo di non fare nulla per proteggere le donne dalle molestie sessuali; e il caso 621/2018, per “appartenenza a un gruppo terrorista”, “trasmissione di idee che invocano azioni terroristiche”e “diffusione di notizie false”.

Il processo per il primo caso è iniziato l’11 agosto ed è stato subito rinviato, mentre nella seconda inchiesta Amal continua a essere detenuta in attesa di giudizio.

L’udienza in cui si deciderà se prorogare la detenzione preventiva o rilasciarla si terrà il 28 agosto. Il giorno prima, lunedì 27, si svolgerà un nuovo digiuno di solidarietà promosso da Paola e Claudio, i genitori di Giulio, e dall’avvocata Alessandra Ballerini. Per segnalare la propria adesione si possono contattare gli account Twitter @GiulioSiamoNoi e Facebook Giulio Siamo Noi.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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