Carlo Dell’Aringa: «Riforma pensioni molto dura, equità subito o rischiamo una recessione ancora più buia»
Intorno alla riforma delle pensioni promessa all’Europa dal premier Mario Monti, i sindacati sembrano aver ritrovato compattezza. C’è la ferma intenzione di dare battaglia. E di reclamare in ogni caso dei margini di contrattazione che il governo, vincolato alla road map concordata con Bruxelles, giocoforza non possiede. Basterà poco meno di una settimana per coniugare equità e rigore? «Sarà dura», risponde subito Carlo Dell’Aringa, docente di Economia politica alla Cattolica di Milano che è stato vicino a diventare ministro per il Welfare del governo Monti. "Da una parte è chiaro che l’Italia non può permettersi slittamenti che vadano oltre la prima settimana di dicembre. Dall’altra, occorre valutare le obiezioni sollevate dai sindacati, che sono certamente fondate".
«Il governo deve sapere che 40 è un numero magico e intoccabile» ha fatto sapere il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. «Diciamo un no deciso all’ipotesi di un blocco totale del recupero dell’inflazione per le pensioni perché andrebbe ad aggravare la situazione già fin troppo difficile dei pensionati», avvisa la Cisl. «Sarebbe ingiusto», ribadisce la Uil. «I lavoratori non avrebbero nessun aumento alla pensione; lavorerebbero gratis».
Intorno alla riforma delle pensioni promessa all’Europa dal premier Mario Monti, i sindacati sembrano aver ritrovato compattezza. C’è la ferma intenzione di dare battaglia. E di reclamare in ogni caso dei margini di contrattazione che il governo, vincolato alla road map concordata con Bruxelles, giocoforza non possiede. Basterà poco meno di una settimana per coniugare equità e rigore? «Sarà dura», risponde subito Carlo Dell’Aringa, docente di Economia politica alla Cattolica di Milano che è stato vicino a diventare ministro per il Welfare del governo Monti. «Da una parte è chiaro che l’Italia non può permettersi slittamenti che vadano oltre la prima settimana di dicembre. Dall’altra, occorre valutare le obiezioni sollevate dai sindacati, che sono certamente fondate».
Professore, l’obiettivo quota 100 per il 2015, con il via libera spostato a 41 o 43 anni ha creato preoccupazione. Un allarme giustificato?
C’è una duplice ragione di scontento. Innanzitutto il fatto che di per sé, con la finestra che si apre già oggi a 41 anni, e non a 40, un ulteriore scatto verso quota 43 penalizzerebbe ancora di più i lavoratori di settori usuranti. E in secondo luogo va considerato anche che il posticipo del via libera non è favorito da incentivi. È difficile, in effetti, convincere coloro che sono vicini alla pensione a lavorare ancora senza nessun tipo di incremento sul trattamento. Sarebbe come lavorare gratis. In pochi accetterebbero. E viceversa, gli incentivi costerebbero molto in termini di efficacia della misura.
Confindustria fa notare che non possiamo andare in pensione a 58 anni e che dobbiamo adeguarci all’Europa. Ma i sindacati fanno notare a Marcegaglia che quando le imprese licenziano i cinquantenni, questi restano per strada e quota 100 se la sognano.
Obiezione fondata. È proprio così. Se il riferimento è l’Europa, bisognerà adeguarsi a tutti gli standard, e non solo ad alcuni. Per il momento occorre fare in fretta, ma le contromisure devono essere approntate.
Quota 100 nel 2015: che tipo di risparmio potrebbe garantire?
Tenere l’obiettivo della quota 100 per il 2015 produrrebbe dei margini di recupero non facilmente quantificabili. In pochi sarebbero disposti a posticipare. La soluzione più pratica sarebbe anticiparla già per il 2013, anno in cui siamo chiamati a raggiungere il pareggio di bilancio. Passare da 96 a 100 in un anno o due, darebbe più ossigeno alle casse.
Monti afferma con “convinzione” di aver distribuito “in modo equo” i sacrifici e che tutti contribuiranno a salvare il paese “secondo la possibilità di ciascuno di farlo”. In concreto.
Ha evitato con cura perfino di attivare strumenti e meccanismi per l’accertamento dei grandi patrimoni pur di non provocare una fuga di capitali. Ha deciso un’imposta una tantum dell’1,5% sui capitali “riemersi” con lo scudo fiscale. Imposta che entro 14 mesi verrà corrisposta in 2 rate da “intermediari” che potranno tuttavia solo “segnalare” l’inesigibilità dei capitali non più disponibili e/o di nuovo “occultati”. Ha rinunciato a ritoccare di 2 punti l’aliquota fiscale dei redditi sopra i 75mila euro aumentando di 1,2 punti l’Addizionale Regionale Irpef su tutti i livelli di reddito. Per tutti ha ripristinato l’ICI sulla prima casa (a franchigia ridotta) facendo “risparmiare” qualcosa sulla proprietà di più abitazioni solo per i redditi sopra i 100mila euro. C’è di più. Tra le lacrime della Fornero, ha dichiarato che per salvare il paese “occorre” che i pensionati da 1000 euro facciano a meno dei quasi 30 euro spettanti per l’inflazione sopra il 3%. Ha anticipato che scongiurerà il taglio di detrazioni familiari e assistenziali con il ricorso all’ulteriore aumento di 2 punti dell’IVA (10 e 21%) sui generi di largo consumo. Intanto fa crescere da subito le accise sui carburanti di una decina di cent/litro (200 lire).
E’ questa l’equità versione “tecnocrati”? Non cambia la musica. Da anni una Tagliola Tributariacorrode il potere d’acquisto delle famiglie …