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Cambiamenti climatici, lobby e greenwashing | Nell’industria c’è un brutto “clima”

La comunicazione delle associazioni industriali e la pubblicità dei prodotti delle aziende è intrisa di “verde”, tanto da far apparire facile il raggiungimento degli Accordi di Parigi sui cambiamenti climatici che stabiliscono il contenimento della temperatura globale entro i 2° C. Poi arrivano i dati della crescita delle emissioni mondiali di gas serra è l’animo ecologista delle imprese non appare così convincente. 

InfluenceMap, Trade Associations Climate Policy Footprint Report – A provare a valutare i reali comportamenti dell’industria è InfluenceMap con il report Trade Association and their Climate Policy Footprint che analizza l’attività di lobbysmo delle principali associazioni industriali del Pianeta in tema di politiche per il clima. E l’esito non è confortante.

Le associazioni “buone”…

Delle 50 associazioni prese in esame soltanto 6 ricevono una valutazione “verde” che evidenzia il tentativo di influenzare Governi e istituzioni ad adottare politiche per il contenimento dei gas serra. Si tratta, però, di gruppi interessati a una svolta “green” anche per interessi economici, essendo per lo più associazioni del settore dell’energia rinnovabile come la SolarPower Europe, l’associazione più virtuosa con un punteggio di +18,2 punti. Voti alti l’ottengono pure l’Associazione americana per l’energia eolica(AWEA, +17,9 punti), l’Associazione delle industrie energetiche solari (SEIA, +15,0) e la WindEurope (+13,7), nonché il gruppo californiano Advanced Energy Economy (AEE, +16,6) costituito da numerose società tra le quali i giganti della tecnologia Apple, Microsoft e Oracle. Unico gruppo commerciale intersettoriale ad avere un giudizio positivo è la Confederazione dell’Industria Britannica (CBI, +10,7 punti), sostenitrice delle politiche climatiche del Regno Unito e dell’Unione europea al contrario dellaFederazione dell’industria francese (MEDEF, –16,1 punti) e della Federazione delle industrie tedesche (BDI, –18,3 punti).

Fonte: InfluenceMap, Trade Association Report

…e quelle “cattive”

A vanificare gli sforzi delle corporazioni “verdi” sono le altre 44 associazioni valutate da InfluenceMap e più interessate a volere rallentare, se non ostacolare, l’approvazione di provvedimenti per mitigare i cambiamenti climatici. I gruppi più nemici del clima sono tutte statunitensi, fattore chiarificatore del perché l’amministrazione Trump sia l’unica a livello mondiale a non avere ancora aderito all’Accordo di Parigi. La più “cattiva” è la National Association of Manufacturers (NAM, -86,4 punti) che precede la Camera di commercio statunitense (-86,2 punti), l’American Legislative Exchange Council (ALEC, -81,5), la National Mining Association (NMA, -66,5) e l’American Petroleum Institute(API, -64,5). Con il segno “rosso” sono pure le organizzazioni internazionali del comparto dell’aviazione e della navigazione, l’International Air Transport Association (IATA, -60,9 punti) e l’International Chamber of Shipping (ICS, –25,9). In Europa i più attivi a contrastare le politiche “verdi” sono il Consiglio europeo dell’industria chimica (Cefic, -41,2 punti),BusinessEurope (-37,8) che riunisce 41 associazioni nazionali di rappresentanza delle imprese (Confindustria per l’Italia) el’Associazione europea dei costruttori di automobili (Acea, -29,3), gruppi che “hanno resistito all’ambiziosa politica climatica nell’ultimo decennio e continuano a farlo”. La classifica completa e i parametri considerati da InfluenceMap per il Trade Associations Report sono consultabili qui.

L’influenza delle multinazionali

La situazione non migliora considerando il comportamento delle singole aziende. Delle 250 multinazionali analizzate dal rapporto di InfluenceMap, 214 risultano avere un’influenza negativa sulle politiche climatiche, 36 sono neutrali e soltanto 12 sono favorevolia una legislazione “verde”. Purtroppo la classifica pubblicata da InfluenceMap comprende soltanto le 25 società più grandi, dove a tingersi di “verde” è una sola Apple (+5,5 punti), risultato che conferma il giudizio positivo espresso da Greenpeace USA nella “Guida all’elettronica verde”. Per contro in fondo alla classifica spiccano i colossi dell’industria petrolifera (Exxon, Shell e Total), la casa farmaceutica Pfizer e l’azienda informatica IBM.

Fonte: InfluenceMap, Trade Association Report

La classifica delle aziende “verdi”

  1. Apple +5.5
  2. Walmart Stores – 0.7
  3. Comcast -2.2
  4. Nestle -3,5
  5. Verizon Communications -5,1
  6. Samsung Electronics -5,9
  7. Nippon Telegraph & Telephone -7,8
  8. General Motors -9,1
  9. Google -19,6
  10. UnitedHealth Group -19,9
  11. Volkswagen -21,2
  12. Daimler -21,7
  13. BMW Group -23,4
  14. Johnson & Johnson -23,5
  15. AT&T -26,8
  16. Microsoft -27,3
  17. Berkshire Hathaway -28,3
  18. Toyota Motor -36,0
  19. Procter & Gamble -38,0
  20. General Electric -40,7
  21. Total -46,2
  22. IBM -48,2
  23. Pfizer -61,2
  24. Royal Dutch Shell -66,7
  25. Exxon Mobil -73,6

Fonte: InfluenceMap, Trade Association Climate Policy FootprintReport

 

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