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Buonanno: "Quell’ebreo" di Gad Lerner

Dopo Kyenge, anche il giornalista preso di mira dal leghista Buonanno. La deriva razzista di un partito in crisi d’identità. La stessa di un paese in cui il razzismo fa guadagnare dei voti.

Il senatore leghista Buonanno, uscito dall’anonimato per essersi tinto il volto di nero in Parlamento ed aver definito Cecile Kyenge, tra le altre cose, “un pezzo d’arredamento color ebano”, ha confermato la propria scintillante capacità dialettica rispondendo a Gad Lerner, che gli aveva mosso delle osservazioni riguardo questi comportamenti, con un “non prendo lezioni da quell’ebreo”, debitamente riportato dal giornalista di Libero che lo stava intervistando.

Inutile commentare gli interventi dei soliti fini pensatori che, a difesa della vivacità verbale del nostro esimio parlamentare, hanno usato argomenti simili a quelli con cui hanno sostenuto che lanciare banane al ministro dell’Integrazione fosse sottile ironia.

Vale la pena soffermarsi, invece, sulle affermazioni, a mio parere del tutto corrette, di chi vuole che la Lega, scossa da scandali e chiara corresponsabile del malgoverno degli ultimi due decenni, con Salvini stia andando verso un razzismo ancor più becero di quello delle sue origini per puri scopi elettorali. Questo, infatti, equivale a dire che una non disprezzabile fascia della nostra comunità nazionale abbia abdicato all’uso della ragione.

I razzisti ci sono sempre stati, intendiamoci. Solo che pochissimi confessavano, anche solo a se stessi, d’essere apertamente tali. Tanto in pochi che neppure ai tempi del proporzionale puro, quando bastava una manciata di voti a livello nazionale per mandare almeno un proprio rappresentante in parlamento, vi è stato un partito o movimento dichiaratamente razzista; neppure la Lega che, allora, per lo meno per bocca dei suoi capi, negava decisamente d’esserlo. Questo razzismo che fa guadagnare voti è una tragica novità.

Colpa della crisi? Sì, certo, le difficoltà economiche stanno tirando fuori il nostro peggio. Hitler senza la grande depressione, con la particolare virulenza che ebbe in Germania, non sarebbe mai arrivato al potere. Un fenomeno tutto sommato limitato? Certo, l’Italia non è un paese razzista, e lo ricordava proprio il ministro Kyenge; semplicemente quelli che un tempo erano individui isolati sono ora una minoranza, magari elettoralmente non disprezzabile, ma comunque piccola. Nessuna ragione d’essere ottimisti, però, se si capisce come il razzismo sia solo una forma, certo particolarmente odiosa, di un più generale rifiuto collettivo di responsabilità. Abbiamo costruito una società ingessata, fondata sul privilegio, dove il favore ha sostituito il diritto e l’osservanza della legge è cosa da fessi e comunque condizionata, eppure, ci diciamo, se le cose vanno male dev'esser colpa di qualcuno, ma certo non nostra. I razzisti riconoscono questo qualcuno dal colore della pelle; altri, e stiamo parlando della stragrande maggioranza di noi, lo individuano in questo o quel gruppo, politico od economico, o non lo individuano affatto. Per tanti, tantissimi, la colpa (e uso la parola con perfetta coscienza) di tutto è di "quelli là": non importa chi siano; basta che ci siano.

Quelli là, anzi, quanto meno sono definiti, tanto meglio rispondono al loro scopo; fornire a individui e categorie quel che di cui più credono d’aver bisogno: non una soluzione, una strada per uscire dalla crisi, che inevitabilmente comporrebbe dei cambiamenti, ma un'assoluzione che non li costringa a far nulla.

Solo ad odiare.

P.S. Due libri da leggere sull’argomento? Entrambi di Umberto Eco: la raccolta di saggi “Costruire il nemico e altri scritti occasionali” e il romanzo “Il cimitero di Praga”. Due vere e proprie guide alla comprensione di tanto del nostro attuale dibattito politico. Purtroppo.

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