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Brasile: Campignas, città aperta per migranti e rifugiati

Allo studio anche un vocabolario portoghese-creolo che possa permettere ai migranti di origine haitiana e africana di apprendere più facilmente il portoghese.

di David Lifodi

A partire dal 2010, anno del devastante terremoto che distrusse Haiti, ad oggi, più di 90mila haitiani hanno abbandonato il loro paese per raggiungere il Brasile, un percorso difficile, dettato soprattutto dalla precaria situazione sociale ed economica dell’isola. Tra le città che hanno accolto maggiormente migranti e rifugiati haitiani si è distinta Campinas, nello stato di San Paolo. È qui che la gran parte degli immigrati haitiani, ma anche di altri paesi latinoamericani, ha deciso di stabilirsi per lavorare. La tradizione di accoglienza della città, spiega il sindaco Jonas Donizette, risiede nel fatto che Campinas è stata costruita da immigrati, grazie alla presenza storica della comunità italiana, giapponese, tedesca, spagnola e portoghese.

Gli ultimi dati statistici confermano, ancora oggi, una significativa presenza di lavoratori di origine immigrata non solo nella città, ma in tutta la regione metropolitana di Campinas. A tutto ciò ha contribuito anche l’Università di Campinas (Unicamp), non solo ritenuta una tra le migliori in America latina, ma protagonista dell’accoglienza di studenti migranti fin dal 1980. Attualmente, la città ospita il Servicio de Referencia al Inmigrante, Refugiado y Apátrida, che mette al centro del suo impegno l’interculturalità, cioè un lavoro dedicato a facilitare il dialogo tra popoli di differenti origini e a promuovere azioni volte a stimolare la tolleranza nell’accoglienza degli immigrati verso l’opinione pubblica.

Lo stesso Servicio si adopera anche in qualità di intermediario tra migranti e istituzioni per questioni di carattere burocratico e legate ai servizi sanitari e di assistenza sociale. A Campinas funziona la Cátedra Sergio Vieira de Mello, sorta nel 2003 per iniziativa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) per promuovere l’insegnamento della lingua portoghese e di altre materie a migranti e rifugiati, oltre a farsi promotrice di politiche pubbliche in grado di venire incontro alle comunità straniere.

Rimanendo in ambito universitario, presso la stessa Unicamp, è attiva la Cátedra para Refugiados. Una delle docenti, Marília Pimentel, spiega che, a fronte del massiccio arrivo degli haitiani, in gran parte nella condizione di indocumentados, il governo brasiliano aveva concesso loro il visto per motivi umanitari garantendo lo status di lavoratori immigrati in Brasile. Il boom di migranti haitiani si è verificato soprattutto a ridosso della Coppa del Mondo in Brasile, quando molti di loro speravano di trovare un impiego nelle grandi opere in edilizia, soprattutto nella costruzione delle infrastrutture legate agli impianti sportivi. In mezzo, l’amara realtà per i tanti lavori non terminati, unita alla totale assenza di diritti sul posto di lavoro, figli della discutibile scelta di organizzare la Coppa del mondo in Brasile, a cui si è aggiunta, negli ultimi anni, una profonda crisi economica cavalcata strumentalmente, ma astutamente dalle destre, ha spinto gli haitiani a preferire come destinazione della loro migrazione il Cile e gli Stati uniti. Tuttavia, il Brasile è stato percepito ad Haiti come paese di arrivo dei migranti anche per la presenza dei militari verdeoro nell’ambito della missione di “pace” della Minustah, peraltro caratterizzata da tutta una serie di episodi poco edificanti in cui sono state coinvolte anche le truppe brasiliane. La migrazione verso il Cile, ha osservato ancora Marília Pimentel, di recente ha finito per rappresentare soltanto una tappa nel girovagare dei migranti haitiani, costretti a fare i conti con il razzismo dei cileni e a vivere in condizioni subumane nella sterminata periferia di Santiago del Cile come indocumentados, tanto da convincerli a tornare in Brasile. Lo stesso percorso, a ritroso, è avvenuto dagli Stati uniti, dove la stretta all’immigrazione imposta da Trump ha spinto gli haitiani a fare ritorno in Brasile.

Unicamp, di fronte alla presenza di haitiani, peruviani, boliviani, ma anche di senegalesi e bengalesi, ha dato vita ad un progetto dedicato alla costruzione di un vocabolario portoghese-creolo, inedito per il Brasile, ma che possa permettere ai migranti di apprendere facilmente il portoghese. 

Il meticciato linguistico fa si che i migranti non abbandonino del tutto il creolo, un misto di francese, e della lingua dei taino (la prima popolazione amerindia a vivere nei Caraibi) e parole di origine africana riconosciuto dal 1961 come una delle lingue ufficiali di Haiti e, al tempo stesso, si integrino in Brasile grazie ad una rapida conoscenza del portoghese. Campinas merita di essere riconosciuta come città che abbraccia la migrazione, soprattutto quella di carattere lavorativo, e, più in generale, le sue politiche di accoglienza rappresentano una sorta di ringraziamento per tutti quei migranti che hanno svolto un ruolo di primo piano nella costruzione della città e dell’intero Brasile, oltre ad un modello di lungimiranza in un’epoca in cui prevalgono la costruzione di muri e le barricate alle frontiere.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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