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Biotestamento: le insistenze di Avvenire sul fine-vita

Avvenire insiste. Pubblica un elenco di riserve cattoliche alla legge sul biotestamento, glissando sul fatto che se è ancora ferma in Senato, lo è soprattutto a causa dei ricatti politici e dell’ostruzionismo dei parlamentari clericali.

 L’articolo premette da subito anche una ricostruzione temporale fuorviante, dicendo ai lettori che si parla di una legge sul fine-vita dall’autunno del 2016. Niente di più ingannevole. Specie se si considera che in Parlamento si prova a legiferare sul biotestamento dal 1999 con la proposta di legge n. 5673. Specie se nella passata legislatura venne approvato alla Camera — poi ragionevolmente affossato in Senato — perfino il disastroso “ddl Calabrò”. Una serie di norme che, tanto per cambiare, recepiva gli orientamenti della CEI in materia. Quindi no. In Italia si parla di fine-vita non da questa legge ma da tanto tempo. Decisamente troppo per continuare a tollerare ingerenze, affermazioni infondate e pessime scusanti, da parte del quotidiano dei vescovi.

Nelle obiezioni elencate per punti che secondo Avvenire sarebbero le basi per una critica alla legge, ci si chiede se la nutrizione e l’idratazione artificiale possano considerarsi una terapia (punto 1). Verrebbe piuttosto da chiedersi come non possano essere considerate tali se per avviarle, come noto, occorre un intervento da parte del personale medico sanitario qualificato a operare certe manovre. Peraltro dalle parti di Avvenire insistono ancora sulle parole “idratazione” o “nutrizione”, come se si dovesse smettere di imboccare del cibo o passare un bicchiere d’acqua al sofferente, mentre ci si sofferma ben poco sulla parola “artificiale”, ovvero sul fatto che idratazione e nutrizione si concretizzano attraverso un intervento esterno. Da parte di individui terzi. Tramite tubi, cateteri, macchinari e cannule, inseriti e allacciati al corpo spesso infermo di un essere umano. Ora, se questo individuo, autodeterminandosi, sottoscrive un biotestamento contenente la propria volontà che in specifici casi non vengano avviate o proseguite l’idratazione e l’alimentazione artificiale, magari proprio perché secondo questo individuo potrebbero considerarsi come una forma di accanimento terapeuticoAvvenire non può che limitarsi a prendere atto che si sta parlando di un diritto da riconoscere a un individuo che lo richiede.

Non potrebbe sembrare più disordinata, se non per ribaltarne completamente il senso, l’interpretazione che l’articolo fornisce dell’Art. 32 della Costituzione italiana (punto 2). Ancora una volta si insiste a negare che se la legge non può violare i limiti del rispetto della persona umana. Un obbligo a un trattamento sanitario che un individuo invece vuole rifiutare è semplicemente tortura! Perché è quello stesso individuo, nei casi che lo riguardano direttamente e che riguardano le sue sofferenze e l’oltraggio della sua dignità di essere umano, a fissare quei limiti. Chi altri dovrebbe fissarli? I suoi cari che malgrado tutto avranno sempre una conoscenza parziale e non completa delle sue sofferenze? Lo Stato attraverso una legge? la CEI o Bergoglio in persona? Le risposte a queste domande sono scontate. Peraltro le insinuazioni sulle applicazioni improprie della legge o sui contenziosi giudiziari non sussistono se è l’individuo, unico sovrano sul proprio corpo, a essere lasciato libero di definire quei suoi limiti, dunque libero di scegliere.

Le responsabilità del personale medico sanitario (punto 3) dunque non sussistono se sono diretta conseguenza del rispetto della dignità e dei limiti della persona umana, già chiariti precedentemente. Laddove il personale medico sanitario fosse posto di fronte alle volontà riguardo a trattamenti sanitari, esplicite e liberamente redatte, da parte di un loro paziente, la legge prescrive che debbano darne seguito nelle modalità previste, esonerandoli da ogni responsabilità. Non c’è nessuna “zona franca”. Piuttosto ci sono finalmente delle norme precise che definiscono casi e criteri a cui il personale medico sanitario deve attenersi. Sottraendolo viceversa proprio dalla responsabilità di interpretazioni personali e dal “fai da te”, di fronte a pazienti e malati, nelle ultime e atroci fasi della loro vita. Se ad Avvenire non se ne fossero ancora accorti, siamo già adesso in questa zona franca, proprio perché per oltre 20 anni il clericalismo viscerale si è opposto con insistenza a qualsiasi legge che non corrisponda ai suo dogmi e ai suoi diktat.

Fa sobbalzare leggere che i cattolici di Avvenire lamentino che la legge non escluda esplicitamente, con un articolo e con una definizione precisa, le pratiche eutanasiche e il suicidio assistito (punto 4). A ben vedere chi dovrebbe lamentarsi se questa legge prevede solo i biotestamento e non la liceità dell’eutanasia sono gli italiani. Non solo i tanti che con la loro sottoscrizione hanno contribuito a presentare la proposta di legge promossa dal comitato EutanasiaLegale, traditi da un timido Parlamento fin troppo sbrigativo nel voler applicare un doppio iter alla legge, ovvero discutendo la sola parte riguardante il biotestamento e negando i lavori sull’ eutanasia. Ma anche, va sottolineato, quella stragrande maggioranza di cittadini italiani che vorrebbero una legge anche per l’eutanasia. La domanda dunque non è “perché la legge non esclude l’eutanasia?”.

La domanda che ci si dovrebbe porre è semmai “perché non hanno voluto includere l’eutanasia nella legge?”. Ed è una domanda che gli italiani dovrebbero porsi non solo di fronte a vicende come quella di DJ Fabo e del processo in corso a Marco Cappato che lo ha accompagnato in Svizzera. È una domanda che gli italiani dovrebbero rivolgere al Parlamento specie quando una legge subisce questo pesante ostruzionismo da parte di politici fondamentalisti. Specie quando è ferma in ostaggio di politici clericali accomodanti sui desiderata vaticani. Specie quando la CEI insiste con commenti e stigmatizzazioni sulle presunte criticità di questa legge come in questo articolo.

E’ fin troppo evidente il fine del reiterato appello a un inserimento più esplicito dell’obiezione di coscienza da parte dei medici (punto 5) nella legge. Forti dell’esperienza con la 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, con l’obiezione di coscienza divenuta il grimaldello sabotatore cattolico per negarne la piena applicazione, se ne intuiscono le vere intenzioni. In barba alla sofferenza delle persone che auspicano un’umana pietà nelle fasi ultime della loro vita, e anche a fronte di un numero impressionante di medici favorevoli addirittura all’eutanasia legale.

A tradire queste vere intenzioni, oltre che i nervi a fior di pelle della CEI sull’impossibilità di sottrarsi nel dare seguito alle volontà dei sofferenti, sono anche le argomentazioni esposte in modo seccato che riguarderebbero l’obbligo di applicare la legge previsto per tutti gli ospedali e le strutture sanitarie. Compresi i tanti ospedali privati di “ispirazione cristiana” (punto 6). Ospedali che vengono sovvenzionati e finanziati con denaro pubblico. Denaro di tutti i cittadini italiani. Dunque, a maggior ragione, sembra troppo comodo volersi distinguere ancora una volta e pretendere privilegi senza fornire gli stessi standard e servizi di tutti gli altri ospedali e strutture sanitarie.

Avvenire contesta come critico anche l’art. 6 della legge, inserito per riconoscere la validità di tutti i biotestamenti redatti da anni e depositati presso registri comunali e notai (punto 7). Ne contesta perfino i moduli che molte associazioni hanno messo a disposizione dei cittadini. Insinua una loro eventuale non validità ricorrendo a un’argomentazione piuttosto sterile, ovvero ingigantendo presunte difficoltà nella gestione e nel reperimento dei biotestamenti da parte dei medici. La realtà dei fatti è che questi documenti prevedono già la figura di un fiduciario che ha facoltà di intervenire per far rispettare le volontà di un paziente. Nei casi in cui dovesse servire una maggiore tempestività nel reperimento delle volontà di trattamento sanitario di un individuo che giunge al pronto soccorso privo di conoscenza, ci si dovrebbe chiedere piuttosto come mai la legge non preveda l’inserimento del biotestamento nei documenti di identità dei cittadini. Anche, volendo, attraverso supporto magnetico. Avvenire non si straccia certo le vesti per auspicare una simile soluzione.

Nell’articolo non sono praticamente mai contemplate analisi approfondite di concetti e parole come libertà, scelta personale o autodeterminazione. Lo si evince quando il giornale dei vescovi pone il caso di un cambio di idea (punto 8) da parte di una persona che ha redatto e depositato le proprie volontà anticipate di trattamento sanitario, ovvero di qualcuno che potrebbe avere un ripensamento. Come se proprio quel documento, scritto, e firmato non solo dalla persona direttamente coinvolta in una scelta futura, non fosse la più grande prova delle sue volontà e della sua autodeterminazione. Come se un individuo che compie simili scelte fosse un irresponsabile verso il suo stesso futuro o come se una volta redatto un simile documento non fosse più possibile modificarlo.

Le considerazioni critiche sulla legge terminano ancora con l’insinuazione di dubbi e con una discreta dose di ricorso al piano inclinato, su cosa si intenda per “sedazione palliativa profonda e continua” (punto 9). E’ noto a tutti cosa sia. Si tratta di un trattamento sanitario autorizzato pienamente riconosciuto dalla legge e regolamentato che consente ai malati terminali di evitare sofferenze inutili. Soprattutto è noto ai medici e al personale medico sanitario chiamato a gestire proprio quei momenti finali della vita di una persona. Tant’è che questa sedazione, va detto, non è casuale ma viene sempre avviata proprio per prevenire e anticipare gli atroci strazi che conducono, in tempi brevi, alla morte di una persona. Cosa ci sia da dover intendereo da dettagliare riguardo a una pratica già regolamentata che viene compiuta per evitare che un malato terminale muoia soffrendo in modi terribili, lo sanno solo gli autori dell’articolo. Sembra quasi che vogliano che i malati, in punto di morte, possano soffrire di più e meglio. Sembra. Quasi.

La ciliegina sulla torta di questo pessimo articolo viene messa come sempre alla fine, sopra a tutte le altre considerazioni. La legge sulle DAT prevede “Disposizioni anticipate di trattamento sanitario”Avvenire si chiede se “dichiarazioni” non sarebbe meno coercitivo (punto 10). Perché in determinati casi, disporre ad altri le proprie volontà è molto più simile al dare ordini, peraltro precisi, rispetto che al dichiararle semplicemente. Diventa fastidioso per chi deve rispettarle e darne seguito. Singolare che in questo caso ci si appelli alla Convenzione di Oviedo che parla di semplici “desideri precedentemente espressi”, come se anche questi valessero meno rispetto a “disposizioni precedentemente espresse”, mentre invece si ignori totalmente la stessa carta internazionale e il suo art. 5 che parla espressamente di pazienti liberi che possono in qualsiasi momento revocare il proprio consenso a un trattamento sanitario.

In conclusione queste criticità della legge sono da ritenere pretestuose se non del tutto prive di buonsenso. Perché sostanzialmente questo testo ha già abbondantemente superato decine di audizioni di esperti in commissione e centinaia di emendamenti clericali che riguardavano proprio questo elenco di criticità. Ciò che infatti sfugge è che si sta parlando di una legge già approvata da un ramo del Parlamento con una maggioranza schiacciante. Ora l’aspetta solo il voto imminente del Senato e nonostante le insistenze di Avvenire, siamo fiduciosi.

Paul Manoni

Questo articolo è stato pubblicato qui

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