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Bangladesh, è caccia allo studente

A partire dalla fine di luglio migliaia di studenti hanno preso parte a manifestazioni in larga parte pacifiche a Dacca, la capitale del Bangladesh, per denunciare la mancanza di sicurezza sulle strade dopo che due di loro erano stati falciati da un autobus.

Da allora, è scattata una vera e propria caccia all’uomo.

Gli studenti arrestati sono già 97 ma la procura ha aperto ben 51 fascicoli d’inchiesta che riguarderebbero almeno 5000 persone accusate di reati incompatibili col diritto internazionale, come la violazione di un arbitrario e vago divieto di “manifestazioni illegali”.

Inutile dire che non è stato preso alcun provvedimento nei confronti degli agenti di polizia che hanno fatto uso eccessivo della forza contro i manifestanti o dei membri della Lega studentesca filo-governativa Bangladesh Chhatra, che hanno aggredito manifestanti e giornalisti con machete, sbarre d’acciaio e rami d’albero.

Gli studenti si sentono sotto assedio. Sono sottoposti a intensa sorveglianza, sia online che offline, ed evitano sia di pubblicare commenti sui social che di richiedere assistenza medica per le ferite riportate durante la manifestazione.

“La polizia visiona le immagini delle telecamere di videosorveglianza e poi va ad arrestare gli studenti che ha riconosciuto. Molti di quelli che sono stati feriti dai proiettili di gomma stanno evitando gli ospedali. Siamo in pieno trauma. Non sappiamo cosa potrà accadere domani o tra poche ore…”, ha dichiarato uno studente di un’università privata di Dacca.

A più riprese il governo ha attaccato e screditato gli studenti, definendo la loro protesta come un tentativo delle opposizioni del Partito nazionalista del Bangladesh e della Jamaat-e-Islami di destabilizzare il periodo pre-elettorale.

Ma non sono solo gli studenti a subire l’attuale giro di vite. Invocando l’articolo 57 dell’ambigua e generica Legge sull’informazione e sulle comunicazioni, negli ultimi giorni sono stati arrestati l’attrice Quazi Nawshaba Ahmed, il fotografo Shahidul Alam e il proprietario di un bar, Faria Mahjabin.

Questa legge, spesso utilizzata per criminalizzare il semplice esercizio della libertà d’espressione e di stampa, prevede pene tra i sette e i 14 anni per chi “intenzionalmente pubblichi o trasmetta (…) ogni genere di materiale falso ed osceno, arrechi danno o crei le condizioni per arrecare danno alla legge e all’ordine, pregiudichi l’immagine dello stato o di singole persone, arrechi danno o crei le condizioni per arrecare danno alla fede religiosa o istighi a compiere azioni contro persone od organizzazioni”.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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