Psichiatria e crimine. Vecchia storia questa che nel caso di Michele Senese, si incrocia con la Banda della Magliana che lui ben conosceva. Anzi ci trattava armi e droga nello specifico.
Nella banda era prassi rivolgersi alle perizie psichiatriche e mediche in genere. De Pedis si avvalse di una diagnosi di un falso tumore, Abbatino ottenne l’invalidità civile e si finse paralitico, Edoardo Toscano, per l’omicidio Selis si fece riconoscere il vizio parziale di mente.
Negli anni ‘80 esisteva un circuito di manicomi giudiziari dove convivevano boss dal calibro di Salvatore Nicitra, Marcello Colafigli e Giuseppe Marchese. Da sottolineare la dichiarazione di quest’ultimo:
"Sono cognato di Leoluca Bagarella, a sua volta cognato di Salvatore Riina, ho fatto parte di Cosa Nostra (…) dall’età di sedici anni, ma sono stato “combinato”, in maniera riservata, all’inizio degli anni Ottanta, pressappoco all’inizio del 1981, allorché all’interno di Cosa Nostra era in atto la guerra di mafia al cui esito è da scrivere la prevalenza dei corleonesi (…). Sono stato detenuto dagli inizi del 1982, a seguito della strage di Bagheria e, per consiglio che mi veniva dall’esterno del carcere, da parte dei miei associati, i quali dicevano di curare i miei interessi processuali, ebbi a fingermi malato di mente, di talché entrai nel circuito degli ospedali psichiatrici, dove ho conosciuto persone di primo piano della malavita romana, tra le quali in particolare Maurizio Massaria, Giorgio Ermeti, Salvatore Nicitra, Roberto Belardinelli e Marcello Colafigli. Quest’ultimo, per quanto ho potuto constatare, sebbene si fingesse catatonico, era tuttavia il punto di riferimento rispetto per tutti gli altri, i quali gli portavano grande rispetto".
Ma è Alessandro D’Ortenzi che svela in modo inequivocabile come fosse prassi rivolgersi alle malattie mentali nei momenti di massima difficoltà processuale. Lui era il trade union tra la Banda della Magliana e il professor Semerari (nella foto), il luminare della psichiatria al soldo di criminalità, camorra e mafia. Il Professore venne decapitato dalla Nco di Cutolo.
D’Ortenzi rispondeva così al Presidente della Corte D’Assise che chiedeva la verità sulle perizie “guidate”: "Certo che è vero, Presidente, io l’ho pagata 150 milioni e ne ho fatte fare 85 perizie, ho fatto prosciogliere 85 persone (…) e ogni perizia veniva pagata dai 100 ai 150 milioni (…), ma era l’unico modo per poter farla franca di fronte alla Giustizia di chi commetteva gravi reati di una certa rilevanza sociale".
Ovvio - spiegò ancora - che "quando si fa una perizia psichiatrica occorre essere all’altezza di comprare i periti ma, proprio allo scopo di indirizzare le perizie appositamente, perché venisse emessa sentenza di proscioglimento e, quindi, un riconoscimento della totale infermità mentale, esisteva tutta un’organizzazione impostata al manicomio di Aversa, attraverso il professor Semerari, Domenico Raguzzino, il professor Carlo Citterio e il professor Franco Ferracuti".
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