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  Home page > Attualità > Cronaca > Avoid Shooting Blacks. Le arance insanguinate di Rosarno
di Emiliano Di Marco (sito) venerdì 7 gennaio 2011 - 0 commento oknotizie
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Avoid Shooting Blacks. Le arance insanguinate di Rosarno

Un anno fa, a Rosarno, la rivolta degli immigrati contro le mafie.

"Avoid shoting blacks". Il verbo to shoot con una sola "o". Chi l'ha scritto in Italia c'è arrivato per sbaglio. Un incidente in un percorso forse destinato verso altre mete europee, magari nato nella periferia di qualche megalopoli del Ghana o della Nigeria. La lingua che parla l'autore di quella scritta, forse l'unica che conosce, è l'eredità di una dolorosa storia coloniale che dovrebbe servire almeno ad aprire le porte del mondo, ma non qui in Italia... non al sud.

20/25 euro al giorno seguendo il ciclo stagionale della raccolta, in giro per l'Italia, la paga dei braccianti immigrati che raccolgono pesche, albicocche e pomodori all'inizio dell'estate, uva e olive tra settembre e novembre, agrumi in inverno, gli ortaggi quasi tutto l'anno nei campi e nelle serre. Quando non lavorano la terra, i più fortunati trovano qualcosa da fare nei cantieri edili e, quasi per le stesse cifre, fanno anche i facchini. E' una catena imprevedibile, fatta di sms e telefonate sui cellulari, capace di spostarsi da una regione all'altra, in un solo giorno, a seconda della difficoltà a trovare lavoro nel tempo della crisi, che oggi pagano anche gli immigrati "privilegiati", quelli che lavorano nell'indotto delle fabbriche del nord, licenziati per primi, perchè precari e stranieri.

Bisogna andare nei campi per vederli, oppure alle 4 del mattino nelle piazze degli schiavi, sulle rotonde tra Castel Volturno e Rosarno, tra la piana del Sele, il litorale domizio e la provincia di Foggia, dove si radunano i kalifoo (gli schiavi a giornata) sperando di essere scelti dai caporali. 

La sera poi ritornano nei ghetti dove sono costretti a vivere, nei casolari abbandonati situati spesso nello stesso podere dove lavorano di giorno, oppure negli edifici fatiscenti dei centri abitati, nei quartieri più marginali, a volte ammassati in fabbriche diroccate. Vivono aiutandosi tra di loro, condividendo la cena ed un bicchiere di tè. Quando ti mostrano orgogliosi i telefoni cellulari con le foto delle loro fidanzate, o dei loro parenti, vuol dire che il loro cordone ombelicale con il mondo è ancora saldo, che il loro progetto migratorio sta ancora tenendo a bada il rischio del fallimento. Per molti è solo una tragica illusione, ma tanto basta.

Quella scritta diceva tutto, "Non sparate ai neri", e fece il giro del mondo, dopo una rivolta che ha cambiato la storia dell'immigrazione in Italia.

In due giorni, il 7 e l'8 gennaio di un anno fa, a Rosarno è accaduto che una comunità di immigrati dell'Africa subsahariana, principalmente ivoriani, ghanesi, nigeriani, burkinabè, ma anche qualche magrebino e sudanese, è stata cacciata da una comunità di "italiani" perché ha osato ribellarsi alla violenza razzista e mafiosa, in quello che è stato il primo vero scontro etnico della storia recente del nostro paese. 


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di Emiliano Di Marco (sito) venerdì 7 gennaio 2011 - 0 commento oknotizie
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