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  Home page > Tempo Libero > Sport > Atletica e filosofia. Intervista a Gianluca De Luca
di Paolo Calabrò (sito) venerdì 17 febbraio 2012 - 0 commento oknotizie
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Atletica e filosofia. Intervista a Gianluca De Luca

Gianluca De Luca, istruttore FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) a Portici (NA), ha appena dato alle stampe il volume "L’allenamento della velocità. Il sistema di Charlie Francis" (ed. Ateneapoli), che sta riscuotendo un significativo successo in tutta Italia. Nel libro (e nell’intervista rilasciata ad Atleticanet.it) si parla di velocità e di metodo, ma anche di doping e della natura dello sport, fino ad abbozzare quella che potrebbe forse chiamarsi una filosofia dell’atletica. Amico di vecchia data, con il quale abbiamo discusso spesso del pensiero libertario e della sociologia di Ivan Illich, l’abbiamo intervistato qui a proposito del concetto di sport del terzo millennio, dove il confine tra doping e trattamento sanitario sembra labile e dove la visione greca dell’atleta e di uno sport “puri” cede oggi il passo a una visione dell’uomo inquietantemente ibridato da sostanze e tecnologie. Mentre lo sport assume sempre più una connotazione da business industriale.

Filosofia dell’atletica: un’espressione eccessiva, o un proposito da coltivare?

Non so se filosofia sia parola opportuna da accostare ad atletica (immagino questo termine - nell'ambito sportivo - riferibile esclusivamente alle arti marziali) ma senza dubbio possiamo parlare di “etica dell'atletica”, nonostante la cacofonia. Purtroppo questo tema, che io sappia, non è materia di studio, non solo in Italia ma in nessuna nazione. L'atletica resta comunque uno degli sport con un “costume” più fortemente radicato, a differenza di altri (più spiccatamente “capitalistici”, calcio in primis) nei quali i codici comportamentali sono quanto mai “ballerini”, a voler essere indulgenti.

Cito un passaggio della tua intervista ad Atleticanet.it: «Il metodo di Charlie Francis è brillante, ma è soprattutto semplice. Le poche “regole” presenti nel testo hanno la dote di essere immediatamente comprensibili e soprattutto vengono subito avvertite come “vere” da chiunque le legga anche per la prima volta». Sembra un’affermazione più da epistemologo che da allenatore. Cosa vuol dire esattamente?

Debbo precisare la frase contestualizzandola: l'atletica italiana (ma in questo caso si parla solo di velocità, l'atletica è corse, salti e lanci) ha vissuto per decenni sulle intuizioni (non confermate) di un grande allenatore (Carlo Vittori, coach di Pietro Mennea). La non riproducibilità di certe teorie su altri atleti - i metodi di Vittori funzionarono su Mennea, non su altri - ha ingannato tanti per molto tempo. L'anomalia italiana è che tuttora l'allenamento è impostato su tesi e metodi ondivaghi, confermati e “sconfermati” a seconda delle convenienze dal supporto scientifico. Azzardo un paragone: in Italia si continua a studiare sui testi di Vittori quasi per atto di fede: i suoi testi sono la Bibbia della velocità. L'allenatore canadese (Francis) fece invece dell'approccio empirico il suo cardine. Faccio l'esempio più banale che mi sovviene: Francis vede un suo atleta ingrassato e decide di farlo dimagrire. L'allenatore italiano vede l'atleta ingrassato e decide di pesarlo. “Non ho bisogno -diceva Francis- della conferma scientifica per qualcosa che già vedo”.

Sembra non si possa rinunciare a una propria “epistemologia dell’allenamento”...

Se vogliamo azzardare un parallelo tra l'atletica e la filosofia, potremmo dire che quello che manca di filosofico alla nostra disciplina è proprio l'interpretazione epistemologica: spesso si assumono per scientifici dati empirici e viceversa, il tutto derivante, evidentemente, da ignoranza specifica dell'argomento. Dico evidentemente perché forse tra chi legge pochi sanno che l'atletica (quando ci riferiamo agli allenatori e a volte anche ai dirigenti) è perlopiù portata avanti da volontari. Gli allenatori professionisti sono una minoranza non significativa, dunque non c'è poi da meravigliarsi se i risultati (in Italia) mancano e se si confonde la realtà con l'interpretazione della stessa.


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