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Articolo 18. La CGIL indice uno sciopero generale: "Si vuole gettare fumo negli occhi dei lavoratori"

Perché il governo insiste sulla sua abolizione e perché la CGIL sembra pronta a fare sfracelli?

L'articolo 18 che prevede il reintegro dei licenziati senza giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti, nella sua forma attuale, protegge solo il 20% dei lavoratori del settore privato (ho letto che abolirlo significa introdurre lo schiavismo. Bene, allora lo schiavismo, per l'80% dei lavoratori italiani c'è da sempre senza che sindacati e sinistre abbiano detto o fatto nulla a riguardo) e, secondo le parole del neo-sinistrissimo Di Pietro, riguarda "circa cinquanta casi all'anno in tutta Italia". Di più. Secondo un sondaggio commissionato un paio d'anni fa da Confindustria, la sua esistenza rappresentava un problema solo per una percentuale infima d’imprenditori (qualcosa come il 3 o 4%).

La sua abolizione, dunque, non fa gli interessi della maggioranza degli industriali né danneggia quelli della stragrande maggioranza dei lavoratori. Perché allora il governo Monti insiste a questo riguardo e perchè la CGIL vi si oppone indicendo uno sciopero generale?

Le ragioni del Governo, ce le spiega ancora Di Pietro: "E' evidente, quindi, che il governo non ha un soldo da investire sui giovani e su un nuovo welfare veramente europeo (...) ma interviene da subito sull'art.18, trasformandolo in una specie di scalpo da consegnare alla BCE".

Perfetto. Le cose stanno davvero cosi, o quasi. Il Governo, che quando è entrato in carica ha trovato nelle casse fondi sufficienti a mandare avanti la baracca solo per un paio di settimane, non ha soldi da investire in alcunché e qualunque suo intervento deve essere a costo prossimo allo zero. La riforma del lavoro che sta elaborando il ministro Fornero, ha certo tra i suoi obiettivi l'occupazione giovanile (vanno in questo senso le norme per limitare il precariato o la proibizione degli stage gratuiti) ma deve pure rispettare questo criterio.

Solo su una cosa sbaglia Di Pietro; lo “scalpo” dell'articolo 18 non serve solo a convincere la BCE della nostra intenzione, dopo 30 anni di assoluta inerzia, di fare qualcosa per liberalizzare il nostro mercato del lavoro. Basterebbe questo, a dire il vero, a rendere Monti dengo di un ovazionei; se fosse sufficiente l’abolizione di una norma tanto irrilevante per giustificare gli aiuti che la BCE ci ha fornito (direttamente e, soprattutto, indirettamente), avrebbe fatto un colpo da maestro.

L' obiettivo non dichiarato del governo, però, è ancora più ambizioso; è quello di convincere a scommetere sul nostro futuro i mercati finanziari e le imprese straniere

Ricordiamo per l’ennesima volta che i lavoratori italiani sono tra i meno pagati e hanno le settimane lavorative più lunghe del mondo sviluppato. Non solo: il costo del lavoro italiano (il costo, tasse e contributi compresi) è tra i più bassi d'Europa.

In queste condizioni, se una molteplicità di fattori non le scoraggiassero (primi tra tutti le mafie e l’intricatissima burocrazia), le imprese dell’Europa più ricca, dove la manodopera è assa più costosa, dovrebbero fare la fila per scendere ad investire e produrre in Italia. L’articolo 18, con la prospettiva di cause pluriennali che comporta, e l’interpretazione che erroneamente ne è data “in Italia non si può licenziare”, è avvertito da queste come un ostacolo in più; un sassolino che pare però un macigno e la cui rimozione darebbe il segnale che in Italia il clima è cambiato e vi si può tornare a lavorare.

Quegli stessi dati su salari ed orari, spiegano molto anche dell’atteggiamento della CGIL. Un sindacato che avesse davvero a cuore gli interessi di tutti i lavoratori, dovrebbe essere strafelice del fatto che il nuovo articolo 18 sarebbe esteso anche a quell’80% di loro che al momento non gode, in pratica, di alcuna tutela.

Purtroppo, però, dopo aver consentito senza alzare ciglio che i propri iscritti fossero ridotti alla miseria, o quasi, il sindacato deve trovare un modo di giustificare la propria esistenza; ha scelto di farlo ora, non perché dia la minima importanza a quei “cinquanta casi all’anno in tutta Italia”, ma perché la sua credibilità nei confronti dei lavoratori è, giustamente, ai minimi di sempre.

“Si vuole gettare fumo negli occhi dei lavoratori” tuonano gli esponenti della sinistra più reazionaria (in Italia abbiamo reazionari d’ogni colore) che, senza peraltro aver mai visto l’interno di una fabbrica o aver mai passato una serata con una famiglia operaia, tacciano Monti ed i suoi ministri d’essere “professori chiusi nel loro mondo”.

Dopo aver scosso la testa pensando agli infiniti danni del berlusconismo (erano i seguaci del fu Presidente del Consiglio, fino ad ieri, a definire “intellettuali sulla torre d’avorio” gli oppositori), devo dar loro ragione. Sul fatto che si tratti di fumo negli occhi ho pochi dubbi. Che sia Monti a gettarlo in quelli dei lavoratori, però, a me non pare proprio.

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.56) 22 marzo 2012 18:10

    Ti è così difficile capire che un "padrone" che vuole liberarsi di un sindacalista scomodo non ha altro da fare che inventarsi una ristrutturazione del reparto nel quale lavora e poi licenziare lo stesso per motivi economici? Il giudice si accorge dell’inganno e condanna l’imprenditore a pagare un sostanzioso indennizzo (non può fare altro), ma il lavoratore è fuori deefinitivamente..

    Non ti entra in testa che in questo modo tutti i Marchionne d’Italia hanno la possibilità di smantellare i sindacati indipendenti e lasciare solo quelli innocui come la Cisl e la Uil ??

    Possibile che la tua saccenteria ti acceca al punto tale da non comprendere che il modello di relazioni sindacali che tanto piace all’apolide neoschiavista detto Marchionne sta per essere sancito per legge in tutte le aziende italiane???

    Oppure, da uomo di destra quale sei, anche tu desideri regolare definitivamente i conti con i lavoratori subordinati?

  • Di (---.---.---.56) 22 marzo 2012 18:25

    Leggiti l’articolo di Carmine Tomeo, di oggi sullo stesso argomento, se sei in buona fede, può essere che ritornerai sulle tue convinzioni in proposito.

  • Di Daniel di Schuler (---.---.---.23) 22 marzo 2012 18:58
    Daniel di Schuler

    Visto che sono stato un lavoratore subordinato per una buona parte della mia vita, dubito di avere alcunché da regolare con la categoria. Si invece parliamo dei sindacati che, orari e stipendi alla mano, hanno allegramente contribuito all’impauperimento dei lavoratori italiani, li tengo suppergiù nella stessa stima in cui tengo Confindustria.
    Sindacalisti scomodi? Ma in quale paese? Sindacalisti comodissimi i nostri, capaci delle più alte dichiarazioni di principio, ma non di contattare uno straccio d’aumento.
    Sindacalisti che gli imprenditori, di fatto, negli ultimi vent’anni sono andati d’accordissimo.

    Ti voglio raccontare un aneddoto. Sono un fedelissimo ascoltatore della Radio della Svizzera Italiana; il suo secondo programma è di gran lunga la miglior stazione che trasmetta nella nostra lingua. Una settimana fa il suo notiziario ha riferito che sindacati ed imprese di costruzioni svizzeri avevano firmato il nuovo contratto nazionale. Tra le nuove norme, una che vietava alle imprese il licenziamento dei sindacalisti per ragioni connesse alla loro attività sindacale. Inutile rilevare come, in certi casi, l’arretratezza della legislazione elvetica lasci esterrefatti. Non trovi,però, che meriti una riflessione che il fatto che in un simile paese, dove fino ad ieri l’attività sindacale è stata resa così difficile, i lavoratori godano di diritti reali, oltre che di stipendi, infinitamente superiori ai nostri.

    Che dipenda dal fatto che in svizzera i sindacalisti sono davvero, prima d’ogni altra cosa, dei lavoratori e si occupano, prima d’altro, della difesa puntuale, azienda per azienda, delle retribuzioni proprie e dei propri colleghi?

    Quel che è certo, è che trovo ridicolo il modo in cui, nel nostro paese, si difende lo status quo. A sentire molti, pare che l’italia sia un paradiso dei lavoratori, come se bastasse una norma, applicata ad una ristretta elite, a difenderli. La verità è che l’Italia, per i lavoratori, è ormai un inferno, fatto di stipendi bassissimi, orari lunghissimi e tanto, tantissimo, lavoro nero.

    Un inferno in cui non vedo cosa vi sia da difendere.

    Quanto alla mia buona fede che dirti? Giusto o sbagliato che ti possa sembrare, dico sempre e solo quel che penso davvero.

  • Di (---.---.---.56) 22 marzo 2012 19:07

    Sfuggi al nesso centrale della questione: le grave modifica dei rapporti tra due classi sociali.

    Con questa legge tutti i "padroni" (perché tali sono gli imprenditori italiani) potranno imitare l’apolide neoschiavista.

  • Di pv21 (---.---.---.64) 22 marzo 2012 20:03

    Verità celate >

    La procedura di licenziamento collettivo (almeno 5 dipendenti) prescrive un accurato esame delle motivazioni ed un confronto su soluzioni e gestione degli esuberi. In un licenziamento individuale (per motivi economici) il giudice può solo constatare l’eventuale “insussistenza” delle ragioni addotte dal datore di lavoro.

    Nel “modello tedesco” al giudice è sempre demandata la decisione tra reintegro e indennizzo. Con la proposta Fornero in caso di motivo “economico” si darà comunque luogo solo ad un indennizzo.

    Differenza sostanziale sotto il profilo giuridico e contrattuale.
    A parità di sanzione (licenziamento) in due casi il giudice potrà annullare, con il reintegro, gli effetti di atti (discriminatori o disciplinari) risultati ingiustificati.
    Viceversa, a fronte di “insussistenti” motivi economici, il giudice potrà solo indennizzare la vittima per il “sopruso” subito.

    E’ una sostanziale difformità di trattamento giuridico non conciliabile con il principio di “eguaglianza” sancito dalla Costituzione (art.3).
    Inoltre, sotto il profilo contrattuale, quando viene esclusa la fattispecie del reintegro anche il rapporto a tempo indeterminato diventa di fatto “precario”.
    Di enunciati “paludati e di mezze verità trabocca un qualsiasi Dossier Arroganza

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