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di Emiliano Di Marco (sito) mercoledì 9 febbraio 2011 - 0 commento oknotizie
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Arrestati la moglie, i figli e le nuore di Dante Passarelli, il “signore dello zucchero” dei casalesi

Si conclude con l’arresto ed il sequestro dei beni per circa 1 miliardo di euro la saga familiare dei Passarelli, imprenditori casertani ritenuti prestanome della mafia dei “casalesi”, titolari del marchio Kerò.

Se vi trovate in provincia di Caserta ed entrate in un bar, per un cappuccino o per un caffè, sappiate che lo zucchero raffinato e prodotto dalla “Commerciale Europea S.p.a.” di Pignataro Maggiore, e prima ancora dalla “Ipam Srl” di Villa Literno, è l'unico a vostra disposizione, a meno che non soffriate di diabete, oppure la dieta non vi imponga un dolcificante o di bere il caffè amaro. Non c'è bar, ristorante, hotel, tavola calda, circolo culturale e ricreativo, club, oppure lounge bar, chill out bar, buddha bar, disco-pub e discoteca della provincia di Caserta che non esponga sul bancone le bustine del famigerato zucchero “Kerò”.

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Anche nella stragrande maggioranza degli alimentari e dei supermarket non avrete scelta. Arrendetevi.

Se proprio siete affezionati ad un'altra marca potete andare però nei centri commerciali dove, accanto alle buste da 1kg di zucchero “Kerò”, appaiono anche le altre marche nazionali, che ovviamente costano di più e... si capisce il perché.

La giornalista antimafia, Rosaria Capacchione, nel suo libro “L'oro della camorra”, scrive che, negli anni '90, lo zucchero prodotto dalla Ipam di Dante Passarelli pesava praticamente 950 grammi al chilo, perché il resto era acqua trattenuta dalla grana grossa, e costava mediamente 200 lire in meno degli altri.

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Poco importava che lo zucchero zuccherasse poco e richiedesse sempre un dosaggio abbondante. Un paio di bustine nel caffè, minimo tre nel cappuccino, qualche cucchiaiata per la zuppa di latte la mattina, prima di andare a scuola. Poi bisognava agitare parecchio la bevanda e, prima che i cristalli si sciogliessero, ce ne voleva. Quasi come se lo zucchero fosse stato "tagliato". Commovente la maestria delle mamme quando facevano i dolci per i loro bambini basandosi sulle ricette lette sulle riviste. Quanto facevano in unità di misura "Kerò" o "Ipam" 250gr. di "zucchero"? "Mettiamocene 350 e vediamo che succede". "Ah! Non è dolce il dolce? No ma quella è la ricetta che è scritta sbagliata".

Sul piano industriale, l'Ipam di Villa Literno era una azienda modello della ruggente imprenditoria della "tigre casertana", nella quale era necessaria ovviamente la raccomandazione di un politico, meglio ancora di un boss, per essere assunti e, ancora adesso, è veramente raro trovare qualcuno che si ricordi se sia mai stato fatto almeno uno sciopero lì dentro. Da questo punto di vista era una impresa assolutamente ineccepibile. Mentre in Italia la sinistra e i sindacati facevano a capocciate con Romiti sul tema della “qualità totale”, la Ipam di Villa Literno era avanti persino alla Toyota in termini di conflittualità con i propri “dipendenti”.

L'Ipam, la società sequestrata tra il 2001 ed il 2002 dalla DDA, a seguito di una denuncia presentata dalla Eridania, il colosso italiano dello zucchero, aveva conosciuto una rapida ascesa già dalla fine degli anni '80, “imponendosi” prima in tutta la provincia di Caserta e poi allargandosi nel basso Lazio, nel napoletano, per arrivare in Toscana ed in Emilia Romagna, fino alla bouvette di Montecitorio, seguendo le geometrie, in orizzontale ed in verticale, delle alleanze del clan dei “casalesi”, dei quali Dante Passarelli era il prestanome, secondo la magistratura antimafia.


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di Emiliano Di Marco (sito) mercoledì 9 febbraio 2011 - 0 commento oknotizie
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