L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust) ha chiuso l’indagine conoscitiva su banche, assicurazioni e società di gestione del risparmio. I risultati li conoscevamo già prima che l’indagine avesse inizio, ma fa piacere leggere la certificazione che, (anche) nel settore dei servizi finanziari, l’Italia è un’oligarchia di culi di pietra, che collezionano gettoni di presenza nei consigli di amministrazione dei propri “concorrenti”. L’indagine si è concentrata su quattro aree: i modelli di governance, i legami tra concorrenti, il ruolo delle fondazioni bancarie, le banche popolari e le banche di credito cooperativo (BCC).
Riguardo i modelli di governance,
[...] il grado di concentrazione dell’azionariato spesso ravvisabile in capo ad un nucleo circoscritto di soci, talvolta legati da patti, appare molto alto anche per le società quotate. A ciò si associa la capacità di tale nucleo, anche con l’uso delle deleghe, di “guidare” la partecipazione dei soci in alcuni momenti essenziali della vita sociale, quali l’approvazione del bilancio e la nomina del management. [...] In tutti i casi esaminati, tuttavia, è stato evidenziato un indice di concentrazione dell’azionariato piuttosto elevato che porta a constatare un assetto del settore in esame scarsamente aperto in termini di contendibilità; ciò, se da un lato può garantire una maggiore continuità negli assetti delle società, dall’altro riduce la possibilità che vi siano cambiamenti negli assetti di governance in grado di raggiungere una maggiore efficienza. Da qui la necessità che gli assetti di governance assicurino, al tempo stesso, autonomia alle scelte del management e corretti incentivi alla trasparenza nel processo decisionale rispetto agli azionisti. L’azionariato delle banche esaminate si caratterizza inoltre per una scarsa presenza di investitori istituzionali e, in specie, dei fondi comuni di investimento mentre appaiono ancora significativamente presenti le fondazioni bancarie.
In sintesi, vi è una scarsa o nulla distinzione dei ruoli tra management e proprietà, e l’assemblea dei soci è più o meno docilmente sottomessa ai voleri dei gruppi di controllo in tutti i passaggi fondamentali per la vita dell’azienda. Dove questa natura di oligarchia collusiva si evidenzia al meglio (o al peggio) è nei legami personali tra concorrenti. Scrive l’Antitrust:
[...] l’analisi indica come l’80% dei gruppi esaminati (pari al 96% dell’attivo totale del campione) presentino nei propri organismi di governance soggetti con incarichi in concorrenti. Il fenomeno riguarda, sia pur con percentuali diversificate, società quotate e non quotate, e società bancarie, assicurative e sgr. Inoltre, tale condizione non riguarda 1 o 2 esponenti della governance ma può arrivare a coinvolgere anche un numero notevole di individui, fino a 16. L’entità del fenomeno è confermata dal numero di individui con posizioni di interlocking directorates: 325 dei 2876 incarichi svolti negli organi di governance dei gruppi/imprese analizzate sono ricoperti da individui presenti anche nella governance di imprese concorrenti. Di questi 325 incarichi, 150 sono svolti nelle società quotate e 175 in quelle non quotate. Con riferimento alle sole società quotate, 49 dei 150 incarichi svolti da esponenti della governance di più società riguardano gli amministratori indipendenti secondo il TUF o il codice di autodisciplina delle società quotate. [...] L’anomalia rilevata in termini di incroci di ruoli rappresenta una peculiarità tutta italiana: è inesistente per le imprese quotate sulla borsa spagnola e su Euronext-Amsterdam, interessa solo il 26,7% delle società quotate su Euronext-Parigi, il 43,8% di quelle su Deutsche Borse e il 47,1% di quelle su London Stock Exchange. Il corrispondente dato per le società italiane quotate su Borsa Italiana si attesta, come detto, intorno all’80%
Catricalà ha finalmente scoperto la mappa del potere denunciata da anni da Grillo.
11/01 15:29 - Mario