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Allerta meteo: eventi estremi e patrimonio artistico

C’è tuttavia un altro problema che avrebbe bisogno di una risoluzione tempestiva, anche se di solito non fa parte di questi leitmotiv mediatici e non solo – che comunque difficilmente si traducono in risposte concrete – ma che risulta, sul lungo periodo, altrettanto vitale per l’Italia: la fragilità del patrimonio artistico in caso di calamità naturali

Non è una sorpresa che la tenuta di molti dei nostri monumenti è minacciata da eventi estremi, come dimostra l’ennesima acqua alta di questi giorni a San Marco a Venezia. Questi fenomeni diventano però via via sempre più distruttivi e di difficile previsione, e non è solo l’Italia a soffrirne.

Qual è il livello di preparazione dell’Europa in casi simili, in particolare in fatto di protezione dei beni culturali? Le pressioni ambientali e umane – in alcuni casi coincidenti – sul paesaggio e sul patrimonio sono tra le ragioni principali per cui nel 2018 ha visto la luce il primo Anno Europeo per il Patrimonio Culturale. È nel quadro di questo evento che a marzo è stato presentato a Bruxelles, durante il Forum Europeo della Protezione Civile, uno studio, promosso e finanziato dalla Commissione e condotto dall’ISAC-CNR (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche), dedicato al rischio per il patrimonio culturale: “Safeguarding Cultural Heritage from Natural and Man-Made Disasters”, l’indagine più esaustiva, nonché la prima, sulle strategie messe in campo dai 28 paesi membri, in cui si scopre che progetti di ricerca dedicati e singole iniziative non mancano, e si conferma – prevedibilmente – che manca una reale strategia comune. Bisogna mettere insieme, spiegano gli esperti guidati dal CNR, e tener conto di singole specificità geografiche, ambientali e culturali di paesi accomunati da passate esperienze di calamità varie e da la stessa preoccupazione: le calamità stanno peggiorando.

Crisi non solo ambientale, soffre (anche) il patrimonio culturale

Il 4 novembre del 1966, l’Arno esondava sversando 70 milioni di metri cubi di acqua e fango che allagarono Firenze in una delle alluvioni più disastrose che la città abbia conosciuto in più di cinque secoli. Furono danneggiati circa quaranta edifici artistici tra chiese, musei, archivi, migliaia di volumi della Biblioteca Nazionale e il crocifisso di Cimabue tra i tantissimi manufatti di grande valore storico-artistico. Le famose immagini degli “angeli del fango” che portano in salvo a mano libri, dipinti e reperti fuori dagli Uffizi sono diventate subito il simbolo non solo di quell’evento e di una generazione intera, ma forse anche della fragilità del patrimonio artistico e in generale dell’impreparazione, se non impotenza, delle città moderne a far fronte a una crisi di questo tipo.

Dopo quello shock, molto è cambiato anche in termini di prevenzione e restauro, a Firenze e in tutto il mondo – trent’anni dopo, nel 1996 sono stati istituti i “blue shields”, il Comitato Internazionale dello Scudo Blu (ICBS) pensato per “proteggere il patrimonio culturale mondiale minacciato da guerre e disastri naturali“. Tuttavia, un nuovo evento alluvionale non risparmierebbe nemmeno questa volta tanti luoghi di cultura come Palazzo Vecchio, la Biblioteca Nazionale, il Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore o il Museo Nazionale del Bargello, come ha dichiarato il dirigente dell’Unità di bacino dell’Arno Appenino Superiore in occasione dell’anniversario della storica alluvione. La posizione di questi e altri siti fiorentini, infatti, collocati in gran parte a piano terra, è tale da esporli pericolosamente a un eventuale nuovo straripamento e, soprattutto, non si può escludere che un evento simile accada di nuovo e senza margine di previsione utile. La città, del resto, aveva già vissuto in un passato più lontano alluvioni altrettanto distruttive, se non più forti. La differenza, oggi, è che gli eventi si possono verificare con una concentrazione e frequenza più alta che un tempo, a fronte di una maggiore incertezza nelle previsioni. Questa nuova realtà non interessa solo Firenze, ma in sostanza tutte le città d’arte europee, soprattutto quelle che convivono con corsi d’acqua o si trovano in prossimità di zone ad alto rischio idrogeologico, e non solo.

Secondo uno degli ultimi rapporti ISPRA sul dissesto idrogeologico in Italia, i beni culturali del nostro paese seguono il pesante trend di rischio di tutto lo stivale: 34.000 sono a rischio frane (il 18% del patrimonio nazionale), soprattutto nelle regioni del centro-sud, 29.000 a rischio alluvione, in particolare al Nord, mentre rischiano di sparire interi piccoli borghi antichi e in città con importanti centri storici più grandi come Orvieto, Todi, Certaldo, sono necessari continui interventi di ristrutturazione. Ma la lista è lunga, e non risparmia neanche Roma, dove non si salvano dal rischio esondazione del Tevere Piazza Navona, Piazza del Popolo o il Pantheon insieme ad altri 2.200 beni architettonici e archeologici.

SOS Mediterraneo

Lo scenario è peraltro in continua evoluzione, ma in negativo – come confermato dagli eventi di fine ottobre proprio – con danni economici enormi, sia per la spesa necessaria per la messa in sicurezza (tra i 2 e i 3 miliardi di euro annui in media secondo ISPRA), sia per le perdite materiali e per il comparto del turismo. Gli eventi estremi, in particolare causati dall’innalzamento del mare, aumentano velocemente fino a toccare anche luoghi altrimenti, forse, a rischio zero. Ci sono 13 siti italiani dichiarati patrimonio dell’UNESCO che entro la fine del secolo potrebbero essere cancellati da inondazioni o erosioni. A lanciare l’allarme è stato uno studio pubblicato su Nature Communication poche settimana fa. Nello scenario descritto dai ricercatori dell’Università di Kiel, a Venezia, alle Cinque Terre, ai vicoli medievali di Ferrara, a Pompei, tra gli altri, si uniscono altri 70 siti circa e città che si affacciano sul Mediterraneo, tutte interessate da un aumento di qui al 2100 di alluvioni per il 50% e erosione per il 13% e tutte di un certo valore storico-artistico, come Olimpia con la statua di Zeus in Grecia, Petra in Giordania, il complesso archeologico di Tarragona in Spagna. Tutte queste previsioni sembrano stringere il cerchio attorno a un elemento naturale in particolare, mentre sembrano esserci pochi dubbi sulla causa scatenante.

L’acqua è sempre il nemico n°1…

È ovviamente il patrimonio “tangibile” ad essere minacciato dai fenomeni atmosferici. La conoscenza approfondita delle variabili ambientali che interagiscono direttamente con i materiali che costituiscono i monumenti e i manufatti è essenziale per prevenirne il degrado. Proprio l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche, per esempio, è impegnato in diversi progetti per studiare i meccanismi fisici, chimici e biologici alla base dell’interazione ambiente-patrimonio culturale. La ricerca può ad oggi contare su importanti passi avanti fatti sulla comprensione delle variazioni dei tassi di umidità, di temperatura, stress meccanico impatto delle sostanze inquinanti, in particolare per i fenomeni circoscrivibili al microclima di una facciata architettonica, di una statua o di un reperto. Per ciò che riguarda invece le condizioni di outdoor, c’è bisogno di un aggiornamento continuo delle variabili che mettono alla prova la resistenza dei beni artistici.

Quali sono in questo senso i principali disastri naturali da tenere sott’occhio? Secondo il report redatto dall’ISAC-CNR, alluvioniinondazionipiogge abbondanticolate di fango e di detriti, ma anche, rovescio della medaglia, siccità e conseguenti possibili incendi, sono le cause principali di danni al patrimonio culturale europeo. È insomma l’acqua, o la sua scarsità, a creare lo squilibrio più pericoloso per i contesti urbani, e quindi per gli edifici storici, per i musei, gli archivi e i singoli manufatti, e per i siti archeologici anche fuori città, ovvero lo stesso nemico ambientale volano di distruzione in condizioni di microclima, dove l’ umidità o la secchezza locale creano le condizioni ottimali per attacchi chimici o fisici in superficie o più in profondità. A questi fenomeni vanno aggiunti anche venti anomali o uragani, e tra i disastri naturali sarebbero in generale da contemplare nel rischio distruzione anche terremoti ed eruzioni vulcaniche, ma sono quelli legati alle variazioni del clima a richiedere, sempre secondo il report della Commissione Europea, una preparazione più complessa, dalla raccolta dati alla distribuzione di responsabilità durante una crisi.

… e il cambiamento climatico suo alleato

Con quanta sicurezza possiamo oggi accertare una relazione di causa-effetto tra cambiamento climatico e eventi estremi come quelli, a prevalenza alluvionali, che intaccano il patrimonio?


È questa una delle domande più importanti degli ultimi anni che caratterizzano l’epoca in cui viviamo, che non coinvolge come noto solo la comunità scientifica (leggi qui e qui). Eventi di questo tipo si sono concentrati, a livello globale, in un periodo di tempo relativamente breve, e lo storico di dati a disposizione su uragani, piogge o alluvioni anomale è quindi più limitato. Tuttavia gli esperti si trovano tendenzialmente concordi nell’affermare che il cambiamento climatico ha finora amplificato e esasperato i singoli eventi, per esempio nel caso degli uragani nel sud degli Stati Uniti, anche se non c’è un’evidenza chiara di quale sia l’impatto del global warming su questi in termini di intensità. Possiamo intanto registrare che in Paesi come India e Bangladesh si sono verificate solo lo scorso anno alluvioni tra le più intense degli ultimi quindici anni, causando la distruzione di interi edifici.

Per far fronte ai repentini cambiamenti del meteo e all’aumento di eventi estremi degli ultimi anni la comunità dei climatologi sta iniziando a sviluppare una disciplina relativamente nuova, la “scienza dell’attribuzione”. In un report pubblicato lo scorso agosto su Naturei modellisti climatici della Università di Oxford illustrano un nuovo metodo per stabilire se un evento estremi sia causa del riscaldamento globale, quindi dell’uomo, o dei naturali cicli del clima, e, soprattutto, per prevedere se un evento analogo potrà replicarsi a breve e dove, e prendere quindi le relative precauzioni o, su tempi più lunghi, riprogettare ad hoc le città.

In Europa (e non solo) danni già più pesanti

Mentre si cerca di aggiornare, faticosamente, i sistemi di previsione a breve termine – i nuovi modelli d’attribuzione messi a punto finora non sono perfetti e in alcuni casi anche piuttosto discussi – i calcoli teorici non anticipano nulla di buono per il futuro dell’Europa. Secondo uno studio dell’Università di Newcastle pubblicato a febbraio su Environmental Research Letters nei prossimi decenni in 571 città europee ci sarà un amento delle ondate di calore, Roma in testa, di siccità, soprattutto nel bacino del Mediterraneo, e di esondazioni dei fiumi, in termini di frequenza e intensità.

Anche se le previsioni dipendono molto da come si deciderà di gestire l’emissione di gas serra, la cronaca ci racconta intanto di danni sempre più consistenti ai monumenti in seguito a emergenze ambientale, in realtà non nuove, come nel caso di San Marco a Venezia durante l’ultima allerta meteo. L’allagamento prolungato degli scorsi giorni ha avuto l’effetto di sciogliere i numerosi sali solubili accumulati nel tempo e apportarne di nuovi, con una conseguente cristallizzazione che provoca lo sgretolamento delle malte che tengono su le tessere musive dei mosaici che stanno così perdendo pezzi. La situazione a San Marco è grave e gli interventi di consolidamento saranno pesanti e costosi, più della normale e continua manutenzione di routine, come ha spiegato Elisabetta Zendri, ricercatrice e docente di Ca’ Foscari.

I ricercatori autori dello studio presentato a marzo citano esempi di danni consistenti non troppo lontani nel tempo, come il tempio di Ħaġar Qim e Mnajdra a Malta, patrimonio UNESCO che sta subendo corrosione

Proteggersi dai disastri naturali (ovvero umani)

Quali sono le buone pratiche in fatto di tutela del patrimonio dalle calamità naturali cercate dagli autori di questo studio? Per capire come aggiornare adeguatamente gli strumenti finora messi in pratica, il gruppo guidato dal nostro CNR (in collaborazione con l’Istituto di Meccanica Teorica e Applicata dell’Accademia di Scienze Cecoslovacca, la National Technical University di Atene e la Danube University di Krems) ha innanzitutto fornito uno sguardo generale alla conoscenza in materia a livello internazionale. Senza grosse sorprese, si rilevano politiche inadeguate a livello nazionale, unite a una poco incisiva presenza del patrimonio nella lista di priorità in caso di disastro ambientale.

Gli stessi rapporti IPCC del resto, ricordano gli autori, fanno riferimento al patrimonio culturale citandolo, in termini di danneggiamento e perdita, solo come uno tra altri criteri per la definizione della qualità di vita (insieme alla biodiversità, alla diversità culturale eccetera).
Nonostante sia di livello e di qualità la conoscenza sui singoli fenomeni metorologici e sulle caratteristiche dei beni, manca in generale una visione completa sulla loro interazione. Non ci sono per esempio dati sufficienti e parametri utili per stimare l’effettiva perdita economica in base al valore reale dei monumenti colpiti. Viene citato, tra gli altri, il caso dell’alluvione del 2002 nella Repubblica Ceca, quando venne stimato un danno economico pari a solo lo 0,5% dei circa 73 miliardi di euro persi.

Le strategie dei Paesi membri sono state monitorate e mappate grazie a indagini online, interviste a esperti del settore e a decisori politici a livello internazionale, nazionale e locale che hanno una responsabilità decisionale. Viene fuori che l’anello più debole della catena, come succede spesso per altre eventualità, è proprio la mancanza di dialogo tra i decisori politici e gli esperti, aggravata da una struttura decisionale piramidale ancora troppo complessa, anche se in parte inevitabile. È inverosimile, infatti, che gli uffici europei di Bruxelles possano decidere o intervenire al posto dei responsabili locali in caso di emergenza, anzi la presenza di una struttura gerarchica ma ben preparata è auspicabile quando un monumento viene minacciato da alluvioni, frane, incendi o tornadi.

Secondo Alessandra Bonazza del team dell’ISAC-CNR “E’ importante che ci sia più cooperazione tra le autorità e che ci sia un efficiente flusso di comunicazione; è necessario inoltre elaborare un sistema di pre-allerta di possibili disastri e delle mappe locali per il patrimonio culturale a rischio”. In quest’ottica, il report raccomanda anche di formulare standard europei per affrontare le crisi, insomma una sorta di protezione civile comunitaria (l’esigenza di norme condivise si è rivelata un nodo da sbrogliare anche in altre circostanze analoghe) e, per andare più sul pratico, tra le tecnologie più efficaci si suggerisce l’applicazione dei servizi satellitari per valutare l’impatto delle catastrofi sul patrimonio.

Il report fornisce inoltre una ricca review sulla letteratura prodotta sul tema, corredata da una lunga lista di progetti per ciascun fattore di rischio. Già durante il 7° programma quadro FP7 non mancano esperienze interessanti, ma con il nuovo programma di finanziamenti Horizon2020, in fatto di rischio per il patrimonio culturale i progetti sono diventati più orientati a soluzioni applicate. Di interesse sono la piattaforma Climate Adapt and Disaster Risk Managment Knoledge Center (DRMKC), il progetto ProteCHt2Save  in cui l’ISAC-CNR ha di nuovo un ruolo rilevante, Climate for CultureSTORMHERACLES (in cui si tengono d’occhio gli effetti del cambiamento climatico per esempio sugli edifici di Gubbio), FLOODsite SIMONASTAR FLOOD. Gli esempi sono innumerevoli, e coprono abbondantemente tutti i rischi – compresi incendi, terremoti e danni al turismo – e le peculiarità climatiche europee.

Se si guarda alla ricerca c’è da essere ottimisti, insomma. In attesa che la politica europea si organizzi all’altezza del patrimonio culturale.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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