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Alfred Jarry: Ubu Roi c’est Moi. La patafisica spiegata con la musica

Sigla iniziale

Soft Machine, ”Pataphysical Introduction part 1″ dal loro splendido secondo album “Volume Two” (1969). Grazie al loro contributo sonoro si potrebbe introdurre qualche definizione di patafisica ma non è facile visto che l’argomento è stato trattato da molti filosofi, artisti, intellettuali in modi raffinati e complessi e quindi non si può sostenere il peso del confronto. Limitiamoci a qualche informazione: la patafisica unisce filosofia e metafisica, per questo può definire matematicamente l’estensione di dio; è la filosofia del possibile (“good evening or good morning, and now we have a choice of action” recita Robert Wyatt sulla musica dei Soft Machine). Chi vuole può costituire un circolo patafisico, ma sono iniziative devozionali e tarde sulle quali mi permetto di esprimere qualche dubbio. Quindi passiamo a Padre UbuPere Ubu

Sigla due

Questi invece sono i Pere Ubu, statunitensi, dal primo album “Modern Dance” del 1977. Il cantante, gigantesco e panciuto, avrebbe potuto impersonare il protagonista delle commedie di Jarry. Nella canzone il coro ripete “merdre merdre”. E’ una citazione dell’ossessiva coprolalia di Jarry, così infantile da essere adorabile e odorabile. Così inizia il suo Ubu Roi, prima commedia, con un sonoro “merdre” (con una erre in più del dovuto) rivolto all’odiosa moglie che lo assilla pungolandone l’ambizione per farlo diventare, con un atto eversivo, il re di Polonia. Parodia del Macbeth, ascesa non voluta di un crapulone violento e totalmente cretino, in Ubu Re non c’è nessuna intenzione politica. Anzi, si può dire che non ci sia neanche la minima traccia di una morale, ma intrattenimento mischiato ad espressioni di un suo pensiero ermetico (la candela verde/forse l’assenzio che stimola la fantasia), invenzioni linguistiche, amore per il picaresco (Rabelais in particolare) e patologia mentale. Non sarebbe stato né nello spirito né nell’interesse di Jarry intendere la sua opera come critica alla violenza e alla dittatura, come molti interpreti successivi hanno voluto, legittimamente, vedere in Ubu Roi.

Soprattutto perché Jarry era di temperamento violento e si identificava in Ubu tanto da esprimersi nella vita come il suo personaggio. Tutto nasce nel banco scolastico, inteso come strumento di tortura e di costrizione, come galera navale, che costringe assisi a coppia gli uni dietro gli altri file di maschi adolescenti abbruttiti e disperati che trovano in pantomime insensate, in caricature malfatte, l’unica vendetta verso il potere costituito che li frusta quotidianamente per farli remare nel duro oceano della cultura. Le donne zitte, che non hanno mai capito e mai capiranno questo atto di ribellione del tutto maschile. I due fratelli Morin organizzano al liceo uno spettacolino di marionette che è già l’Ubu Roi bello e pronto, e quel nanetto bastardo di Alfred Jarry si aggrega entusiasta al gruppo di studenti e memorizza l’idea. L’artista è al 90% ladro, di regola. Dopo il sudato periodo liceale che è esperienza democratica perché affligge poveri e ricchi, artisti e incolti, falliti e realizzati, Jarry sostenuto dalla borghese mamma matta e separata dal marito (le due cose forse dovrebbero in questa circostanza essere associate) si trasferisce a Parigi. Si inserisce con facilità, grazie al suo metro e mezzo di altezza, fra gli intellettuali locali, si butta avidamente sull’assenzio e su altri mezzi per stordirsi e viene perciò nominato sul campo artista. Segretario di un teatro che si vanta di proporre opere nuove e oltraggiose, convince il direttore a mettere in scena l’Ubu Roi, ma Jarry calca la mano tanto da rendere il testo incomprensibile. Viene rivisto e corretto (e si nota la revisione, rispetto ad altri scritti di Jarry molto meno lineari) e mandato in scena col suo sonoro “MERDRE” iniziale. Quella r di troppo? Censura? No, sarebbe stato troppo semplice mantenere nella sua integrità la parolaccia ad effetto; è più divertente deformarla in bocca a un personaggio crasso e ignorante come Ubu. Ovviamente scoppia una rissa in teatro come da tradizione, ma molti sostengono che questo sia l’inizio del teatro d’avanguardia, dove non è chiaro se si riferiscano all’opera, alla rissa o alla somma delle due cose.

Sigla tre

Coil nel loro primo album Scatology (titolo adatto all’immaginario di Jarry) nel 1984 si divertivano coi campionatori a ribaltare il fraseggio di un sassofono soprano e intitolavano il brano “Ubu Noir”. Ubu diventa un prefisso da aggiungere a un aggettivo, sia per Jarry nelle sue commedie successive, sia per chi ne riprende a vario titolo lo spirito per ricontestualizzarlo. Due parole su Alfred Jarry da parte di un sincero amico: Apollinaire. In poche righe ha la cortesia di far sapere che Jarry era matto, abituato a puntare la pistola sui passanti, ubriacone, che viveva in una sorta di ammezzato per nani da giardino con una mensola dove erano posati pochissimi libracci di scarsa importanza e un enorme fallo di porfido rosso. Era sgraziato e brutto, continua l’amico affettuoso, e non ebbe mai una donna. Pescava con una canna nella Senna dalla finestra. E poi andava in bicicletta. Sempre, costantemente seduto sulla sua amatissima bicicletta. Chilometri in bicicletta, pagine su pagine che preludono all’immaginario dinamico del futurismo con anticipo, dotte dissertazioni patafisiche sulla filosofia della ruota, mescolando senza soluzione di continuità e logicità dottrine asiatiche, simbologie cristiane e mitologie classiche.

 Nella sua attività di giornalista, saggista, autore, drammaturgo, ha scritto anche un racconto fantascientifico sui generis che l’occhio catalogatorio di una critico fighetto di 20 anni fa avrebbe descritto “steam-punk ante-litteram”. L’uomo e la macchina si scontrano: cinque ciclisti nutriti a caramelle d’assenzio uniti fra loro da un meccanismo sfidano una locomotrice a vapore in una gara lunga alcuni giorni, accorgendosi a un certo punto di trainare nel gruppo il cadavere di uno dei ciclisti che continua a pedalare per inerzia. Jarry possedeva il dono della comicità, sapendola inserire nella violenza, nella volgarità, nella blasfemia. Il Golgota si trasforma in una gara di biciclette dove Pilato si lava le mani, o forse ci sputa sopra, prima di partire, Gesù per prendere maggiore stimolo si fa fustigare come un cavallo da corsa e si piazza infatti subito primo, salvo poi bucare le gomme per colpa di una corona di spine. La bicicletta d’allora, una sorta di prototipo, era composta da due assi , manubrio e telaio, affisse in modo perpendicolare, a croce. Per continuare la gara a Gesù tocca portarsi in spalla la bici, aiutato alla terza tappa dal gregario samaritano e così via. Grazie al cronista Matteo sappiamo che arrivano al traguardo in tre a pari merito, Gesù e i due ladroni.

Sigla finale

Per vivere si tiene aggiornato su mode, generi e sottogeneri; scrive un romanzo breve intitolato “Messalina” dove saccheggia, saccheggia, saccheggia… Da Svetonio a Cassio Dione, da Tacito a Plinio il Vecchio, per costruire una figura di imperatrice ninfomane che si prostituisce nel peggiore bordello di Roma, dal quale ne esce puntualmente insaziata, alla costante ricerca del dio Pan, ormai cacciato come tutto l’Olimpo dalla Storia. Jarry è grande perché pur esprimendosi come si aspettavano i lettori, cioè con l’immaginifico linguaggio simbolista del periodo, fatto di cineserie e florilegi, di asfodeli e sete colorate, riesce a inserire fra i delicati trompe l’oile e la pornografia ricca di oggetti fallici, vaginali e di varie bizzarrie sessuali, anche le irresistibili scenette comiche dell’imperatore Claudio che sbava, trema, dimentica gli ordini appena assegnati, circondato da schiavi e lacchè che ne tollerano a fatica la personalità di colto rimbambito. Alfred Jarry muore all’età di 34 anni chiedendo come ultimo desiderio uno stuzzicadenti.

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